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L’arte di trasformarsi davanti all’obiettivo

E’ dall’Ottocento che l’arte sconvolge e supera status e ruoli sociali: gli “influencer”, donne travestite da uomini e uomini da donne. Personificazioni mitologiche e sogni proibiti. Con Achille Lauro, nulla di nuovo. Il crossdressing in fotografia.

Non è stato il cantante Achille Lauro con le sue mises sfoggiate al Festival di San Remo, neppure l’icona Marlene Dietrich, immortalata dal grande Eugene Robert Richee o Tony Curtis e Jack Lemmon in “A qualcuno piace caldo” di Billy Wilder, ad anticipare la moda del farsi ritrarre in altre vesti. Già nei primi Atelier della Parigi di fine Ottocento dove la fotografia muove i primi passi, in molti fanno a gara per farsi immortalare, travestiti da quello che in realtà vogliono essere.

La nuova nata tra le invenzioni, la fotografia, la più democratica tra le arti, è stata la prima ad assecondare la voglia di trasgressione regalando, scevra da ogni pregiudizio, la possibilità di essere realmente sé stessi.

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Ed ecco quindi che timidi signori e signore della borghesia parigina, in perfetto stile contemporaneo e anticonvenzionale bohémien, si recano negli Atelier fotografici dove, coadiuvati da validi assistenti del fotografo, vengono trasformati nello loro icone, nulla importa se la barba tradisce la realtà, la fotografia va ben oltre, e l’immaginazione anche.

Tra le prime a capire il potere mediatico della fotografia è stata Virginia Oldoini, ovvero la Contessa di Castiglione, le sue esibizionistiche immagini sono inoltre da considerarsi il primo caso di fotografia di moda. I suoi travestimenti prediligevano figure storiche, immagini ieratiche di suore, raffigurazioni della Madonna o semplicemente selfie narcisistici. La sua libertà di giocare al travestimento e il suo saper osare, diventarono il sogno proibito delle signore di quel tempo che, invidiose della sua audacia, tentarono invano di rapirne il fascino, consacrandola a influecer” dell’epoca e regalandoci una magnifica realtà iconografica.

Ma quali sono le motivazioni che portano l’essere umano a mettersi a nudo davanti alla macchina fotografica?

Roland Barthes nel suo libro “La camera chiara” dice: «Io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui gli serve per far mostra della sua arte», mentre Judy Weiser, pioniera della fototerapia sostiene che le fotografie sono orme della nostra mente, specchi delle nostre vite, riflessi del nostro cuore. Il travestirsi davanti all’obiettivo potrebbe essere la voglia di liberare desideri inconsci del nostro io o voler cambiare uno status che in quel momento della vita ci opprime.

Nell’Ottocento per una donna farsi fotografare vestita da uomo significava ambire al potere e all’indipendenza, prerogativa del sesso maschile a quell’epoca, mentre per un contadino travestirsi da reale significava il desiderio di cambiare il suo status sociale, almeno per un attimo.

Marcel Duchamp usa per esempio l’arte del travestimento in fotografia per abbattere arcaiche definizioni di genere; con la creazione del personaggio di Rose Sélavy sfida le opinioni dei benpensanti dell’epoca e mette in scena il suo alter ego femminile in stile anni Venti.

L’eccentrico Luigi Ontani, tra gli artisti più rappresentativi dell’arte contemporanea degli anni Sessanta e Settanta, utilizza il travestimento per ottenere un’alterità che non gli appartiene, inscena personificazioni di figure storiche e mitologiche appartenenti al mondo dell’arte e della letteratura, veri e propri tableaux vivants che traduce in fotografie; il corpo per Ontani è uno strumento che fa rivivere il passato attraverso il travestimento e la fotografia ne è testimone.

Cindy Sherman nel 1978 nella sua opera Untitled Movie Stills, in 69 fotografie si trasforma nelle star del Cinema, i suoi camaleontici travestimenti non sono altro che un grido di ribellione verso una società omologante.

A ricalcare le sue orme sarà Yasumasa Morimura, l’uomo dai mille volti, che la omaggerà vestendo i suoi panni nella famosa “To my little sisters: for Cindy Sherman”. Il trasformista giapponese utilizza il suo volto per sostituirsi a grandi personaggi iconici della cultura e della storia dell’arte. Con una dissociazione della realtà e utilizzando la strategia dell’inganno visivo vuole forse sottolineare disagio profondo che ha il popolo giapponese nei confronti della cultura occidentale oppure solo il desiderio di tratti somatici differenti.

Ad andare di moda oggi è il cosplay, ovvero l’arte di mascherarsi da qualsiasi cosa. A precorrere il fenomeno è stata Mariko Mori che per prima, ispirandosi al mondo dei videogiochi, si è fatta fotografare in luoghi artificiali. Klaus Pichler, fotografo australiano, affascinato da questa realtà ha pensato di ritrarre gli amanti di questa nuova tendenza nell’intimità delle loro abitazioni.

La fotografia ha dunque quella ambiguità che le permette di essere reale, ma nello stesso tempo di poter fissare un tempo estetico diverso da quello assoluto, dove trova spazio l’immaginazione e la voglia di ricercare un altro sé. I motivi psicologici di questa clonazione dell’io sono forse da ricercare nell’aspetto tecnologico della fotografia che la elegge ad essere il mezzo perfetto per la fuga da sé stessi; con essa, come afferma Jeffrey Deitch,si puòcostruire il nuovo a cui si anela, liberi dal proprio passato e del proprio codice genetico.

Già André Disdéri, l’inventore del formato fotografico “Carte de Visit “, nel suo trattato del 1862 “L’Art de la Photographie” scrive nei confronti dei suoi clienti: «L’apparecchio fotografico invece di indurre i soggetti a mettere in risalto la propria personalità sembra eccitare in loro, al contrario, l’impulso a nascondersi e a travestirsi, a deidenficarsi. Il modello anziché definire la propria rassomiglianza cerca di assomigliare a qualcun altro»… dunque nulla di nuovo all’orizzonte.

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