Jordan Belson: il cineasta tra scienza, meditazione e allucinogeni

L’autore immerso in misticismo, esoterismo, scienza, surrealismo e musica classica. Uno dei rari animatori astratti ad avere ottenuto un vero riconoscimento artistico delle sue opere.

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La filmografia di Jordan Belson appare ricca e variegata, perché traspare pienamente il continuo studio del cineasta, che nel corso si interessò e lasciò influenzare da molti soggetti che vanno dallo Yoga al misticismo tibetano, dalla teosofia all’egittologia, dal rosacrocianesimo alla cabala, per passare attraverso la sua passione per l’astronomia, il surrealismo, e la musica classica romantica.

Similarmente a Oskar Fischinger, sua principale influenza nel cinema d’animazione, Jordan Belson si avvicina al cinema tenendo un piede nella religione orientale e uno nella scienza moderna, ma la sua ampia visione culturale lo spingerà a indagare la cosmogenesi per cercarne un modello visivo di rappresentazione.

Per Jordan Belson l’oblio infinito non simboleggia il nostro destino, bensì una visione più ampia e gratificante dell’esistenza. Ovvero, una visione che dà senso, dignità e gioia all’esperienza dell’essere umano. Il cinema diventa quindi un luogo privilegiato in cui si può dare piena espressione a questa visione più ampia e più profonda del cosmo.

Le opere di Belson si dividono in varie fasi: gli anni 39-40; gli anni 1950-1962; e una terza fase che iniziò nel 1964 con “Re-Entry”.

L’inserimento dei quadri di Belson, nel 1949, in due mostre al Museo Guggenheim, allora chiamato Museo della pittura non oggettiva, scandiscono il passaggio della maturità artistica da pittore ad animatore e regista che, secondo il regista, meglio potevano rappresentare le sue visioni acquisite, sia sotto la meditazione yoga, che sotto l’effetto degli allucinogeni.

Questo primo periodo rappresenta la visione estatica dell’occhio di una mente libera che cerca di espandere la sua coscienza, come la sua ricerca, improntata a conferire vita ad aree inesplorate dello spazio interno. Attraverso questi viaggi interni Belson sperava di scoprire l’universale, e molti dei suoi dipinti, con forme primarie centrate, assomigliano all’arte sacra. Le prime opere in mostra sono composizioni simili a mandala di linee ritmiche intrecciate, mentre una serie della metà degli anni 39-40 presenta forme circolari che richiamano la pittura tantrica.

Già nei primi cortometraggi si percepisce in pieno la sua forza espressiva: le forme ovali piuttosto espressioniste, i colori vivaci e i disegni calligrafici di “Mambo” (1951) ricordano la trama dei dipinti di Willliam Baziote; “Bop Scotch” (1952) sembra rivelare un’anima nascosta e una forza vitale negli oggetti inanimati. Tuttavia, solo con “Allures” (1961) il misticismo di Belson appare più profondamente impegnato nella scienza.  

L’autore, forte delle immagini con cui stava lavorando nei Concerti Vortex (una serie di concerti di musica elettronica accompagnati da videoproiezioni) con Henry Jacobs (presso il Planetario Morrison, dal 1957 al 1959), decide di “combinare strutture molecolari ed eventi astronomici, mescolandoli con fenomeni subconsci e soggettivi”, in una danza che sembra rappresentare il
passaggio dalla materia allo spirito: se l’inizio è quasi puramente sensuale, la fine è forse totalmente non materiale.

Il controllo tecnico del colore e della luce, gli elementi fondamentali della sua produzione cinematografica, è pienamente esposto nei suoi dipinti.

 L’artista si rivolse anche alla geometria e alla fisica per i suoi argomenti. Come nel dipinto “Porazzo Polyhedra” (1965), che raffigura una forma sferica composta da pentagoni ed esagoni, o come le cupole geodetiche di Buckminster Fuller, uno degli eroi di Belson. “Spiral Hall” (1961) ricorda un diagramma di particelle subatomiche, mentre diversi dipinti raffigurano nebulose dai colori vivaci, vaste nuvole di polvere spaziale e stelle.

Nel 1964 Belson ritorna al cinema con “Re-entry”. Rappresenta la pausa causata da scelte economiche e artistiche, ma anche il ritorno sulla Terra dell’astronauta John Glenn. Il film, che sintetizza con successo la cultura yogica e gli elementi cosmologici nella sua arte, per la prima volta astrattendoli e suonandoli con forza entrambi, riesce a trasportare chiunque lo guardi fuori dai confini di sé. Da un’apertura di punti ordinati simmetricamente, muovendosi lungo il piano dello schermo piatto e lungo linee di profondità illusorie, il film si muove come spinto da una forza direzionale, attraverso una serie fluida di colori gassosi con una singola allusione metaforica alle protuberanze solari.

Nel corso dei nove anni successivi, fino al 1973, con “Light”, cortometraggio basato sulla continuità dello spettro elettromagnetico, Belson completò e pubblicò otto film. Immagini amorfe, gassose, simili a nuvole vorticano e si propagano attorno a forme circolari centrali che evocano pianeti e stelle, o ancora stati emotivi che esprimono sia condizioni interiori che forze celesti.

Già da “Allures” aveva trattato la cosmogenesi. Questo uso di esplosioni di stelle, bobine e spirali di energia, bagliori di luce e lampi, ricorre in “Momentum” (1968), “Meditation” (1971) e “Chakra” (1972).

“Momentum” è il film più sereno e gentile di Belson dai tempi di “Allures”: una rappresentazione del sole come un’esperienza allucinatoria quasi onirica, che risulta sia sorprendente che curiosamente realistica.

Invece, in “Meditation” la meditazione pone una maggiore enfasi sul significato spirituale del viaggio della mente verso l’interno. La meditazione diventa qui una metafora visiva di una mente in meditazione, la cui forza non risiede nella precisione con cui rappresenta dettagli specifici degli stati meditativi: i granelli di luce e di nebbia, i colori luminosi, la simmetria e i cerchi, le forme mutanti, sono caratteristici di allucinazioni di molti tipi, e ricorrono in molte varianti nel lavoro di Belson nel suo insieme.

 “Chakra”: l’ordine tradizionale dei chakra diventa un film, iniziando dal primo e proseguendo fino al settimo (superiore). Belson costruisce immagini dalla forma tradizionale, rimodellandole con caratteristiche uniche.

L’ultimo periodo della sua vita lo vedrà lavorare in parallelo tra il cinema d’animazione e gli effetti speciali: di particolare rilievo, nel 1983, realizzò alcuni degli effetti speciali di The Right Stuff di Philip Kaufman.

La carriera cinematografica di Belson si concluderà nel 2005 con “Epiloque”, prodotto dal “Center for Visual Music” quando il Museo Hirshhorn (Smithsonian Institution), con il supporto del NASA Art Program, gli commissionerà un’opera sintetizzante suoni e immagini visionari in un film di dodici minuti, sincronizzata con la poesia sinfonica Isle of the Dead (del compositore lirico Sergei Rachmaninoff).

Immagine: www.centerforvisualmusic.org/Belson/

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