Influenze massoniche nella diffusione dell’opera smithiana

L’Inquisizione spagnola nel 18° secolo lo iscrive nell’Indice dei libri proibiti. Le censure, le stampe clandestine dell’“Officina della Vedova e Figli” e le osservazioni di J. Conway O’ Brien sulle analogie con l’Ordine degli Illuminati di Baviera.

In un volume pubblicato qualche anno fa, avanzavo l’ipotesi circostanziata che il pensiero economico enucleato alla fine del Settecento da Adam Smith avesse rappresentato una vera e propria “deviazione” nella storia del pensiero economico (1). In particolare, l’opera di Smith avrebbe costituito una sorta di “rivoluzione copernicana”, tanto dal punto di vista etico-morale quanto da quello economico (2).

L’economista americano Henry Charles Carey – consigliere economico del presidente Abraham Lincoln – percepì acutamente il risvolto “satanico” della “moderna scuola di economia politica” d’impronta smithiana, che a suo avviso predicava apertamente la disobbedienza ai principali comandamenti divini, denunciava la carità e, in definitiva, insegnava tutto tranne che il cristianesimo:

«La moderna scuola di economia politica dice: “Non essere fecondo; non riprodurti. La popolazione tende ad aumentare più velocemente del cibo”. Prescrive la disobbedienza ai primi comandi di Dio. L’obbedienza a ciò, in coloro che sono poveri, è denunciata come imprevidenza; e a coloro che sono così imprevidenti da sposarsi, “senza disposizioni per il futuro, senza un sostegno sicuro e ampio anche per il presente”, si ritiene “importante dichiarare distintamente che, senza alcun principio di diritto o giustizia sociale, pretendono di condividere i guadagni o i risparmi dei loro concittadini più prudenti, più energici e pieni di abnegazione”. Avere una moglie per cui lavorare e con cui godersi i frutti del lavoro è un lusso, l’astinenza dalla quale si colloca in alto tra le virtù. Avere figli per sviluppare tutti i sentimenti gentili e provvidenti dei genitori, è un crimine degno di punizione. La carità è denunciata come tendente a promuovere la crescita della popolazione. Affittare un terreno a una cifra inferiore al prezzo pieno è un errore, perché tende ad aumentare il numero da alimentare. Liberare la terra di migliaia di persone i cui antenati hanno vissuto e sono morti sul posto, è un “progresso”. Le assegnazioni di cottage non sono altro che luoghi per allevare i poveri. Southey denunciò la scuola di poesia byroniana come “satanica”, e così possiamo onestamente fare noi con la scuola di economia politica che si è sviluppata dal sistema coloniale e il desiderio di fare dell’Inghilterra “l’officina del mondo”. Insegna tutto tranne il Cristianesimo, e che qualsiasi sentimento di gentilezza nei confronti di coloro che sono così sfortunati da essere poveri dovrebbe rimanere in Inghilterra, è dovuto al fatto che coloro che lo insegnano non hanno nella loro dottrina una fede sufficiente per praticare ciò che essi predicano» (3).

Conferme indirette a quanto sostenuto in tale sede riguardo all’impostazione di fondo dell’opera smithiana, sono giunte nel frattempo da uno studio su: «come furono ricevute le opere degli economisti Adam Smith e Jean Baptiste Say in àmbito cattolico» del professor Juan Hernández Andreu, Catedrático Emérito della Universidad Complutense di Madrid (4). Lavoro da cui emerge chiaramente come la teologia naturale di Smith fosse un prodotto tipico del mainstream illuminista, in cui la religione serviva come fondamento alla moralità dell’uomo che, a sua volta, era necessaria per l’armonia sociale.

Il suo dio era il dio degli stoici e la sua religione il deismo provvidenziale. Ancora nel secolo XVIII l’Inquisizione spagnola, a differenza di quella romana, iscriveva nell’Indice dei libri proibiti la traduzione francese dell’opera economica di Smith. I censori di fine Settecento si concentrarono in particolar modo sulla difesa dell’usura operata da Smith nel proprio libro, che essi giudicavano: «scandalosa, falsa e antievangelica» (5).

Lo studioso spagnolo, inoltre, rileva un’importante differenza tra l’opera del banchiere ed economista irlandese Richard Cantillon e quella di Smith. Cantillon fu autore di un “Essai sur la Nature du Commerce en Général”, pubblicato in francese nel 1755, considerato da William Stanley Jevons come: «la culla dell’economia politica» (6). In esso l’autore – in linea con i filosofi classici, gli scolastici, i principali rappresentanti della Scuola di Salamanca (escluso Juan de Mariana) e la maggioranza dei mercantilisti – era rimasto coerente con il realismo critico e l’esperienza economica, mentre: «Smith fece una grande sintesi dell’Economia politica dalla prospettiva dell’individualismo metodologico, ispirato all’antropocentrismo, al sensismo e al deismo, dottrine incompatibili con il realismo critico» (7).

Più avanti Hernández ribadisce tali concetti, sostenendo che «Adam Smith rompe il concetto umanista che implica il carattere trascendente della natura umana. L’individualismo di Smith univa l’antropocentrismo, l’illuminismo deista e, in parte, il sensismo, in una cornice crematistica» (8).

Tutto ciò, come non mancava di rilevare acutamente già Jaime Balmes, si collocava alle radici del grave errore dell’economia politica inglese, che è consistito nel vedere l’uomo come «un mero capitale, facendo astrazione delle relazioni morali», il che «la converte non solo in un nemico dell’umanità, ma anche della stessa industria; è un elemento di rivoluzioni politiche, è un germe di profondi disordini sociali» (9).

Hernández Andreu ricorda, innanzi tutto, come “La ricchezza delle nazioni” non sia stata tradotta integralmente in castigliano fino all’avanzata seconda metà del XX secolo. La prima edizione spagnola ufficiale, dopo una “pirata” apparsa nel 1792 e tendenziosamente attribuita al Marqués de Condorcet, venne pubblicata con diverse censure a Valladolid nel 1794 per i tipi della “Officina della Vedova e Figli di Santander” (10).

Lo stesso stabilimento pubblicò una seconda edizione nel 1805-06. Anche questo è un dettaglio significativo degli ambienti in cui l’opera venne caldeggiata e promossa. Il termine “officina”, infatti, come noto viene impiegato colloquialmente in ambito massonico per riferirsi alla loggia e i massoni stessi si autodefiniscono anche “Figli della Vedova”. Quanto a Santander, non è ben chiaro il nesso che possa esservi con una tipografia situata a Valladolid. È ben noto, tuttavia, il ruolo ricoperto da Sant’Andrea (di Scozia) nel Rito Scozzese Antico e Accettato e, ancor più, nel Regime Scozzese Rettificato. Le concordanze, a questo punto, sembrerebbero davvero eccessive per ipotizzare semplici coincidenze (11). Una contiguità di Smith con la Massoneria è stata argomentata dal massone giapponese Koichi Teresawa (12).

Questi, inoltre, ha rammentato i suoi contatti con Benjamin Frankin:

«Adam Smith era un massone? Non c’è traccia nei suoi documenti personali di lui come massone, perché dopo la sua morte il 17 giugno 1790 all’età di 67 anni, tutti i documenti e il materiale riguardanti la sua vita privata o la sua personalità furono bruciati per qualche motivo, e nulla fu scoperto neppure nei registri delle logge nel distretto di Edimburgo per provare che fosse un massone. Quindi, probabilmente non lo era. Tuttavia la sua vita era proprio come quella di un massone. Dopo la pubblicazione del suo libro “La ricchezza delle nazioni” nel 1776, fu premiato dal governo scozzese con la guarentigia di £ 600 all’anno come rendita vitalizia e il suo reddito annuo divenne £ 900 compresi i suoi salari come commissario delle dogane in Scozia e royalty sui suoi libri. Questo livello di reddito era da 3 a 4 volte il reddito normale per i professori universitari in quel momento. […] Adam Smith ebbe alcuni legami con Benjamin Franklin (1706-1790), un noto massone, Thomas Jefferson e altri leader in America, Francia, ed era uno studioso molto interessante in quel periodo in Europa, il che rende possibile una connessione ai massoni» (13).

Gli indizi succitati indurrebbero a una seria presa in considerazione della possibile connessione di Smith con gli ambienti della neonata Massoneria speculativa inglese, sorta a Londra nel 1717.

Una ben più rivelatrice comparazione fra le teorie di Smith e le dottrine propugnate dall’Ordine degli Illuminati di Baviera, tuttavia, è stata effettuata da John Conway O’Brien (14). È proprio in tale chiave interpretativa, verosimilmente, che andrebbero lette le allusioni “massoniche” riscontrate nella precoce diffusione della sua opera sul continente europeo.

  • Note:

(1) Cfr. Paolo Zanotto, La metamorfosi del pensiero occidentale. Scritti di Storia delle idee, Siena, Editoriale Logos, 2012 [1ª edizione: 2010], cap. V; (2) «En el pensamiento de Smith se ha producido un giro copernicano»: Manuel Montalvo, Smith (1723-1790), Madrid, Ediciones del Orto, 1997, p. 30; (3) «The modern school of political economy says, “Be not fruitful; do not multiply. Population tends to increase faster than food.” It prescribes disobedience to the earliest of God’s commands. Obedience thereto, in those who are poor, is denounced as improvidence; and to those who are so improvident as to marry, “with no provision for the future, no sure and ample support even for the present,” it is thought “important to pronounce distinctly that, on no principle of social right or justice, have they any claim to share the earnings or the savings of their more prudent, more energetic, more self-denying fellow-citizens.” To have a wife for whom to labour, and with whom to enjoy the fruits of labour, is a luxury, abstinence from which is placed high among the virtues. To have children to develope all the kindly and provident feelings of the parents, is a crime worthy of punishment. Charity is denounced as tending to promote the growth of population. To rent land at less than the full price, is an error, because it tends to increase the number to be fed. To clear the land of thousands whose ancestors have lived and died on the spot, is “improvement.” Cottage allotments are but places for breeding paupers. Southey denounced the Byronian school of poetry as “satanic,” and so may we fairly do with the school of political economy that has grown out of the colonial system, and the desire to make of England “the work-shop of the world.” It teaches every thing but Christianity, and that any feelings of kindness towards those who are so unfortunate as to be poor should still remain in England, is due to the fact that those who teach it have not in their doctrine sufficient faith to practise what they preach»: Henry Charles Carey, The harmony of interests, agricultural, manufacturing and commercial, Ann Arbor (MI), University of Michigan Library, 2005 [1ª edizione: New York, M. Finch, 1852], cap. XX “How Protection Affects Woman”, p. 201; (4) Cfr. Juan Hernández Andreu, Adam Smith e la Chiesa Cattolica. Verità e Incomprensioni, seconda lezione del II anno del seminario triennale di Storia del Pensiero Economico sul tema “Economisti classici della prima ora: A. Smith & J.B. Say”, tenuta presso la Pontificia Università della Santa Croce mercoledì 21 gennaio 2015. Sono grato all’amico Giorgio Faro per avermi procurato il testo inedito della relazione in lingua originale: De cómo fueron recibidas las obras de los economistas Adam Smith y Jean Baptiste Say en el ámbito católico, da cui saranno tratte le citazioni; (5) Juan Hernández Andreu, De cómo fueron recibidas las obras de los economistas Adam Smith y Jean Baptiste Say en el ámbito católico, p. 3; (6) «Cantillon’s essay is, more emphatically than any other single work, “the cradle of political economy”»: William Stanley Jevons, Richard Cantillon and the Nationality of Political Economy, in “The Contemporary Review”, Vol. XXXIX (January/June 1881), p. 342; (7) Juan Hernández Andreu, op. cit., pp. 11-12; (8) Ivi, p. 16; (9) Jaime Balmes, Obras Completas (32 voll.), prólogo de Marcelino Menéndez y Pelayo, Vich, Balmesiana, 1910, Tomo V, p. 490; (10) Cfr. Investigación de la naturaleza y causas de la riqueza de las naciones. Obra escrita en Inglés por Adam Smith, Doctor en Leyes, é Individuo de la Real Sociedad de Londres y de Edimburgo: Comisario de la Real Hacienda en Escocia: y Profesor de Filosofía Moral en la Universidad de Glasgow. La traduce al Castellano el Lic. D. Josef Alonso Ortiz, con varias Notas é Ilustraciones relativas á España. En Valladolid: En la Oficina de la Viuda é Hijos de Santander. Año de mdccxciv; (11) In Spagna, la prima loggia fu la Tres Flores de Lis, situata nella calle de San Bernardo, venne fondata nel 1727 a Madrid dal duca Philip Wharton ed era conosciuta come “La Matritense”. Aderiva alla Gran Loggia d’Inghilterra. Nella seconda metà del secolo nacque la Gran Loggia fondata nel 1760 dal conte di Aranda, che dal 1780 venne ridenominata Grande Oriente di Spagna e ideologicamente dipendeva dai gruppi massonici francesi; (12) Cfr. Koichi Terasawa, Robert Burns and Adam Smith, Junior Warden, Square & Compass Lodge No. 3, http://www2.gol.com/users/lodge1/history-e/papers/terasawa.html; (13) «Was Adam Smith a Freemason? There is no recognition in his personal records as a Freemason, because after his death on 17 June 1790 at the age of 67, all documents and material concerning his personal life or personality were burned for some reason, and also nothing was discovered in the records of lodges in Edinburgh District to recognize that he was a Freemason. So, probably he was not. However his life was just like that of a Freemason. After the publication of his book “The Wealth of Nations” in 1776, he was awarded by the Scottish Government with the guarantee of £600 per year as a life annuity and his annual income became £900 including his wages as Commissioner of Customs in Scotland and royalty on his books. This level of income was 3 to 4 times of normal income for the university professors at that time. […] Adam Smith had some connections to Benjamin Franklin (1706-1790), a well known Freemason, Thomas Jefferson and other leaders in America, France, and he is a very interesting scholar at that period in Europe as well as the possibility of a connection to Freemason»: Koichi Terasawa, op. cit., (corsivo originale); (14) Cfr. John Conway O’Brien, The Good Society: the Illuminated, Karl Marx and Adam Smith, in “International Journal of Social Economics”, Vol. 30, No. 5 (2003), pp. 598-612.

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