Quando la fotografia doveva mascherarsi

Il Pittorialismo, ovvero: tolleranza tra arte e fotografia. Dallo sdegno di Baudelaire, alla consacrazione artistica con Alfred Stieglitz, mezzo secolo dopo.

Quando, nell’agosto del 1839 il ministro François Aragò presentò all’Accademia delle Scienze di Parigi e quindi a tutto il mondo, la prodigiosa scoperta di Louis Daguerre provocò grande scalpore, e da quel momento per la neonata Fotografia iniziò una lunga lotta verso l’elevazione a forma d’arte.

Iniziarono subito cospirazioni atte a diffondere dubbi e perplessità nei confronti del neonato mezzo tecnologico che aveva come unica colpa la presunzione di poter riprodurre la verità.

Uno dei primi accusatori, ma che non sdegnò di farsi ritrarre dai più celebri fotografi del momento, fu Charles Baudelaire. Il poeta maledetto la riteneva il rifugio dei pittori senza fantasia, in altre parole una temibile nemica dell’immaginazione, un escamotage di chi non possiede costanza negli studi. Per Baudelaire l’arte è la negazione della naturalità, la fotografia quindi ritraendo nella sua verità la natura non può che esserne l’opposto. Nel suo Salon del 1859 scrive:

«E’sorta in questi deplorevoli giorni una nuova industria che ha contribuito non poco a distruggere ciò che di divino forse restava nello spirito francese. Qualche scrittore democratico ha dovuto vedere in questo il diffondere a buon mercato nel popolo il disgusto della storia e della pittura, commettendo così un doppio sacrilegio e insultando, a un tempo, la divina pittura e l’arte sublime del commediante. Che un così stupido complotto, nel quale si trovano, come in tutti gli altri, i malvagi e i gonzi, possa riuscire in modo assoluto non credo, o almeno non voglio credere; ma sono convinto che i progressi male applicati della fotografia abbiano contribuito molto, come d’altronde tutti i progressi puramente materiali, all’impoverimento del genio artistico francese, già così raro. La poesia e il progresso sono due ambiziosi che si odiano d’un odio istintivo, e, quando s’incontrano sulla stessa strada, bisogna che uno dei due serva l’altro. Se si concede alla fotografia di sostituire l’arte in qualcuna delle sue funzioni, essa presto la soppianterà o la corromperà del tutto, grazie alla alleanza naturale che troverà nell’idiozia della moltitudine. Bisogna dunque che essa torni al suo vero compito, quello di essere la serva delle scienze e delle arti, ma la serva umilissima, come la stampa e la stenografia, che non hanno ne creato ne sostituito la letteratura. Arricchisca pure rapidamente l’album del viaggiatore e ridia ai suoi occhi la precisione che può far difetto alla sua memoria, adorni pure la biblioteca del naturalista, ingrandisca gli animali microscopici, conforti perfino di qualche informazione le ipotesi dell’astronomo; sia, insomma, il segretario e il taccuino di chiunque nella sua professione ha bisogno di un’assoluta esattezza materiale, fin qui nulla di meglio. Salvi pure dall’oblio le rovine cadenti, i libri, le stampe e i manoscritti che il tempo divora, le cose preziose di cui va sparendo la forma, che chiedono un posto negli archivi della nostra memoria: sarà ringraziata e applaudita. Qual uomo, degno del nome d’artista, o che ami veramente l’arte, ha mai confuso l’arte con l’industria. L’arte ha sempre meno il rispetto di se stessa, si pro- sterna davanti alla realtà esteriore, e il pittore si fa sempre più incline a dipingere, non già quello che sogna, ma quello che vede. E permesso supporre che un popolo i cui occhi si abituino a considerare i risultati d’una scienza materiale come prodotti del bello, dopo un certo tempo si trovi con la facoltà di giudicare e sentire ciò che vi è di più etereo e di più immateriale singolarmente attenuata?» (C. Baudelaire, Salon 1859).

L’unico soluzione che poteva adottare la fotografia per poter essere riconosciuta come una nuova forma artistica era dunque quella di attingere dalla Pittura e prendere spunto dai grandi artisti del momento, gli Impressionisti. Nascerà così, anche se involontariamente, un tollerante compromesso tra le due forme artistiche, incominciando dall’ospitalità concessa dal grande fotografo Felix Nadar nel suo Atelier in Boulevard des Capucines, a Parigi, per la presentazione del Manifesto Impressionista del 15 aprile del 1874 a seguito del rifiuto da parte di tutti i Salons ufficiali parigini.

Gli Impressionisti scoprono da subito che la fotografia può fermare l’attimo, congelarlo, un elemento prezioso per chi come loro lavorava all’aperto condizionato dal continuo mutare della luce. Fotografia e Impressionismo sono figlie quindi dello stesso interesse e cioè l’uso e il trattamento della luce per la creazione delle immagini. Risultò quindi inutile demonizzare la tecnologia, anche perché già nel periodo Rinascimentale i pittori la utilizzavano usando la camera oscura per definire meglio le prospettive e migliorare visivamente lo stile pittorico. Gli Impressionisti seguono le orme degli antenati Rinascimentali, dei Vedutisti e Rovinisti del Seicento, usando la fotografia come un valido strumento per migliorare le proprie prestazioni. Jean Ingres per esempio era solito indirizzare i clienti che volevano frasi ritrarre da lui da Felix Nadar per farsi prima immortalare e facilitare il suo lavoro, lo stesso Edouard Manet si servì di un ritratto di Nadar per il ritratto che fece successivamente a Baudelaire.  

Nonostante tutto solo nel 1891 il Congresso di Vienna legittima il Pittorialismo come pratica artistica. Tra i primi Pittorialisti troviamo il fotografo O. G. Rejlander, specialista nell’utilizzo del Fotomontaggio, tecnica da lui impiegata per fare comprendere che la fotografia è sì cosa semplice, ma ottenuta con un procedimento complesso e che può essere utilizzata per temi ideali e non soltanto documentari o naturalistici. Nel 1857 espone il suo capolavoro “Le due strade della vita”, un omaggio a un quadro di Thomas Couture del 1847, conservato oggi al Musée d’Orsay di Parigi, dal titolo “I Romani della decadenza”. Rejlander lo utilizza per mettere a confronto fotografia e pittura, l’opera però è rifiutata dalla giuria del Photographic Exibition di Edimburgo perché giudicata immorale, fortunatamente passerà alla storia per essere stata acquistata dalla Regina Vittoria.

A Prendere le difese della Fotografia e a dettare le regole su cosa era da considerarsi artistico furono le Riviste. Nel 1904 Annibale Cominetti fondò a Torino, capitale della fotografia italiana dell’epoca, la Rivista “LA FOTOGRAFIA ARTISTICA”, che pubblicò fino al 1917, ovvero fino a quando la Guerra spazzò via i temi tipici della rivista per dar spazio a reportage e fotografia documentaria. A traghettare il Pittorialismo dall’Europa al Nuovo Mondo importandone i dogmi, sarà invece Alfred Stieglitz, un americano, di origini tedesche ed ebree. Sarà lui a emancipare la fotografia in America elevandola a cospetto delle altre arti, mettendola in competizione con la pittura e regalandogli un’identità nazionale. Il 1 gennaio del 1903 fonda a New York, CAMERA WORK, cinquanta numeri, ricchi non solo di fotografie stampate divinamente, ma di poesie, saggi filosofici il tutto in completa tolleranza di arte e intenti.

Oggi sembrano impossibili tali vicissitudini della Fotografia che per altro sono state le stesse che ha affrontato il Cinema prima di salire a pieno titolo sull’Olimpo delle arti. La storia quindi insegna che è solo attraverso la tolleranza, in questo caso intellettuale, che si può progredire e migliorarsi.

Immagine: “I Wait”, di Julia Margaret Cameron

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