Il terrore della pandemia: tra sociopatia e apofenia

Il confine tra legittimo timore e panico immotivato. Prima del 2020 la paura era respinta, oggi è (troppo) elevata a valore. Un demone da esorcizzare.

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In alcuni precedenti interventi si è cercato di porre in luce taluni aspetti correlati a particolari atteggiamenti psicotici suscitati, fondamentalmente, dal vero e proprio “terrorismo mediatico” sviluppatosi dal febbraio 2020 in poi, nonché gli esiti nefasti di un simile atteggiamento che preludevano all’ingresso in quella che veniva definita come l’era della “fobocrazia”. (1) Nel frattempo, la situazione sembra essere rapidamente precipitata.

Appare dunque necessario scardinare, una volta per tutte, la contrapposizione – realmente anti-scientifica – fra narrazione mainstream da una parte e “complottismo” dall’altra. In simile prospettiva, si era già cercato di documentare adeguatamente l’inedito quanto allarmante fenomeno dell’“anti-complottismo”, che poggia le sue fondamenta su un dilagante “analfabetismo funzionale” nonché su precisi “meccanismi di difesa” psicotici, riconducibili alla macrocategoria della “negazione”, tramite cui la mente tende inconsciamente a obliterare in modo selettivo gli eventi e i ricordi. (2)

A tal fine viene sapientemente utilizzato il set completo degli strumenti di “cancellazione”, “generalizzazione” e “distorsione” di cui si compone il lessico della “grammatica trasformazionale”, applicato a quello che in programmazione neuro-linguistica si suole definire “metamodello”. (3)

Esclusi i casi conclamati di “complottismo”, in base alla sua corretta definizione, si è cercato inoltre di porre in luce come per contro, assai spesso, vengano erroneamente etichettati come tali quelli che, nella più estrema delle ipotesi, sarebbero da inquadrare semmai come esempi virtuosi di “apofenia”. (4)

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In simile prospettiva, in pratica, gl’individui potrebbero in realtà essere consci dell’esistenza di schemi occulti che sfuggono ai più, anziché – come credeva Klaus Conrad (5) – autori di un’“immotivata visione di connessioni” giustificata unicamente da un’“anormale significatività”. Piuttosto che creare trame inesistenti, insomma, certi individui potrebbero possedere l’abilità di percepire strutture definite in situazioni apparentemente prive di senso per gli altri. (6)

Le strutture sociali e legali a carattere piramidale che l’umanità ha consentito venissero sviluppate nel corso della Storia, d’altronde, costituiscono esattamente il genere di gerarchie dominanti che, senza alcun dubbio, favoriscono i soggetti sociopatici. Un essere umano che operi con una sana mentalità cooperativa presenta una scarsa inclinazione all’aggressività e all’amoralità, che invece richiede il darwinismo sociale al fine di emergere in ambito politico ed economico.

Il sociopatico non sceglie la propria visione del mondo in maniera consapevole ed è semplicemente incapace di comprendere il motivo per cui le persone “normali” decidano di autolimitarsi nelle proprie potenzialità in favore di un atteggiamento più empatico verso i propri simili.

Con ogni evidenza, il suo bambino interiore non è mai cresciuto e, pertanto, manterrà un atteggiamento “egotistico”, tipico della fase infantile, dominato da un profondo attaccamento alla propria sicurezza personale, reagendo impulsivamente e con ferocia contro qualsiasi presunta minaccia alla propria incolumità. A fronte di un simile atteggiamento, dunque, il soggetto agisce con un comportamento talmente immaturo da risultare perfino disarmante. (7)

Proprio come un bambino, di fronte a qualunque insidia a questo aspetto inconscio e nevralgico della sua visione esistenziale, il soggetto replicherà urlando disperato: «Smettila di minare le mie certezze, altrimenti l’imperfetto modello del mondo che mi sono creato attraverso le mie limitate capacità cognitive finirà per crollarmi addosso miseramente ed io resterò sepolto sotto alle sue macerie!». È questo, senz’altro, il più profondo motore psicologico della negazione della cospirazione, per quanto se ne possano sicuramente individuare anche altri. (8)

Riguardo poi agli effetti psicologici del fenomeno, la “pandemia” ha finito per deformare la mentalità umana, convertendo la paura in un vero e proprio valore intellettuale. Il panico viene spacciato come l’opzione più ragionevole e coloro i quali vi si oppongono vengono etichettati come “barbari pericolosi”: «Per la prima volta nella storia umana, la paura è ora considerata un segno di superiorità intellettuale, mentre la scelta di resistere al panico è vista come una stoltezza ostinata. […] I pensatori indipendenti che desiderano un po’ di ripristino della normalità pur vivendo con il rischio virale sono visti come stupidi, egoisti o del tutto criminali». (9)

Non v’è dubbio che tale fenomeno rappresenti, ancora una volta, un ulteriore prodotto dell’era narcisistica nella quale viviamo. La paura, in effetti, è uno stato emotivo primario, dominato dall’istinto, ossia dall’impulso «consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso: più o meno intenso secondo le persone e le circostanze, assume il carattere di un turbamento forte e improvviso, che si manifesta anche con reazioni fisiche, quando il pericolo si presenti inaspettato, colga di sorpresa o comunque appaia imminente». (10)

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Resta il fatto che, prima del 2020, la paura rappresentava uno stato d’animo esecrabile, da respingere senza esitazioni. Per quanto non costituisse necessariamente una reazione emotiva di debolezza, essa veniva comunque identificata alla stregua di una minaccia reale per il naturale e corretto sviluppo della civiltà. Oggi, per contro, simile visione del mondo è stata radicalmente posta in discussione al punto da risultare del tutto sovvertita. (11)

Occorre piuttosto riappropriarsi del coraggio, che non presuppone affatto la negazione della paura stessa, ma piuttosto la profonda convinzione interiore che vi sia qualcos’altro di ben più elevato e importante. Il vero nemico è proprio la paura! «Viviamo nella paura, ed è così che non viviamo», ha detto il Buddha. Sempre questo grande maestro spirituale, d’altronde, ci ha donato un messaggio di fiducia nell’avvenire rammentandoci di non disperare, giacché «tutto ciò che ha un inizio, ha una fine». Tuttavia, egli ci ha ammonito anche su come «niente se ne va, prima di averci insegnato ciò che dobbiamo imparare».

Come insegnava Zygmunt Bauman, già prima di quest’ultimo flagello, «la paura è il demone più sinistro tra quelli che si annidano nelle società aperte del nostro tempo. La presenza di tremori esistenziali non è una novità, ma quella che ci è entrata dentro, snaturando le abitudini quotidiane, è una paura nuova. A covarla e alimentarla provvedono l’insicurezza del presente e l’incertezza sul futuro». (12)

Quale lezione ci resta ancora da apprendere, dunque, prima di poter esorcizzare questo terribile demone una volta per tutte?

NOTE: (1) Cfr. Paolo Zanotto, Complottismo e fobocrazia, in “Rubrics”, 03/09/2020 (https://www.rubrics.it/complottismo-e-fobocrazia); (2) Cfr. Paolo Zanotto, Psicosi “complottista” e “anti-complottista”, in “Rubrics”, 23/04/2020 (https://www.rubrics.it/psicosi-complottista-e-anti-complottista); (3) Cfr. Paolo Zanotto, L’ostetricia del pensiero. La tecnica maieutica nel coaching e nella dialettica socratica, Siena, Editoriale Logos, 2008 [1ª edizione: 2007], pp. 32-35; (4) Con il termine “apofenia” (dal greco ἀποφαίνω, composto da apo, “via da” e phainein, “mostrare, far vedere”, anche se la seconda parte del termine potrebbe essere phren, “mente”) s’intende la percezione spontanea di connessioni significative tra fenomeni che apparentemente non avrebbero alcuna relazione fra loro; (5) Cfr. Die beginnende Schizophrenie. Versuch einer Gestaltanalyse des Wahns, von K. Conrad, Direktor der Universitäts-nervenklinik Göttingen, mit 3 abbildungen, Stuttgart, Georg Thieme Verlag, 1958; (6) Il neurologo svizzero Peter Brugger, per contro, citando un esempio avanzato e deteriore di “apofenia” menzionava l’atteggiamento assunto dagli psicanalisti, i quali tendono a cercare conferme improbabili alla propria teoria in modi alquanto creativi. Secondo un analista, ad esempio, la conferma della teoria dell’“invidia del pene” sarebbe da ravvisarsi nel fatto che le donne più frequentemente rispetto agli uomini tendano a non restituire la matita adoperata per completare test psicanalitici. Si veda in proposito Peter Brugger, From Haunted Brain to Haunted Science: A Cognitive Neuroscience View of Paranormal and Pseudoscientific Thought, in Hauntings and Poltergeists: Multidisciplinary Perspectives, edited by James Houran and Rense Lange, Foreword by John Beloff, Afterword by Gertrude R. Schmeidler, Jefferson (NC), McFarland & Company, Inc. Publishers, 2001, cap. II, § 9, pp. 195-213; (7) Tipicamente vengono seguite queste linee-guida: «Il dissenso viene deriso e censurato fino al silenzio da guardiani del cancello, “utili idioti” e negazionisti della cospirazione, che, di fatto, colludono direttamente con l’agenda sociopatica attraverso il loro incessante attacco a coloro che farebbero luce sul male»: Davide Donateo, Psicologia dei negazionisti della cospirazione, in “Database Italia”, Mar 14, 2021 (https://www.databaseitalia.it/psicologia-dei-negazionisti-della-cospirazione); (8) In particolare, «il desiderio di essere accettati; evitare la conoscenza e il coinvolgimento con l’ombra interna ed esterna; la conservazione di un’immagine di sé positiva e retta: una versione generalizzata del fenomeno della “scimmia volante”, in cui una classe interessata e viziosa si protegge coalizzandosi attorno al bullo; la sottile adozione inconscia della visione del mondo sociopatica (es. “l’umanità è il virus”); oltraggio alla dipendenza / complesso di superiorità / giochi di stato; un intelletto rachitico o poco ambizioso che trova convalida mantenendo lo status quo; il meccanismo protettivo dissociativo di immaginare che crimini e orrori commessi ripetutamente durante la nostra vita in qualche modo non stanno accadendo ora, non “qui”; e la semplice pigrizia e vigliaccheria antiquata»: Ibidem; (9) «For the first time in human history, fear is now considered a sign of intellectual superiority, while the choice to resist panic is seen as stubborn foolishness. […] Independent thinkers who long for some restoration of normality while living with the viral risk are looked on as witless, selfish or outright criminal»: John Scott Lewinski, In Covid-19 mindset, panic has become a twisted new virtue. Heroes of old who conquered their fears would now be branded as idiots, 6 Mar, 2021, in “RT News” (https://www.rt.com/op-ed/517203-covid19-mindset-panic-virtue), trad. it. Con il Covid panico e paura diventano virtù. Gli eroi del passato oggi sarebbero etichettati come “idioti”, Mar 6, 2021, in “Database Italia” (https://www.databaseitalia.it/con-il-covid-panico-e-paura-diventano-virtu-gli-eroi-del-passato-oggi-sarebbero-etichettati-come-idioti); (10) Cfr. la voce “paura” in Vocabolario Treccani (https://www.treccani.it/vocabolario/paura); (11) Ibidem; (12) «[…] l’intreccio di paura e azioni ispirate dalla paura, con la sua capacità di riprodursi autonomamente, è il meccanismo che più si avvicina al modello sognato del perpetuum mobile»: Zygmunt Bauman, Il demone della paura, Roma-Bari, Editori Laterza – Gruppo Editoriale L’Espresso, 2014.

Immagine: Volodymyr Hryshchenko su UnSplash

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