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Demoni e poeti di Kawamoto

Spiriti buddhisti, possessioni, Dalì, draghi e le similitudini con la tragedia greca. Surreale e kafkiano, abile nel fondere mitologia orientale e realismo europeo. Un Maestro dell’animazione giapponese.

Già in tenera età, dopo aver visto le opere di Jiri Trnka, Kihachiro Kawamoto fu affascinato dall’arte della fabbricazione di bambole e marionette, e ancor ventenne, negli anni ’50, ha iniziato a lavorare con Tadahito Mochinaga, primo animatore giapponese a lavorare in stop motion.

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Sarà, tuttavia, solo dopo l’incontro con Jiri Trnka nel 1963, quando viaggiò a Praga per studiare sotto la sua direzione, che Kawamoto, incoraggiato dal maestro ceco, attingerà al ricco patrimonio culturale nipponico. Lo farà con chiari riferimenti all’estetica tradizionale Noh, al teatro di marionette Bunraku e al teatro Kabuki, realizzando così negli anni ’70 le prime animazioni fiabesche come “Il demone” (Oni, 1972), “Il tempio Dojoji” (Dojoji, 1976) e “La casa in fiamme” (Kataku, 1979).

Il demone”, ispirato da una delle leggende contenute nel Konjaku Monogatari, richiama la tradizione religiosa e popolare asiatica degli Oni, rappresentazione buddista e scintoista dei demoni.

Qui la possessione demoniaca diventa peraltro rappresentazione della vecchiaia come malattia, secondo una concezione nipponica affermante che a ogni persona sia concesso un certo ammontare di tempo per vivere sulla terra, e che il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti diventi flebile una volta oltrepassato il proprio limite.

Più semplice per un pubblico occidentale appare invece “Il tempio Dojoji”, che narra dell’amore di una giovane ragazza per un monaco buddista, esaltando l’importanza del tema religioso che risulta centrale nell’opera di Kawamoto. Interessanti appaiono gli sfondi che sono stati creati imitando le antiche decorazioni delle pergamene giapponesi.

Nella narrazione emerge una dimensione popolare nella descrizione della protagonista, innamorata follemente, che intraprende un incredibile viaggio alla ricerca del suo amato, epperò, nel pieno del suo delirio d’amore, si trasforma in un drago che, perso il controllo, provoca la morte del giovane e la sua.

Il terzo cortometraggio, “La casa in fiamme”, trae ispirazione dalla piece di teatro Noh “Motomezuka” e richiama gli stessi elementi delle opere precedenti, soprattutto gli sfondi sono molto simili a quelli di “Il tempio Dojoji”.

La narrazione rappresenta, invece, il tipico conflitto del teatro tragico giapponese, tra Hon’ne (desideri profondi di una persona) e Tatemae (quello che la società richiede ai cittadini), secondo un tipico schema che tipicamente si risolve con la morte. Tale topos narrativo non è in realtà dissimile dalla tragedia greca: si pensi come Antigone muore lottando tra le leggi del cuore e le leggi della polis.

Kawamoto non ha realizzato solamente cortometraggi tragici, pure comici, come Hanaori: una storia è semplice e sempre legata alla religione buddista. Inoltre, tra le sue opere ricordiamo anche quelle realizzate in animazioni ritagliate (kirigami), come “Il viaggio” (Tabi, 1973) e “Vita di un poeta” (Shijin no Shogai, 1974).

Il viaggioè un surreale e visionario collage di quadri (Salvador Dali, René Magritte, Giorgio de Chirico e MC Escher) solo parzialmente animati, ispirati agli avvenimenti di Praga del 1968, durante i quali perse la vita il suo mentore Jiri Trnka. Kawamoto cita non solo i maggiori pittori surrealisti, ma pure il poeta cinese Su Tong-Po (1037-1101), suggerendo una più profonda allegoria buddista.

Vita di un poeta”, adattamento di un racconto di Kobo Abe (1924-1993), è una narrazione kafkiana che ancora una volta consacra la ricerca di Kawamoto alla scoperta del significato della vita: un uomo, schiacciato dalla società industriale, comprende che la sua missione sia quella di diventare un poeta.

Sarà proprio la sua abilità di fondere la tradizione e la cultura del suo paese con la struttura tipica del realismo europeo a consacrarlo maestro del cinema d’animazione giapponese; e ancora, la sua costante decisione di ricercare e usare l’animazione a passo uno, con le bambole giapponesi tipiche del Bunrako, fa emergere la visione di un autore che tenta di mostrare il suo paese utilizzando ogni mezzo espressivo che il cinema può fornirgli.

In Giappone, però, Kawamoto è noto soprattutto per la progettazione dei pupazzi utilizzati nella lunga serie TV basata sul classico letterario cinese “La storia dei tre regni” (Sangokushi, 1982-84), e in seguito per “Storia di Heike” (Heike Monogatari, 1993 -94).

Nel 2003 è stato responsabile della supervisione del progetto “Giorni d’inverno” (Fuyu no Hi), in cui trentacinque dei migliori animatori del mondo (tra cui Yuri Norstein, Alexandre Petrov e Koji Yamamura) hanno lavorato ciascuno su un segmento di due minuti ispirato ai distici renka del celebre poeta haiku Matsuo Basho. Utilizzando l’antica pratica della “poesia a catena” (renga), Kawamoto chiese a ogni regista di aggiungere una breve animazione come “stanza poetica”, proprio partendo dai versi di Basho.

Il libro dei morti” (Shisha no Sho), ispirato da un racconto di Shinobu Orikuchi, a propria volta inspirato a un’antica leggenda, è il suo secondo lungometraggio dopo “Rennyo e Sua madre” (Rennyo To Sono Haha) nel 1981.

“Il libro dei morti” è uno stravagante lungometraggio che appare come una sintesi delle preoccupazioni dell’artista su un mondo che sembra “in stato di panico”: similarmente a “La casa in fiamme”, il personaggio centrale è una giovane e abile donna, studiosa devota al Budda, distratta dalla visione del principe Otsu, che crederà inizialmente il Budda; i due si conforteranno l’un l’altro, avvolti dalla passione, manifestando uno dei grandi interrogativi di Kawamoto, ovvero la difficoltà anche per i morti, qualsiasi sia stata la loro condotta in vita, di riuscire a raggiungere la pace interiore.

Le tematiche affrontate spaziano ancora dalla sofferenza al sollievo spirituale, ponendo sempre enfasi sui temi buddisti dell’illusione della vita terrena e della necessità di disancorarsi da quanto è caduco.

La narrazione ricorda la scrittrice Isak Dinesen, nel suo flusso sereno di eventi e digressioni che si svolgono, mantenendo lo sguardo dello spettatore incantato, come immerso nella bellezza, e tuttavia ogni racconto si conclude in un’epifania filosofica piuttosto che in un avvolgimento coerente di eventi, ricordandoci così che ogni forma superficiale può sussumere plurimi significati eterni e profondi.

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