Up&Down, la Ruota della Fortuna


Oggi su, domani giù, dopodomani su e dopo ancora giù… Provvidenza, Fato, o Fortuna? Secondo tradizione cristiana cosa anima la giostra in cui sale e discende l’uomo animale?

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Porca Fortuna intitolò Cellini un suo sonetto, e ne aveva ben donde visto come gli andavano le cose. Se si fosse accorto prima che gli piacevano anche i giovinetti sarebbe impazzito meno dietro alle donne, ma ormai con la fama di puttaniere con la quale si ritrovava era inutile recriminare. Ma la Fortuna andava in ogni modo punita per cui “Venga il canchero a te…”.   

La Fortuna va presa per i capelli, secondo il detto. Tutto però dipende da due unici fatti: che li mostri e che si abbia la pronta intelligenza per approfittarne. Mancandone uno, l’altro è come se non ci fosse.

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Nel mondo greco-romano esisteva una connessione tra fortuna e destino. La mitologia popolare sosteneva che il corso della vita di una persona – fato, sorte o destino – fosse predeterminato dalle Tre Parche (in greco il Mοιραι, da μοιρα, “parte assegnata, destino”) note nella mitologia romana come Parcae. In filosofia esistevano vari concetti che corrispondevano a questa nozione popolare: nello stoicismo, la vita nel mondo materiale era governata dalla ragione divina, il Logos, la Provvidenza, nota anche come destino, mentre per libertà intendeva l’accettazione del destino elevandosi al di sopra di esso. Per i platonici dei primi due secoli della nostra era (cioè Plutarco, Apuleio), la Provvidenza era stata considerata come l’assistenza divina offerta all’uomo per aiutarlo a superare liberamente le preoccupazioni materiali. Gli epicurei negarono l’esistenza della Provvidenza, sostenendo invece che le vite umane erano soggette a un’azione casuale e arbitraria del caso, azione che ciascuno doveva prendere in considerazione e innalzarsi per assicurarsi piaceri immuni dal caso. La concezione platonica fu contraria ad altri aspetti del platonismo pagano. Come diceva sant’Agostino:

il mondo è governato, non per casualità casuale, ma, come dichiarano i platonici, dalla provvidenza del Dio supremo

Nel Cristianesimo, la fortuna, come personificazione degli eventi apparentemente arbitrari che influenzano la vita di una persona, non venne esattamente sostituita dalla Provvidenza, concependo una coesistenza con la fortuna come forza in grado di condurre le anime alla salvezza.

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Il simbolo della Ruota della Fortuna, così come troviamo illustrata nei Trionfi dei tarocchi, si trova per la prima volta descritta nel De Consolatione Philosophiae di Severino Boezio (475-525), in cui la ruota con il suo movimento circolare creato da una fanciulla bendata, simboleggiante il fato o destino, esprime il continuo scendere e salire delle umane sorti. Anche se Boezio morì nel 524 circa, la sua opera fu ampiamente letta e ammirata nel Medioevo e nel Rinascimento.

Nei Tarocchi Visconti Colleoni-Baglioni oltre che dalla presenza della donna bendata, simbolo della cieca fortuna, la Ruota è caratterizzata da quattro figure umane in realtà un medesimo personaggio rappresentato in diverse fasi della vita. Tali figure sono connotate ciascuna da altrettanti cartigli entro i quali troneggiano le seguenti scritte: Regno (Sto regnando) per colui che è posto sulla cima della ruota; Regnavi (Ho regnato) per la figura alla sua sinistra; Sum sine regno (Sono senza regno) per la persona schiacciata dalla Ruota e infine Regnabo (Regnerò) per colui che la risale.

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Un particolare interessante si trova in questa raffigurazione laddove il personaggio seduto in posizione superiore e l’uomo che sta per risalire hanno orecchie asinine, mentre il personaggio che cade possiede una lunga coda Questi elementi sono rappresentativi della natura animalesca dell’uomo la cui Vanitas non permette di riconoscere e accettare il senso della sorte in quanto ancora legato a un mondo puramente materiale.

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Sulle figure asinine della Ruota si soffermò anche l’Ariosto che nella Satire (VII, 46-54) così si espresse in proposito:

Quella ruota dipinta mi sgomenta / ch’ogni mastro di carte a un modo finge: / tanta concordia non credo io che menta. / Quel che le siede in cima si dipinge / uno asinello: ognun lo enigma intende, / senza che chiami a interpretarlo Sfinge. / Vi si vede anco che ciascun che ascende / comincia a inasinir, le prime membre, / e resta umano quel che a dietro pende

Figure animalesche caratterizzeranno in seguito diverse carte della Ruota della Fortuna soprattutto in quelli esoterici di Etteilla, dove la presenza fra gli animali di una scimmia, accanto a un ratto e un uomo, la collega in forma stretta al concetto di Vanitas. Fra l’altro scimmie e asini erano accomunati dagli Antichi, come evidenzia Menandro con l’espressione “Un asino fra le scimmie” a significare “Un folle fra i mascalzoni”. L’ulteriore presenza di un ratto nella carta della Ruota di Etteilla esprime una valenza demoniaca in quanto essendo animale che vive nella putredine e nell’oscurità, come il demonio, viene accumunato a coloro che hanno imbrattato la propria anima vivendo nell’oscurità della propria inconsapevolezza.

A tal proposito, risulta evidente il rapporto con la Ruota della Fortuna, attribuita al Dürer che troviamo nell’opera Das Narrenschiff (La Nave dei Folli) di Sebastian Brant governata dalla mano divina e composta da sole figure asinine.  Questi i versi a essa riferiti:

Chi sulla ruota di Fortuna siede, / Attento stia che non manchi il piede / E non abbia dei matti la mercede. / Matto é chi troppo in alto vuol salire, / Pel mondo intero spregio ad esibire, / E vuol montare ad ulteriore quota / Senza pensar di Fortuna alla ruota. / Chi troppo in alto sal cade sovente / Precipitevolissimevolmente

Meglio quindi accontentarsi di quanto passa il convento o al limite, se si è in grado, porsi con indifferenza di fronte alle avversità, aspettando tempi migliori.

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