Dudok De Wit: l’autore dietro “La tartaruga rossa”

Indirizzato all’arte dalla madre e ispirato dall’Heavy Metal, il giovane regista narra di sesso, violenza, politica e misticismo. Chi è l’artista olandese dietro il lavoro d’animazione, dove il fantastico si mimetizza nella sopravvivenza quotidiana.

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Con “La tartaruga rossa”, prima produzione straniera dello studio Ghibli, il regista ha scelto di raccontare una storia universale, ovvero quella della nostra vita, dalla nascita alla morte, con le sue prove e le sue gioie: la storia tocca le viscere di ognuno di noi fino a colmarle il cuore grazie a simboli semplici e chiari ben enfatizzati dalla musica.

E sebbene sia il primo lungometraggio di Michael Dudok de Wit, la sua genialità artistica è già testimoniata dai suoi cortometraggi precedenti, un corpus cinematografico che è valso al regista una vittoria all’Oscar e un posto saldamente consolidato come uno dei narratori più rispettati e influenti dell’animazione moderna.

Durante l’infanzia, le prime fascinazioni artistiche di De Wit furono incentrate sugli artisti del fumetto, prevalentemente belga. E sebbene sua madre l’abbia sempre incentivato a disegnar, assicurandosi sempre che ci fossero matite e fogli in giro, la sua curiosità iniziale svanì, rimanendo sopita fino a quando il regista si iscrisse a un collegio d’arte, dopo che il suo entusiasmo per l’arte sequenziale fu risvegliato dalla lettura di riviste come Heavy Metal: rinfrescato dall’audacia degli artisti e dall’abilità artistica, nonché da narrazioni che esitavano a trattare argomenti maturi come il sesso, la violenza, la politica e persino il misticismo, De Wit si rese conto che era un mezzo che aveva il potenziale per raggiungere un pubblico significativo.

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La rivelazione, però, avviene nel 1975 quando si reca ad Annecy per vedere il suo primo festival di cinema d’animazione. E ben presto inizia a lavorare nel sud dell’Inghilterra prima di trasferirsi a Londra per iniziare una fruttuosa carriera da freelance in spot pubblicitari animati

Sarà in Inghilterra che realizzerà il suo primo corto “The Interview”, opera rimasta pressoché sconosciuta fino alla distribuzione di “La tartaruga rossa” quando verrà incluso come materiale bonus nell’edizione giapponese. Bisognerà però attendere ancora perché De Wit si dedichi al cinema d’animazione professionalmente: nel 1992 realizza finalmente “Tom Sweep” grazie a contributi di produzione della BBC, della NFB e di Channel 4; tuttavia, malgrado l’interesse suscitato per le tematiche ecologiche, la serie non otterrà mai finanziamenti sufficienti per realizzare nulla più del pilota.

La genesi del prossimo film “The Monk and the Fish” si rivela abbastanza diversa: il regista partecipa, infatti, alla residenza offerta dallo studio francese Folimage che offre agli artisti europei sei mesi per creare nuovi cortometraggi che avrebbero integrato la loro produzione consolidata di contenuti per bambini. Il regista comprende che è giunto il momento di realizzare una nuova storia originale che provenga da un luogo più profondo, creata non esclusivamente per l’intrattenimento, ma per affermarsi come un narratore e regista professionista. E se l’aspetto visivo e la tecnica sono ancora fortemente influenzati dalla sua esperienza di spot pubblicitari, il soggetto è fortemente poetico: la storia del film inizia con un monaco che osserva un pesce che occupa un serbatoio d’acqua vicino al suo monastero; immediatamente affascinato da esso, tenta di catturarlo usando mezzi inizialmente convenzionali che diventano più elaborati e assurdi mentre il pesce continua a sfuggirgli.

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Di tutti i suoi film, “The Monk and the Fish” mostra in modo più evidente un senso intuitivo della performance e del tempismo comici. La qualità del movimento permeata nel monaco titolare mentre insegue incessantemente il pesce è tanto unica quanto accattivante, saltando da una posa all’altra in modo frenetico ma allo stesso tempo aggraziato. In un approccio non dissimile da un’animazione classica come “Fantasia” o i cortometraggi della Warner Bros., più musicalmente guidati, similarmente qui gran parte della magia sembra risiedere nell’interazione tra la colonna sonora di Serge Besset e dell’animazione di De Wit. Il film stabilisce anche un approccio estremamente sofisticato alla luce e al colore, la qualità materica del film è dovuta al fatto che è stato dipinto a mano con inchiostro di china, attraverso un abile lavoro di ombre che gioca sulla linea artistica che dà al design relativamente semplice del monaco un vero senso di profondità.


Dopo il successo immediato di “The Monk and the Fish”, De Wit pianifica di creare un altro film in uno stile quasi identico, questa volta ambientato nell’antica Grecia, e non trovando i fondi per la realizzazione del progetto, decide di autoprodurlo.

Pur essendo un film eccezionale, “Father and Daughter” segna come una netta rottura dall’assurdità comica di “The Monk and the Fish” pur preservandone il talento per la qualità artistica e l’atmosfera.

Mentre “The Monk and the Fish” si concentra sul concetto di inseguimento, questa volta la storia sarebbe stata di desiderio: una giovane ragazza e suo padre si recano alla sua barca ormeggiata in cui si mette in mare mentre lei rimane sulla riva, a guardarlo andare; e con un’energia simile al monaco del film precedente, la bambina balza eccitata, aspettando il suo ritorno. Man mano che il tempo passa, lei ritorna nella stessa banca anno dopo anno, da giovane donna a donna adulta, l’energia si dissipa rapidamente per essere sostituita da un desiderio paziente e pieno di speranza.

Senza elencare le attività principali della figlia nella sua vita, ogni descrizione rimane stilizzata e semplice per mantenere coerenza con l’emozione fondamentale che la pervade: dando un’occhiata alla vita che conduce e alla donna che è diventata, vediamo che rimane fedele a suo padre, anche se non sappiamo mai della sua destinazione o del destino che potrebbe averlo colpito: e quindi, prefigurando i temi principali di “La tartaruga rossa”, il film segue la figlia per tutta la sua vita attraverso il luogo ricorrente di un oceano infinito a cui è legata per sempre.

In una quasi imitazione dell’estetica dell’acquerello, “Father and Daughter” è stato realizzato utilizzando una combinazione di carboncino e processi digitali attraverso photoshop; tuttavia, è la netta differenza di tono e ritmo che distinguere maggiormente il film dal suo predecessore. Se infatti, in “The Monk and the Fish” l’animazione si sincronizzava con la musica con pochissimi effetti sonori attraverso uno stile d’animazione scattante e libero, “Father and Daughter” si rivela più lento e un po’ più contenuto, conferendone quindi un’atmosfera estetica molto diversa.

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Dopo una pausa, dovuta alle diverse opportunità commerciali che si sarebbero presentate sul sentiero professionale di De Wit, tra cui una serie di spot pubblicitari di AT&T e un contributo a una campagna di United Airlines che stava abbracciando i talenti di registi altrettanto apprezzati, come Joanna Quinn e Alexander Petrov, il regista sarebbe tornato all’opera nel 2006 con “The Aroma of Tea”, il suo ultimo appuntamento e un curioso allontanamento da tutto ciò che era accaduto prima. Sebbene visivamente sorprendenti, gli elementi narrativi del suo lavoro precedente passano in secondo piano rispetto a un approccio molto più sperimentale e astratto, caratterizzato da un piccolo punto oscuro che viaggia attraverso una varietà di ambienti dipinti in modo complesso che, sebbene non immediatamente identificabili, alternativamente assomigliano a tunnel scavati, vetrini da microscopio e pennellate calligrafiche.

De Wit sembra pronto a esplorare diversi lati della sua creatività, lasciando emergere il suo interesse per l’eleganza della calligrafia cinese e giapponese, e la sua passione per i “Concerti grossi op. 6” (n. 2 e 12) di Arcangelo Corelli attraverso un corto non narrativo.

L’entusiasmo di De Wit per questa suite musicale è coerente con tutti i suoi film, fino a “La tartaruga rossa”, basandosi su una sofisticata interazione tra colonna sonora e immagini, dove il primo elemento spesso guida il secondo. Insolito appare, invece, il materiale utilizzato come sostituto dell’inchiostro, ovvero il the, come suggerisce il titolo. Se, infatti, il the, altamente concentrato, diventa un liquido marrone molto scuro, quasi un inchiostro denso, appare ben correlato al titolo perché c’è qualcosa nel suo aroma che è molto puro e semplice e molto complesso allo stesso tempo, ma soprattutto che evoca in noi l’aroma del mondo orientale che lo pervade.

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