La Stella


“Tu scendi dalle stelle…”. La discesa delle anime nella generazione, attratte dal gustoso miele. Il numero otto diede origine al termine ogdoade, simbolo di completezza. Platone docet.

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Nei Sermo de Ludo (fine sec. XV – primi XVI) il trionfo che troviamo dopo la Sagitta, cioè la Torre, è La Stella, nome che ha conservato da allora, la cui unica variazione consiste nella forma plurale Le Stelle in Alciati, Aretino e Spelta. Nella carta dei Tarocchi Colleoni Baglioni (fig. 1) e in quella del gruppo presente presso il Victoria and Albert Museum è raffigurata una fanciulla che tiene con una mano alzata una stella. Nei Tarocchi di Ercole I d’Este (fig. 2) appaiono due astrologi nell’atto di scrutare il cielo. I Re Magi appaiono nella carta della Foglio Rothschild raffigurati nell’atto di sorreggere la corona del Cristo. Un Re Mago recante in mano il vaso del dono è raffigurato a cavallo nelle minchiate fiorentine (fig. 3). Tutte le stelle raffigurate in queste carte hanno otto punte. Vedremo in seguito il loro significato.

Verso la metà del XVII secolo, in Francia, si verificarono due cambiamenti. Pur mantenendo il motivo dell’astrologo, la carta Viéville presenta quattro stelle poste a coppie ai suoi lati (fig. 4). Nella carta Noblet, definita L’Estoille, appaiono sette piccole stelle. Invece di un astrologo vediamo una fanciulla che versa del liquido da due brocche. Questi cambiamenti in entrambi i tarocchi francesi appaiono tuttavia precedentemente in un foglio di carte dell’inizio del XVI secolo noto come Foglio Cary (Milano?): una fanciulla nuda è rappresentata inginocchiata nell’atto di versare il liquido contenuto in due brocche in un corso d’acqua sottostante. Sopra di lei, nel cielo e come nel Viéville, appare una grande stella attorniata da altre quattro piccole stelle (fig. 5).

Si tratta di una Naiade, ninfa dei fiumi raffigurata come usualmente descritta nei testi di iconologia del sec. XVI. Una sua splendida raffigurazione si trova dipinta nella Camera di Psiche di Palazzo Te a Mantova (fig. 6). La spiegazione di questa immagine è descritta nel De Antro Nympharum (L’Antro delle Ninfe) opera del neoplatonico Porfirio nel terzo secolo dopo Cristo i cui scritti furono oggetto di grande interesse per tutto il Medio Evo. Michele Psello (sec. XI) redasse un compendio dell’interpretazione porfiriana del De Antro, ma la riscoperta di Porfirio avvenne tuttavia attraverso l’opera dei platonici fiorentini Marsilio Ficino e Pico della Mirandola e fu proprio nel sec. XVI, in occasione del fiorire di edizioni a stampa di testi greci del platonismo arricchiti dalle opere attribuite agli antichi teologi – Ermete Trismegisto (Corpus Hermeticum), Orfeo (Inni Orfici), Pitagora (Versi Dorati, ecc.), Zoroastro (Oracoli Caldei) – che venne pubblicata a Roma nel 1518 la prima edizione a stampa curata dal Lascaris.

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Pico della Mirandola nell’ Oratio de hominis dignitate lodava di Porfirio la ricchezza e la Multiiuga religio (Poliedrica Religione), mentre Poliziano ne ammirava la Vita Plotini, considerandola opera tanto di oratoria quanto di filosofia (tamoratorium quam philosophicum) secondo il suo amico Ficino. Porfirio interpreta l’antro di Itaca, descritto nella Odissea di Omero, alla luce di un tema fondamentale del pensiero platonico: la discesa dell’anima nel mondo e il suo ritorno a Dio. I versi di Omero sono i seguenti:

(§1) In capo al porto vi è un ulivo dalle ampie foglie: vicino ad un antro amabile, oscuro, sacro alle Ninfe chiamate Naiadi; in esso sono crateri e anfore di pietra; lì le api ripongono il miele. E vi sono alti telai di pietra, dove le Ninfe tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi; qui scorrono acque perenni; due porte vi sono, una, volta a Borea, è la discesa per gli uomini, l’altra, invece, che si volge a Noto, è per gli dèi e non la varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali.

Per Porfirio l’antro diventa la rappresentazione del Cosmo e in questo senso riporta numerose analogie con il culto mitraico; le Ninfe e le api sono le anime; i manti purpurei tessuti dalle Ninfe rappresentano il formarsi del corpo intorno alle ossa, mentre le due porte dell’antro sono le vie di discesa e risalita del percorso cosmico dell’anima. Leggiamo al riguardo cosa scrive Porfirio:

(§9) …i teologi ponevano negli antri i simboli del cosmo e delle potenze cosmiche e della essenza intellegibile… (§10) Con Ninfe Naiadi indichiamo in senso specifico le potenze che presiedono alle acque, ma i teologi designavano tutte le anime in generale che discendono nella generazione. Essi, infatti, ritenevano che tutte le anime si posassero sull’acqua che, come dice Numenio, è divinamente ispirata; egli afferma che proprio per questo motivo anche il profeta disse: “Il soffio divino si muoveva sull’acqua

Numenio, un maestro di Porfirio, cita in questi versi, il profeta Mosè che egli paragonava a Platone, il “Mosè che parla attico”. Si fa qui riferimento ai versi “…lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque” tratti dal Genesi (1,2). Riguardo la formazione delle membra attorno alle ossa Porfirio scrive: «(§14) I crateri di pietra e le anfore sono simboli molti adatti alle ninfe che presiedono all’acqua scaturente dalla roccia, e quale simbolo sarebbe più di essi pertinente alle anime che scendono nella generazione e tendono alla creazione del corpo? Perciò il poeta osò dire che su questi telai “tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi”. La carne, infatti, si forma sulle ossa e intorno a esse, negli esseri viventi le ossa sono la pietra, perché simili a pietra; perciò, si dice che anche i telai sono di pietra e non di altra materia; i manti purpurei, poi, sarebbero evidentemente la carne, cioè il tessuto che si forma dal sangue: infatti le vesti di lana sono color porpora per il sangue, la lana è tinta con prodotti di origine animale, e la carne si forma con il sangue e a partire dal sangue. Il corpo poi è la tunica che avvolge l’anima come una veste, spettacolo davvero meraviglioso a vedersi, sia che si contempli la composizione d’insieme o il legame dell’anima con il corpo. Così anche in Orfeo Kore, patrona di tutto quanto viene seminato, è rappresentata mentre lavora al telaio: e gli antichi dicevano che il cielo è un peplo, come fosse la veste degli dèi celesti».

Porfirio spiega inoltre per quale ragione le anfore non sono piene di acqua, ma di miele:

(§15). I teologi usano il miele in numerosi disparati simboli, perché è una sostanza con molte proprietà, in quanto possiede sia il potere di purificare, sia il potere di conservare… (§17) Pertanto il miele viene adoperato per purificare, per preservare contro la putredine e come simbolo della forza seduttiva del piacere che induce alla generazione; per questo è appropriato anche alle ninfe dell’acqua, come simbolo della purezza incontaminata delle acque – cui le ninfe presiedono – della loro virtù purificatrice e della loro cooperazione al processo generativo: l’acqua, infatti, coopera alla generazione

Le api, come le Ninfe Naiadi, diventano per Porfirio rappresentazione delle anime:

(§18) Fonti e rivi sono propri delle Ninfe dell’acqua e ancor più delle ninfe – anime che gli antichi chiamavano specificamente api, perché artefici di piacere. Quindi Sofocle usa un’espressione appropriata quando, riferendosi alle anime, dice “Ronza lo sciame dei morti venendo alla luce”.

Le due porte dell’antro di Itaca vengono identificate da Porfirio come le due costellazioni dalle quali l’anima scende nella generazione facendone poi ritorno: Cancro e Capricorno.

La fanciulla nuda sotto le stelle raffigura quindi una Ninfa Naiade, simbolo platonico di discesa dell’anima nella generazione. La stretta relazione dell’anima con il cielo, punto di origine e di ritorno dell’anima, fu credenza generale nella physiologia Ionica (V-VI secolo a.C.), ma la dottrina dell’immortalità astrale assunse la sua conformazione decisiva a partire dai miti di Platone descritti nel Fedro, nella Republica e nel Timeo. La presenza di elementi iconografici del mito, illustrati anche nelle carte della Luna e del Sole del medesimo foglio cinquecentesco, testimoniano l’inserimento di una tematica cosmologica di carattere neoplatonico che culminò con la raffigurazione dell’Anima Mundi nella carta del Mondo. Questi modelli iconografici vennero mantenuti in tutta la produzione successiva dei mazzi di tarocchi.

Il rapporto acqua-vita si riscontra anche nella mistica cristiana: sulla spalla destra della Naiade raffigurata nel foglio Cary, appare una piccola stella a otto punte, come quelle che si trovano raffigurate in cielo. Una medesima stella appare spesso sul manto della Vergine Maria a significare pienezza di vita (fig. 7). Il numero Otto portò alla formazione del sostantivo ogdoade e così si ebbe il complesso delle otto determinazioni divine (Abisso e Silenzio; Mente e Verità; Ragione e Vita; Uomo e Comunità di vita divina) che costituiscono il pleroma o pienezza di vita divina, secondo le teorie gnostiche dei primi secoli dell’era volgare. Intorno al numero Otto è ancora Ambrogio a dare al numero un suo significato simboli¬co: “L’ottavo giorno della circoncisione prefigurava la totale purificazione dal peccato che sarebbe avvenuta nell’era della resurrezione”.

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Questo numero è inoltre messo in relazione con l’ottavo giorno dall’inizio della Creazione, momento in cui l’universo prese vita nella sua totalità, dopo il riposo di Dio nel settimo. I battisteri cristiani sono infatti ottagonali, quale numero indicante la pienezza di vita che si ottiene attraverso l’acqua del battesimo.

A rappresentare la nascita nel mondo nella carta di un tarocco italiano, sempre del sec. XVI, conservato a Rouen, è stata raffigurata Venere uscente dalle acque del mare (fig. 8). Già per i Sumeri Venere era “colei che mostra la via alle Stelle”, simbolo di nascita in quanto dea dell’Amore “D’onde viene la generatione humana”. In questa ultima immagine la dea tiene nella mano destra una lancia, oggetto che assieme all’arco e alle frecce diventò parte dei suoi attributi. Per gli antichi persiani, secondo una concezione passata nella mitologia greca e romana, Venere, come dea della sera, favoriva l’amore e la voluttà, mentre come dea del mattino presiedeva alle operazioni di guerra e alle stragi. La lancia tenuta in mano da Venere diventa nella cima un fuso e a questo proposito è sempre il Cartari a illuminarci:

Et appresso di Pausania si legge, che Venere fu posta da i Greci per una delle parche… e che nel tempio a lei dedicato erano guardati gli ornamenti de i morti, per ammonirci della fragilità della vita humana, il principio, e la fine della quale era in potere di una medesima dea. Perché Venere fu la Dea della generatione, e il farla la più vecchia delle Parche voleva a punto dire, che ella metteva fine al vivere humano.

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Didascalie:

  • 001 La Stella, dai Tarocchi Colleoni-Baglioni, Milano, sec. XV. Bergamo: Collezione Privata.
  • 002 La Stella, dai Tarocchi di Ercole I° d’Este, Ferrara, c. 1473. New Haven: Yale University, Cary Collection of Playing Cards, Beinecke Rare Book & Manuscript Library.
  • 003 La Stella, da Minchiate Etruria, Firenze, sec. XVIII.
  • 004 La Stella, dai Tarocchi Vieville (Jacques Vieville), Parigi, metà sec. XVII. Parigi: Bibliothèque Nationale.
  • 005 La Stella, da Foglio Cary, Milano, fine sec. XV. New Haven: Yale University, Cary Collection of Playing Cards, Beinecke Rare Book & Manuscript Library.
  • 006 Scuola di Giulio Romano, Naiade, affresco, 1526 – 1528. Mantova: Camera di Amore e Psiche, Palazzo Te.
  • 007 Madre di Dio Galaktotrofusa, icona, sec. VI. Atene: Museo Bizantino.
  • 008 Inclitum Sydus, da Antico Tarocco Italiano (Tarocco Leber), Italia del Nord, sec. XVI. Rouen: Bibliothèque Municipale.
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