Shintoismo: chi o cosa sono i Kami?


Nel pantheon giapponese con questo termine si apre un universo di cose, dagli spiriti della natura, agli avi, alle divinità. Attualmente la tradizione conta più di 8 milioni di Kami. 

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Il pantheon scintoista vanta ben più di otto milioni di kami. E nonostante l’influenza dell’antica civiltà cinese, la maggior parte della mitologia e della religione giapponesi è autoctona, abbracciando tradizioni scintoiste e buddhiste, ma anche credenze popolari legate all’agricoltura, nelle quali diventa difficile distinguere che cosa sia veramente “mito”.

Per noi occidentali risulta interessante comprendere il loro concetto di divinità “kami”.

Soprattutto, nel periodo Edo, si diffuse la concezione che kami si riferisca a qualcuno al di sopra di sé stessi, e dal momento che si narra che i kami risiedano nel “takama no hara”, essi vengono definiti come coloro -che stanno “sopra”-.

Dal periodo Meiji in poi, questa concezione entrerà sempre più nell’immaginario dell’uomo comune.

Da un punto di vista strettamente etimologico il concetto di kami può riferirsi alla moltitudine di amatsukami, che risiedono nella volta celeste del takama no hara, e kunitsukami, che invece sarebbero i kami nativi della terra del Giappone, insieme agli spiriti e alle famiglie potenti che esistevano in Giappone precedentemente alla mitica discesa del nipote celeste, e ancora agli spiriti presenti nei templi, e a essi consacrati;

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ma continuando ancora, kami potrebbe riferirsi a tutte quelle meravigliose cose che, essendo dotate di poteri particolari, difficili da trovare in questo mondo, incutono timore reverenziale in noi: purché sia dotato di particolari poteri, infatti, la natura del kami può esprimersi attraverso fenomeni naturali, attraverso oggetti rituali, o anche attraverso la possessione spiritica di corpi umani, inducendo al takusen, ovvero al proferire oracoli.

Dunque, come in uno stato invisibile, i kami esisterebbero, e il loro stato rimarrebbe come in uno stato sospeso, sino allo yorishiro (manifestazione), che si esprimerebbe una forma concreta, mai astratta, quali entità ideali o concettuali.

Non bisogna tralasciare neppure la categoria dei kami umani che comprende sia persone che sono vissute in ere precedenti, tra cui figure storiche riverite per il loro valore, praticanti e miko noti per le loro abilità curative o di proferire oracoli, sia pure persone ancora in vita, denominate ikigami (divinità viventi).

In termini di pensiero religioso, i singoli esseri umani sono quindi visti come mikogami, o bunrei, porzioni di spirito ripartite dall’originale “kami genitore”, che, a sua volta, rappresenta l’origine principale di tutta la vita presente in cielo e in terra. E quindi vivendo una vita attenta a quel rapporto originale kami-natura, qualsiasi individuo può diventare un kami.

La spiegazione del concetto di kami, riportata sin qui, vale per i kami in senso stretto.

Nello scintoismo però costituiscono ancora oggetto di culto i gairaishin, espressione traducibile come “i kami che vengono da fuori”, che risulta poco chiara nella definizione e lascia spazio a varie interpretazioni.

Dobbiamo quindi distinguere tra i banshin, che sono arrivati da un altro paese, a differenza degli indigeni tenjinchigi del Giappone, i  marōdogami, ovvero i kami non indigeni, ma invitati al di fuori della comunità locale, e infine i raihōshin, cioè i kami itineranti che visitano periodicamente la comunità locale del villaggio, portando felicitazioni e benedizioni.

Il concetto di kami va quindi ancora oggi considerato in continua evoluzione, sebbene la loro presenza nella vita giapponese sia rimasta costante: se nelle antiche religioni animistiche, i kami erano considerati semplicemente le forze divine della natura, nel corso dei secoli i conflitti sociali e politici hanno svolto un ruolo chiave nello sviluppo di nuovi tipi di kami, portando a un pantheon che cambia costantemente nella definizione e nella portata, rimanendo quindi oggetto di disquisizioni teologiche, che generalmente si basano sui contributi di alcuni intellettuali del kokugaku del periodo Edo.

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La cultura popolare giapponese ha permeato e continua a permeare l’immaginario euro-americano, plasmando visioni contaminate e promuovendo ibridazioni spesso pregne di interessanti spunti di riflessione. Lo scintoismo, in particolare, è una materia complessa da affrontare, non lineare viste le sue numerose diramazioni, ma il volume “Lo Scintoismo” di Marco Milone permette di colmare la sete di conoscenza di chi vuole approfondirlo, descrivendone ogni aspetto attraverso una prosa chiara e lasciando al contempo soddisfatti e desiderosi di apprendere ancora.

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