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Il nocchiero della mente: cibernetica e teleologia

La psicocibernetica sostiene che l’uomo non è una macchina, ma che «possiede e usa una macchina» e indica come usarla. È un errore affermare che il pensiero logico-razionale non abbia potere sull’inconscio.

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1. L’uomo e la sua macchina

Anni fa rimasi profondamente stupito dall’apprendere la stretta connessione fra la scienza cibernetica e la dottrina teleologica. La cibernetica, in effetti, se applicata alla psiche umana risultava assai più efficace della psicologia stessa al fine di fornire una risposta soddisfacente nella predisposizione di un soggetto al conseguimento di un dato fine. L’antico termine greco kybernḗtēs (κυβερνήτης) indicava il pilota di una nave. La radice kyber stava per “timone” e trovava un parallelo nel latino guber, che si ritrova in gubernator, il “timoniere”. Kyber e guber facevano evidente riferimento a una comune progenitrice indoeuropea che significava “timone” (1).

Per ironia della sorte la cibernetica, una scienza che esordì negli anni Quaranta del XX secolo come studio di macchine e di principi meccanici, è giunta fino al punto di ristabilire la dignità dell’uomo quale essere unico e creatore; per contro la psicologia, che prese le mosse col fine dichiarato di approfondire l’analisi della psiche, ossia dell’animo umano, per una sorta di eterogenesi dei fini, si è ritrovata finendo quasi per privare l’uomo di tale dignità. Come ha opportunamente rilevato Maxwell Maltz, infatti, «il behaviorista, che non capiva né l’uomo né la sua macchina, confondendo di conseguenza l’uno con l’altra, ha affermato che il pensiero è semplicemente il movimento di elettroni, e la consapevolezza una pura azione chimica» (2).

La funzione di sintesi attribuita alla psicologia, cui era stato demandato il compito di spiegare l’invisibile attraverso il visibile, l’immateriale per mezzo della materia, anche nell’opinione del sociologo di origine russa Pitirim Aleksandrovič Sorokin l’avrebbe gradualmente fatta slittare verso una sponda diametralmente opposta, finendo per accettare di venir degradata da “scienza dell’anima umana” a “fisiologia del sistema nervoso e riflessologico” (3). In simile ottica, è palese che “propositi” e “volontà” costituiscano dei semplici miti, mentre per la cibernetica, la quale ha avuto origine come studio delle macchine fisiche, non è possibile commettere un così marchiano errore: «essa non afferma che l’“uomo” è una macchina, ma che possiede e usa una macchina, e ci indica come essa funzioni e come possa essere usata» (4).

2. I fantasmi del passato e il potere della ragione

Un errore ampiamente diffuso consiste nel ritenere che il pensiero logico-razionale non detenga alcun potere sui processi e i meccanismi dell’inconscio e che al fine di mutare un comportamento o delle opinioni radicati in un individuo sia necessario scavare nel profondo, penetrando nel subcosciente per trarne le risorse atte allo scopo.

È interessante, in proposito, meditare sulle considerazioni espresse da René Guénon: «Certuni adottano anche, come sinonimo o equivalente di “subconscio”, il termine “inconscio” che, preso alla lettera, sembrerebbe riferirsi a un livello ancora inferiore, ma che, a dire il vero, corrisponde meno esattamente alla realtà; se ciò di cui si tratta fosse veramente inconscio, non vediamo neppure bene come sarebbe possibile parlarne, soprattutto in termini psicologici; e peraltro in virtù di che, se non di un semplice pregiudizio materialista o meccanicistico, si dovrebbe ammettere che esista realmente qualcosa d’inconscio? Comunque, ciò che è ancora degno di nota, è la strana illusione per cui gli psicologi arrivano a considerare degli stati tanto più “profondi” quanto più sono semplicemente inferiori; non v’è forse già in questo un indizio della tendenza ad andare contro alla spiritualità, che sola può esser detta veramente profonda, perché essa sola è inerente al principio e al centro stesso dell’essere?» (5).

Ciò che la psicanalisi freudiana ha definito “inconscio” (Unterbewusstsein), tuttavia, sembra costituire di fatto una sorta di servomeccanismo assolutamente impersonale e privo di volontà propria, che attua in modo automatico i comandi precedentemente impartitigli, reagendo in maniera congruente rispetto alle credenze e alle informazioni ambientali, operando sulla base dei dati trasmessigli sotto forma di idee, valori, interpretazioni e opinioni.

Il “fulcro di controllo” (control knob) della macchina dell’inconscio, nondimeno, rimane il “pensiero cosciente” (conscious thinking) e, pertanto, è proprio attraverso la ragione che le reazioni automatiche possono essere trasformate. È sull’hic et nunc, dunque, che occorre intervenire se s’intende incidere sull’avvenire.

Viceversa, non può esistere alcun futuro fintanto che si continui a restare vincolati ai propri trascorsi riesumando vecchie ombre (6). «Il più infelice dei mortali è colui che insiste nel voler rivivere il passato», commentava a tal riguardo il Maltz, precisando che «siamo vittime del nostro io cosciente e del pensiero, non dell’inconscio, poiché è per mezzo del pensiero che noi traiamo le conclusioni e selezioniamo le “immagini” su cui poi ci concentreremo» (7). Abbandonare il passato a se stesso per concentrarsi sul futuro è la chiave della riuscita. Il compito del pensiero razionale e cosciente, in effetti, consiste nel «conoscere la verità, eseguire calcoli, formulare valutazioni e opinioni esatte» (8).

3. Riflessioni conclusive sul nocchiero della mente

Chi siamo, dunque, veramente? Chi governa la nostra individualità? Questi sono quesiti di natura più profonda a cui la psicologia non può fornire alcuna risposta soddisfacente. È stato giustamente osservato come la natura fondamentale della mente sia il pensiero, che è un continuo vortice di idee.

Come si può, quindi, pacificare la mente? Solo tramite l’indagine, interrogandoci incessantemente sul quesito “chi sono io?”: «Quando altri pensieri sorgono, invece di seguirli ci si dovrebbe domandare: “A chi vengono questi pensieri?”. Non importa quanti sono. Man mano che arrivano, si dovrebbe indagare con diligenza: “A chi sorgono questi pensieri?”. La risposta sarà: “A me”. Se allora si prosegue nell’indagine, domandandosi: “Chi sono io?”, la mente si ritroverà nella propria sorgente, e il pensiero che si era appena sollevato si placherà anch’esso» (9). Infatti, proseguiva Ramana Maharshi, «quando la mente si disperde in innumerevoli pensieri, ciascun pensiero diventa estremamente debole; ma quando i pensieri si diradano, la mente si concentra su un solo punto e diventa più forte» (10).

Queste profonde riflessioni del grande illuminato indù, seppur finalizzate alla “liberazione” (mukti), conservano la propria validità anche in ambiti differenti e su piani meno elevati. Per coloro i quali permangono nella “illusione” di questo mondo, infatti, riuscire a porre in quiete la mente, in una certa misura, concentrandosi su obiettivi positivi e concreti, si rivela come un potente ausilio per il raggiungimento di qualunque fine.

Nel Fedro Platone narrava il celebre “mito del carro alato”, in cui paragonava l’anima umana (psychḗ) a una biga trainata da una pariglia di cavalli governati da un auriga. Quest’ultimo, che rappresentava la ragione, teneva saldamente per le briglie i due destrieri, che a loro volta incarnavano l’anima “irascibile” e l’anima “concupiscibile”. Suo compito precipuo consisteva nello sprigionare l’energia del nevrile cavallo bianco per dirigere la biga oltre la volta celeste, in direzione del mondo “iperuranio”, evitando di lasciarsi trascinare verso il basso dalla forza del cavallo nero (11).Allo stesso modo la “psicocibernetica”, da vera “arte del nocchiero della mente”, esercita un uso sapiente e ponderato della focalizzazione, del pensiero positivo e della visualizzazione creativa, al fianco di altri efficaci strumenti, con l’esplicito obiettivo di restituire il controllo del vascello umano al suo legittimo pilota

Note – (1) Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Cibernetica; (2) Maxwell Maltz, Psycho-Cybernetics: A New Way to Get More Living Out of Life, Deluxe Edition, New York, TarcherPerigee, 2016 [1ª edizione: Englewood Cliffs (NJ), Prentice-Hall Press, 1960], trad. it. Psicocibernetica. Un nuovo metodo per dare più vita alla vostra vita, Roma, Casa Editrice Astrolabio, 1965, p. 11; (3) «Psychology, as a science of the human soul, turns out to be a physiology of the nervous system and its reflexes»: Pitirim A. Sorokin, The Crisis of Our Age: The Social and Cultural Outlook, Oxford-Chatham (NY), Oneworld Publications, 1992 [1ª edizione: Syracuse (NY), Edward Payson Dutton & Company, 1941], p. 83, trad. it. La crisi del nostro tempo, a cura di Carlo Gambescia, Casalecchio di Reno (BO), Arianna Editrice, 2000, p. 111; (4) Maxwell Maltz, op. cit., p. 11; (5) René Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, Paris, Éditions Gallimard, 1945, cap. XXXIV, trad. it. Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Milano, Adelphi Edizioni, 1982, p. 224 (il passo riportato nel testo è stato ritradotto direttamente sull’originale); (6) Cfr. Maxwell Maltz, op. cit., pp. 68-69; (7) Ivi, pp. 70-71; (8) Ivi, p. 76; (9) Sri Ramana Maharshi, Who Am I? (Nan Yar?), in Id., The Collected Works of Sri Ramana Maharshi: Original Works, Edited by Arthur Osborne, Sri Ramanasramam Tiruvannamalai, Tamil Nadu (India), 1996, trad. it. Chi sono io?, in Id., Opere, Roma, Ubaldini Editore, 2012, p. 52; (10) Ivi, p. 54; (11) Cfr. Platone, Fedro, 246 a-249d.

Imamgine: Photo by Joshua Gandara on Unsplash (lavorata)

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