7.7.1991 Stadtansichten Dresden Ruine der Frauenkirche

Viaggio percorso di conoscenza


L’afflizione come conforto: «la gente si rattrista se le si dice che altrove si sono viste cose peggiori». Diaboliche parodie nel tempo delle rovine. Giornalismo letterario di viaggio e geografia.

Il viaggio può essere a pieno titolo considerato come un’esperienza geografica. Esso infatti rappresenta di certo l’azione che mette in connessione gli uomini con gli spazi, ma anche la funzione che permette di avviare un percorso di conoscenza dei luoghi visitati, delle comunità incontrati e anche di sé stessi. In questo senso, il viaggio e la sue tracce fissate nella parola scritta rappresentano una fonte importante per la ricostruzione dei cosiddetti paesaggi culturali.

Il viaggio, nella rivisitazione del testo, assume infatti le caratteristiche di una fonte per la ricostruzione degli aspetti storici, paesaggistici, culturali di un’area. Naturalmente, questo ragionamento va incluso in quell’approccio -tipico della geografia culturale– che pone al centro dell’interesse il ruolo dell’uomo, inteso come attore e interprete di luoghi ed esperienze ad essi connesse.

La sensibilità degli scrittori, la loro abitudine ad approfondire anche i legami emotivi fra uomini, oggetti, spazi, diventano una materia pregiata per chi, come i geografi, lavora per (ri)costruire contesti culturali.

La scrittura giornalistica ideale, esito di una libera reinterpretazione di esperienze vedute e vissute e lontana da burocratici, prezzolati o istituzionali resoconti, rappresenta allora, soprattutto a posteriori, un punto di vista interessante, in presa diretta, proprio per quell’attività di ricostruzione di sistemi culturali e di storie di vita in seno a contesti spaziali definiti.

«Nelle città tedesche capita spesso che la gente chieda conferma al visitatore straniero che la loro città è proprio la più bruciata, distrutta e squassata di tutta la Germania. Non si tratta di trovare un conforto fra le afflizioni, è l’afflizione in sé ad essere diventata un conforto. La gente si rattrista se le si dice che altrove si sono viste cose peggiori. Forse non si ha nemmeno il diritto di dirlo: ogni città tedesca è la peggiore a doverci vivere. Berlino ha i suoi campanili amputati e le sue file interminabili di edifici governativi distrutti, i cui colonnati prussiani abbattuti riposano il loro profilo greco sui marciapiedi. Ad Hannover Re Ernesto siede di fronte alla stazione sull’unico cavallo grasso di Germania, la sola cosa scampata senza un graffio in una città che una volta dava alloggio a quattrocentocinquantamila persone. Essen è un incubo fatto di nude e gelide costruzioni in ferro e logori muri di fabbriche. A Colonia i tre ponti sul Reno sono affondati da due anni, e il duomo s’innalza cupo, annerito e solitario tra un cumulo di macerie, con una ferita di mattone rosso vivo sul fianco che sembra sanguinare al crepuscolo. Le piccole torri medievali, nere e inquietanti, sono precipitate nei fossati di Norimberga, e nelle cittadine della Renania gli scheletri spuntano dalle case di legno bombardate. Eppure c’è una città che si fa pagare per mostrare una rovina: Heidelberg, risparmiata, dove i bei resti del castello fanno l’effetto di una diabolica parodia nel tempo delle rovine» (Dagerman, “Autunno tedesco”, Iperborea, 2018, 25 e 26).

Il giornalista svedese Stig Dagerman nel 1947 pubblica i suoi resoconti e le sue valutazioni circa la Germania post bellica. Il cuore del suo interesse risiede nel rilevare le percezioni dei cittadini tedeschi dopo la capitolazione. Un paese in ginocchio e alla fame, nel quale si affannano milioni di persone umiliate e senza speranza. Una scrittura quella di Dagerman assolutamente non ideologica, fortemente schierata contro la follia nazista eppure non indifferente allo sguardo sulla condizione miserabile del popolo tedesco. I paesaggi descritti sono scorci urbani mutilati, muti, feriti, grotteschi. La Germania delle città ridotta a macerie annerite, a vestigia sinistre e spezzate.

Il punto di vista, la prospettiva del singolo, specie se eminente per sensibilità o ruolo, assume un valore importante da tenere in conto, problematizzandolo, per costruire e ricostruire, sincronicamente e diacronicamente, complessità contestuali spesso a partire dalle singolarità percettive. Quello di Dagerman, a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, assume ad esempio una nuova centralità per leggere le tensioni di quel mondo.

Immagine: Ruine der Dresdner Frauenkirche 1985 – Bundesarchiv, Bild 183-1985-0206-024 – Hiekel, Matthias

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