Popimi ; imprimerie Weiners Ltd Wybert. “Fregoligraph”. Affiche. Lithographie couleur. Paris, musée Carnavalet.

Origini del cinema d’animazione italiano

Una storia antica, che inizia nell’Ottocento e arriva al Fascismo. Un tempo le produzioni si concentravano tra Roma e Torino, oggi si riscopre Napoli e il Mezzogiorno. Cosa è l’animazione italiana? «controllare il tempo, lo spazio e la realtà, ma soprattutto la materia pienamente plasmabile dal creatore»

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In Italia, la produzione di cartoni animati ha avuto per lo più riscontro entro i confini nazionali o, in epoca più recente, europei, grazie alle coproduzioni intereuropee operate dalla Rai con le altre reti nazionali. E se storicamente la maggior parte degli studi di animazione si concentrano nelle città di Roma, Milano e Torino, solo negli ultimi anni si sta sviluppando questo settore a Napoli, principalmente, e nel resto del Mezzogiorno. Poco però sa oggi il grande pubblico della storia del nostro cinema d’animazione: l’animazione italiana del primo novecento risulta praticamente oscurata nella memoria storica semplicemente perché create da un’industria ancora instabile e indipendente.

Infatti, il grande pubblico considera film come “I fratelli Dinamite” e “La rosa di Bagdad”, che uscirono in sala nel 1949, come le origini del nostro cinema d’animazione, tralasciando ogni altro tentativo nostrano di dare forza organizzata all’impresa cinematografica.

La nostra storia incomincia a fine Ottocento, quando il famoso trasformista Leopoldo Fregoli, dopo essersi addestrato con Louis Lumière e avere imparato i meccanismi della stampa, dello sviluppo e della proiezione, utilizzerà il mezzo cinematografico come integrazione del suo spettacolo “Fregoligraph”, il cui concetto innovativo di forma spettacolare verrà presto assimilato dai cafès chantants parigini e nelle music halls inglesi e statunitensi. Sarà proprio l’ibridazione d’oltralpe che darà vita a quei modelli narrativi e recitativi che avrebbero poi modellato il primo cinema italiano.

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Siamo ancora in una fase ibrida in cui il cinema d’animazione non è maturo né tecnicamente né narrativamente: l’importanza di Fregoli è, quindi, rilevante in quanto portatore di una ventata di novità che deriva dal dinamismo, dal ritmo e dall’uso di trucchi cinematografi che stupirono piacevolmente il pubblico finché, con la maturità del pubblico e lo stabilizzarsi della produzione, si rese necessario rendere subordinato al contesto narrativo il principio, sino ad allora dominante, della spettacolarità.

Dai cosiddetti trickfilm si procederà gradualmente verso l’animazione di oggetti e di pupazzi, giungendo con “La guerra ed il sogno di Momi”, di Segundo de Chomón e Giovanni Pastrone, a un desiderio di manipolazione degli oggetti, degli spazi e dell’incremento degli avvenimenti plausibili nell’immagine.

Il mediometraggio si sviluppa con delicatezza, aprendosi con la scena intima della famiglia che attende ansiosa la lettera del papà soldato e poi, grazie al testo della lettera, introduce la vita al fronte e il gesto eroico del bambino Berto. Poi, torna alla dimensione domestica e infantile, ma scivola presto nel sogno fino a quando Momi si risveglia, realisticamente punto dalle piccole baionette dei pupazzi combattenti.

Se il film appartiene a un particolare filone di film bellici, caratterizzati da una rappresentazione della guerra come un luogo distante dalla vita domestica, ancora una volta il linguaggio animato non trova la propria specificità che lo caratterizzerà negli anni successivi: l’animazione, infatti, risulta ancora dipendente dal cinema dal vivo, come se necessitasse delle scene dal vivo per essere introdotta e giustificata nel suo contesto rappresentativo.

In parallelo, negli anni ’10 troviamo i futuristi fratelli Corradini con la loro sperimentazione di musica cromatica, i quali, anticipando la tecnica della pittura su pellicola, che sarà poi portata alla ribalta decenni dopo da Len Lye e da Norman McLaren, volevano una musica dei colori dove i colori avrebbero sostituito i suoni musicali, mettendo in rapporti, come accordi cromatici, i colori l’uno rispetto all’altro.

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Poi, nel 1920 verrà realizzato “La cura contro il raffreddore”, metraggio muto realizzato da Jean Buttin, pseudonimo di Giovanni Bottini, che ha avuto anche il merito di apportare dei miglioramenti alla tecnica della ripresa a passo uno, ma pure rappresenta la prima opera italiana in cui vengono utilizzati dei fogli trasparenti per disegnare le sequenze dei disegni. Sono degni di nota nello stesso periodo Carlo Amedeo Frascari Zambonelli, che ha diretto il reparto d’animazione della Tiziano Film con l’intento di sostituire la comica, che spesso si trovava alla fine dei programmi, con un disegno animato, e Guido Presepi, autore di vari cortometraggi animati di vario genere, anche pubblicitari, che iniziò la lavorazione di un lungometraggio “Vita di Mussolini”, rimasto incompiuto.

Malgrado ciò rimane la loro importanza storica nell’avere imparato a controllare il tempo, lo spazio e la realtà, ma soprattutto nell’avere creato finalmente un’immagine la cui materia sia pienamente plasmabile dal creatore, in ogni suo aspetto compositivo, di forma e di movimento, segnando quindi la nascita del disegno animato.

Negli anni venti la cinematografia italiana subirà un periodo di crisi, e non ci furono esempi di animazione degni di nota, ma la tendenza incomincerà a invertirsi nel procedere verso gli anni trenta, con una sempre maggiore attenzione da parte del regime fascista. Tuttavia, i progetti insoluti dei primi anni del cinema d’animazione italiano saranno come una costante del cinema d’animazione nostrano, i cui film realizzati non daranno alcuna prospettiva o stabilità all’industria. Almeno fino agli anni quaranta non troviamo un vero pioniere che possa sollecitare lo sviluppo produttivo necessario per dare continuità lavorativa agli animatori che verranno dopo di lui.

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