La bellezza muta di Peter Hutton


Lo stile contemplativo di un cinema che annulla l’osservatore per l’osservazione, viaggiando per città e lavoratori.

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Peter Hutton è un regista, noto principalmente per i suoi ritratti cinematografici muti di città e paesaggi di tutto il mondo. Seguendo la tradizione diaristica di Ralph Steiner, Rudy Buckhardt,Nathaniler Dorsky, Larry Gottheim e Andrew Noren, la sua costruzione è un’opera radicale e singolare, come una sorta di documentario primitivo, muto, che celebra la bellezza del mondo senza dimenticare di osservare le persone e le condizioni in cui vivono e lavorano.

A differenza di Ernie Gehr che ritrae tipicamente la strada come il luogo delle energie passate e presenti, e altri cineasti che si concentrano sulla fauna umana della scena urbana, Hutton evoca le epifanie solitarie dell’esploratore metropolitano. E le immagini squisite di Hutton, lo stile di osservazione preciso e l’uso di riprese lunghe e il silenzio incoraggiano la mente a vagare come durante un lungo viaggio. D’altronde Hutton, ex marinaio mercantile, ha trascorso circa quarant’anni a viaggiare intorno al mondo, spesso su navi da cargo, per creare studi del luogo sublimemente meditativi, fotografati in modo luminoso e intimamente diaristici.

Dal fiume Yangtze alla città industriale polacca di Lodz, e da nord dell’Islanda in un cimitero di navi sulla costa del Bangladesh, I suoi diciotto film rivelano un artista dedito a risvegliare un modo più contemplativo e spontaneo di osservare e immaginare il mondo in cui tutto appare grande e sovradimensionato rispetto alla condizione umana come misure fisiche stimolanti appunto della capacità fuori misura dell’umanità per il duro lavoro e l’immaginazione sconfinata, con cui superiamo l’isolamento della condizione umana.

Hutton era solito descrivere i suoi film come “diaristici senza essere autobiografici” per indicare proprio la costruzione di un soggetto che osserva, annullando la propria presenza per poi ritrovarne la personalità riflessa in ogni ambiente che riprende. La sua predilezione per il campo lungo, come pure l’enfasi sulla distanza fisica tra osservatore e soggetto, tendono a produrre un mondo ossessionantemente svuotato.

Nonostante il loro rigore formale, i film di Hutton non sono strutturalmente sistematici, né particolarmente naturalistici, essendo contrassegnati dal romanticismo tipicamente austero dell’artista.

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I suoi film muti, solitamente monocromatici, suggeriscono degli album fotografici in cui ogni immagine risulta come autonoma, e dove composizione, tonalità e scala sono più importanti del movimento che talora con precisione proviene semplicemente dal vento, oppure da un leggero spostamento dell’illuminazione. Difatti è proprio il modo in cui la luce riempie uno spazio particolare che ne definisce il soggetto, quasi come se Hutton gestisse la tensione mantenendo un’immagine fissa sullo schermo.

I suoi film, sebbene apparentemente semplici, offrono una lezione sull’arte di vedere e di modellare immagini. Sia che cerchi il ricordo del passato sbiadito di una città o che rifletta sugli effetti atmosferici fuggitivi della natura, Hutton sembra come scolpire con il tempo: ogni film si svolge in una silenziosa fantasticheria, con una serie di lunghe inquadrature singole riprese da una posizione fissa, che rimandano alle origini del cinema e alle tradizioni della pittura e della fotografia.

Il suo “Budapest Portrait” (1895) suggerisce alternativamente le fotografie di Eugène Atget e Bernd e Hilla Becher, diventando quasi un saggio sulla naturalizzazione del paesaggio urbano. A parte i ritratti ravvicinati di due vecchi straccivendoli e una successione di anziane contadine, ogni altra persona mostrata è dominata dall’ambiente circostante come a enfatizzarne la matrice sociale di questa giungla d’asfalto in cui la presenza umana viene  semplicemente suggerita da segni indessicali quali fotografie, ombre o fori di proiettili. Questa relativa assenza della figura, insieme al duro chiaroscuro della luce invernale, induce uno struggente senso di solitudine, quasi di isolamento, in cui la città, voluttuosamente grigia, consumata e vissuta, diventa come la scenografia di un dramma invisibile.

Budapest viene rappresentata come una città che sta inesorabilmente diventando europea, perdendo la propria identità, come evidenzia Hutton soffermandosi sulle arcaiche insegne al neon e su immagini pubblicitarie sbiadite suggerendone l’inconoscibilità di una cultura straniera. La sensazione che emerge è quella costante di tutti i suoi film, ovvero dell’evocazione di un mondo perduto.

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