Complottismo e fobocrazia

I trabocchetti della mente: dagli “psicoreati” ai “recinti percettivi”. L’analfabeta funzionale, il complottista patologico e la psicosi anti-complottista. Chi vive tra cultura e contro-cultura.

Tempo fa ci siamo dedicati a chiarire, in termini “scientifici”, i controversi fenomeni del “complottismo” e del debunking. (1) Trattandosi di questioni di crescente attualità, tuttavia, pare opportuno tornare sull’argomento dedicandogli la dovuta attenzione. Tentare di evitare le trappole della mente, risvegliando l’adulto interiore, anziché «il bambino che è facile preda di rabbia ed emotività, alla ricerca di un colpevole su cui scaricare la paura, o impegnato a negare la realtà», è un giusto proposito in merito a cui altri hanno espresso qui opportune riflessioni. (2)

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Da parte nostra, intendiamo riprendere l’analisi storico-psicologica del fenomeno complottista al fine di sviscerarlo, in tutta la sua complessità, anche alla luce degli ultimi eventi di cronaca. Come si è già visto a suo tempo, mentre l’analfabeta funzionale, che per definizione si colloca agli antipodi del complottista, generalmente è un sempliciotto vittima designata di fake news, se è lecito esprimersi in questi termini, il complottista patologico di contro incarna una persona con disturbi di personalità di tipo paranoide o perfino schizofrenico nei casi più gravi ma, in linea col noto aforisma aristotelico secondo cui «non esiste grande genio senza una dose di follia», di solito possiede un elevato quoziente intellettivo, come dimostra anche la storia reale del Premio Nobel John Nash narrata nel film A Beautiful Mind. (3)

Entrambe le fattispecie del complottista e dell’anticomplottista, come si è argomentato ampiamente, nei loro casi più estremi costituiscono forme di psicosi, seppur di opposto segno, mentre in mezzo si colloca tutta una serie di sfumature di presunta “normalità”, che riguardano soggetti con maggior o minor senso critico. In questa “banda larga” della psiche l’umanità oscilla, pertanto, dagli individui più ingenui e conformisti (quelli che tendono a prendere sempre e comunque per buone le versioni ufficiali) a coloro che sono più acuti e anticonformisti (quelli che criticano maggiormente le versioni mainstream e tendono ad approfondire e verificare le notizie anche qualora provengano da una fonte che di primo acchito parrebbe accreditata). Questo dato di fatto scaturisce anche dalla lettura di un recente articolo teso a illustrare l’evoluzione storico-politica delle “teorie del complotto” fin dal loro esordio alla metà degli anni Sessanta del Novecento con la famigerata operazione di controcultura denominata Operation Mindfuck, nata da un esperimento sociale denominato “Discordianesimo”. (4)

Il Discordianesimo (Discordianism) venne creato da Gregory Hill e Kerry Thornley nel loro libro Principia Discordia, originariamente uscito, in coincidenza con l’omicidio di JFK, nel 1963 e più volte ripubblicato in successive edizioni. (5) Di fatto, esso costituiva ciò che viene di norma definito come una “religione satirica o parodistica”, per quanto un teorico del cospirazionismo potrebbe essere tentato di supporre un differente intento recondito considerato che, come recita il proverbio, “Arlecchino si confessò burlando”.

Da alcuni definita addirittura come una sorta di “Zen per occidentali”, la filosofia discordiana era incentrata sul culto di Eris, la dea Greca del caos, nota ai latini come Discordia. I Principia Discordia contenevano la “Legge dell’Escalation Eristica” (Law of Eristic Escalation), in cui si affermava l’equazione “Imposizione dell’Ordine = Escalation del Caos” (Imposition of Order equals Escalation of Chaos). Il paradigma prendeva le mosse dall’idea che “il Sacro Caos” (The Sacred Chao) fosse tutto ciò che esiste in natura e che, di conseguenza, tanto il disordine quanto l’ordine altro non fossero che semplici illusioni imposte su di esso, a cui ci si riferiva, rispettivamente, come alle illusioni “eristiche” ed “aneristiche”. (6)

Secondo gli studiosi del settore, in tale humus affonderebbero le radici delle odierne teorie complottistiche. Quel primo esperimento ne sarebbe stato il vero e proprio precursore ante litteram. Ragionando quindi sugli sviluppi dei decenni successivi, l’autore dell’articolo apparso su “Wired” fa opportunamente presente come, al di là delle sue derive, l’immaginario del complotto sovente cerchi di narrare «realtà che ci sfuggono (ed è bene che lo faccia)», giacché infatti, «non solo è sano mettere in discussione quello che sappiamo del mondo, ma è anche un modo per svelare la complessità del reale». (7)

Al di là delle proprie versioni caricaturali, in effetti, «l’immaginario del complotto ha anche cercato di raccontare una realtà che, per un motivo o per un altro, spesso ci sfugge. E in questo senso il complotto non è più la narrazione più facile per spiegare il reale, quanto piuttosto quella più complicata. A farla semplice, è semmai il debunker che spiega che le cose stanno così come ti sono state raccontate e punto». (8)

Tedeschi quindi si spinge oltre, nell’ammettere l’evidente semplicismo che contraddistingue la meccanica contrapposizione di cliché ideologici, spiegando come il paradigma di verità fondato sulla netta distinzione “debunker/complottisti”, risponda ad una logica assai pericolosa, in quanto «mette in moto un meccanismo per cui tutto ciò che non fa parte della versione ufficiale e veritiera è paranoico dissenso senza alcun fondamento». E se ci trovassimo, si chiede retoricamente l’autore, nella posizione di contestare, a priori, l’euristica del pensiero critico come processo cognitivo spontaneo, sminuendolo così in maniera incongrua a improbabili fantasticherie? (9)

La verità è che la ragione è morta sotto il fuoco amico di una presunta ragionevolezza e le opinioni ormai si contestano con tifo da stadio, per partito preso. (10) Di certo, spingersi fino a definire “complottisti” coloro i quali si adoperano nel tentativo di smascherare i complotti del potere pare davvero l’esito infausto di una portentosa trappola semantica, degna della “neolingua” (Newspeak) di orwelliana memoria: «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza». (11)

Un simile meccanismo rientra a pieno titolo nel concetto di “modello di propaganda”, avanzato da Edward Samuel Herman e Noam Chomsky nel loro studio La fabbrica del consenso, con cui si tentava di fornire uno schema di funzionamento della propaganda nei mass media, in termini di cause economiche strutturali. Secondo gli autori, i media rappresentano semplicemente imprese che vendono un prodotto (lettori e pubblico, oppure notizie) ad altre imprese (gli inserzionisti pubblicitari). La teoria postula cinque “filtri” che determinano il tipo di notizie di volta in volta pubblicate, che sono: la proprietà; gli introiti (funding); le fonti di notizie (sourcing); la reazione negativa (flak); l’ideologia. (12)

Tutto ciò finisce per determinare quello che taluni autori definiscono come “recinto percettivo”, ovvero una barriera ideale che impedisce di vedere o percepire la realtà per quella che è veramente. Le otto caratteristiche tipiche dei recinti percettivi, che richiamano alla mente i modelli di azione posti in essere dalle sètte religiose, mirano a: 1) sminuire la preda, facendola sentire indifesa e ignorante; 2) imporre regole a cui viene attribuito un fondamento insussistente; 3) spingere alla reciproca delazione; 4) smorzare la coscienza critica; 5) punire chi trasgredisca le regole; 6) incutere timore per il castigo; 7) indurre all’omologazione gratificando chi si adatta supinamente; 8) silenziare chiunque osi sollevare questioni scomode. (13)

Abbiamo ufficiosamente fatto ingresso nell’era della “fobocrazia”: una sorta di nuovo regime del Terrore fondato sulla perenne insicurezza e l’esercizio sistematico dell’arbitrio nel nome di una fantomatica Dea Scienza, nata per partenogenesi dalla Dea Ragione, il cui culto paradossalmente richiede ai propri adepti una fede incrollabile nei suoi sacri dogmi e nei suoi sacerdoti laici. (14) D’altronde, come aveva ammonito Orwell, «l’ortodossia significa non pensare, non aver bisogno di pensare. L’Ortodossia è inconsapevolezza», mentre ostinarsi a ragionare con la propria testa costituisce uno “psicoreato”; abdicare a una simile logica però equivale a morire, giacché «lo psicoreato non comporta la morte: lo psicoreato È la morte». (15)

Per tale ragione lo studio approfondito dei meccanismi della mente e dei vari trabocchetti in cui essa può cadere e rimanere imprigionata ci appare davvero inderogabile in questo preciso momento storico, con l’auspicio che possa servire per liberarsi da tutti i condizionamenti e le manipolazioni una volta per sempre.

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Note: (1) Cfr. Paolo Zanotto, Psicosi “complottista” e “anti-complottista”, in “Rubrics” (23/04/2020): https://www.rubrics.it/psicosi-complottista-e-anti-complottista; (2) Cfr. Antonetta Rosa Monte, Trappole della mente: cercare nemico e negare realtà, in “Rubrics” (07/06/2020): https://www.rubrics.it/trappole-della-mente-cercare-nemico-e-negare-realta; (3) «A Beautiful Mind è un film del 2001 diretto da Ron Howard, dedicato alla vita del matematico e premio Nobel John Forbes Nash jr., interpretato da Russell Crowe, e liberamente ispirato all’omonima biografia di Sylvia Nasar, pubblicata in Italia col titolo Il genio dei numeri»: https://it.wikipedia.org/wiki/A_Beautiful_Mind; (4) Cfr. Francesco Tedeschi, Il complottismo è nato per scherzo, ma è ora di iniziare a capirlo, in “Wired” (1 Jun, 2020):

Il complottismo è nato per scherzo, ma è ora di iniziare a capirlo
(5) «Between the first edition of the Principia Discordia, run off on Jim Garrison’s Xerox machine in 1963, and the fourth edition, published by Rip-Off Press in Berkeley in 1969, only 3,125 copies of that basic Discordian text were ever distributed»: Robert Anton Wilson, Cosmic Trigger I: Final Secret of the Illuminati, Scottsdale (AZ), New Falcon Publications, 1992, p. 65 [1ª edizione: Twenty-fourth Printing editions, 1977]; (6) «THE SACRED CHAO is the key to illumination. […] The Sacred Chao symbolizes absolutely everything anyone need ever know about absolutely anything, and more! It even symbolizes everything not worth knowing, depicted by the empty space surrounding the Hodge-Podge. […] The Aneristic Principle is that of APPARENT ORDER; the Eristic Principle is that of APPARENT DISORDER. Both order and disorder are man made concepts and are artificial divisions of PURE CHAOS, which is a level deeper that is the level of distinction making. […] The belief that “order is true” and disorder is false or somehow wrong, is the Aneristic Illusion. To say the same of disorder, is the ERISTIC ILLUSION»: THE MAGNUM OPIATE OF MALACLYPSE THE YOUNGER, Principia Discordia: or How I Found Goddess And What I Did To Her When I Found Her Wherein is Explained Absolutely Everything Worth Knowing About Absolutely Anything, Be Ye Not Lost Among Precepts of Order…, THE BOOK OF UTERUS 1;5, pp. 00049 e ss. (https://www.principiadiscordia.com/book/56.php); (7) Francesco Tedeschi, loco citato; (8) Ibidem; (9) Ibidem; (10) «Preoccuparsi del fatto che una determinata affermazione sia vera o meno manca l’obiettivo: persuadere l’altra squadra a cambiare richieste, per convincerla che starebbe meglio con delle aspirazioni diverse. È un progetto politico. Ed è giusto quindi che venga trattato come tale; anche perché innalzare le big tech a capro espiatorio significa ridurre il tutto all’ennesimo complotto»: Ibidem; (11) «War is peace. Freedom is slavery. Ignorance is strength»: George Orwell, Nineteen Eighty-Four: A Novel, London, Secker & Warburg, 1949, trad. it. 1984, Verona-Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1950; (12) Cfr. Edward S. Herman and Noam Chomsky, Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media, New York, Pantheon Books, 1988, trad. it. La fabbrica del consenso: ovvero la politica dei mass media, con il saggio “Lo specchio in pezzi: il caso italiano” di Alberto Leiss e Letizia Paolozzi, Milano, Marco Tropea Editore, 1998; (13) Cfr. Elisa Renaldin, Riaccenditi! Riscopri la tua natura più autentica e vivi la vita che vuoi, Milano, Anima Edizioni, 2019; (14) «[…] Il dominio della paura, il potere esercitato attraverso l’emergenza sistematica, l’allarme prolungato. Si diffonde timore, si trasmette ansia, si fomenta odio. Vengono suggerite minacce immaginarie, amplificati pericoli reali. La fiducia svanisce, l’incertezza ha il sopravvento. La paura perde la direzione e prorompe in panico. La psicopolitica non è una novità di questi tempi. Se la paura domina gli animi, allora con la paura è possibile dominare gli animi altrui. […] Oggi la paura è piuttosto un’atmosfera. Ciascuno è consegnato al vuoto planetario, esposto all’abisso cosmico. Non occorre un avvertimento diretto, perché i rischi sembrano provenire dall’esterno. Nella sua apparente assenza il potere minaccia e rassicura, esalta il pericolo e promette tutela – una promessa che non può mantenere. Perché la democrazia post-totalitaria richiede la paura e sulla paura si fonda. Ecco allora il circolo perverso di questa fobocrazia. Suspense e tensione si alternano in una veglia permanente, in un’insonnia poliziesca, che provoca incubi, abbagli, allucinazioni. Si accendono e si spengono focolai di apprensione collettiva, si induce lo stress a intermittenza, fino a raggiungere l’apice dell’isteria collettiva, senza alcuna strategia e senza chiari scopi, se non la chiusura immunitaria di una comunità passiva, disgregata, depoliticizzata. Così il “noi” fantasmatico si sottomette temporaneamente all’emergenza e ai suoi decreti. Ma questa fobocrazia ha una presa provvisoria e rischia a sua volta di essere destituita e detronizzata dall’ingovernabile virus sovrano che vorrebbe governare»: Donatella Di Cesare, Il tempo della fobocrazia, in “L’Espresso” (19 Marzo 2020); «La situazione attuale ne è la prova. Paura e potere sono due variabili della stessa equazione. Quella del primato dei governanti sui governati. Quella che rende possibile che un uomo decida per un altro. La sottomissione in cambio di una garanzia»: Axel Sintoni, Fobocrazia: la paura non ha più corpo, è diventata Potere, in “Ultima Voce” (19 Marzo 2020); (15) «Orthodoxy means not thinking — not needing to think. Orthodoxy is unconsciousness. […] Thoughtcrime does not entail death: thoughtcrime IS death»: George Orwell, op. cit., libro I, capp. 2 e 5.

Immagine: Photo by Brandi Ibrao on Unsplash

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