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Imago Mortis

Immagini e morte. Dalle imagines maiorum del mondo romano alla fotografia post mortem, inscenando decapitazioni di parenti. Pratica apprezzata dalla Regina Vittoria. Ciò che a noi appare raccapricciante era un fatto normalissimo.

«Un giorno, all’alba, mi sono trovato al capezzale del letto di una persona che mi era molto cara e che tale rimarrà sempre. I miei occhi erano rigidamente fissi sulle tragiche tempie e mi sorpresi a seguire la morte nelle ombre del suo colorito che essa depone sul volto con sfumature graduali. Toni blu, gialli, grigi… naturalmente si era fatto strada in me il desiderio di fissare l’immagine di colei che ci ha lasciati per sempre». Questa è la descrizione che l’Impressionista Claude Monet fa del suo quadro del 1879 raffigurante la moglie Camille sul letto di morte.

Non sarà l’unico artista a voler immortalare per l’ultima volta i propri cari impressionandoli nella memoria, Picasso nel 1901 raffigura allo stesso modo l’amico Carles Casamages, suicida per amore.

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La parola ricordo, dal latino re – cor vuol dire “richiamare al cuore” e l’immagine, più di qualsiasi altra cosa, ha il potere di riportarlo alla mente.

Polibio, nelle sue storie, racconta che presso i Greci vigeva l’usanza di fare ai defunti il calco in cera dell’immagine del volto. Vi era addirittura lo “Ius Imaginum”, una legge che limitava questa pratica alla sola classe patrizia.

Anche Plinio ci parla di IMAGINES MAIORUM, ovvero di calchi in cera conservati all’interno di armadi, posti all’ingresso delle case patrizie romane. La maschera di cera era parte essenziale del rito funebre e veniva indossata dai parenti che per altezza e corporatura più assomigliavano al caro estinto. Durante la processione verso l’ultima dimora questi si disponevano accanto alla salma sistemata in piedi, in modo che se ne potesse ben distinguere il volto.

Terminata la cerimonia la maschera compensava l’assenza del defunto e veniva appesa nell’atrio della casa. Spesso i calchi erano collegati fra loro con linee che originavano genealogie familiari.

Dal punto di vista psicologico la scelta di ricordare o dimenticare ha la stessa valenza dell’amletico “Essere o non essere” ed è forse per questo che sin dalla sua nascita, la fotografia ha instaurato un rapporto privilegiato con la morte.

Come afferma Roland Barthes nei suoi scritti, l’immagine fotografica ferma l’istante e il flusso dinamico degli eventi nello stesso modo in cui la morte fa con la vita.

Nel 1861 la Regina Vittoria rimase vedova. Da quel giorno il lutto diventò parte costante della vita della sovrana, e pare che sia stata proprio lei ad avere l’idea della fotografia dei defunti.

L’epoca Vittoriana è stata un periodo di altissima mortalità e per questo si era instaurato un rapporto con la morte differente rispetto alla concezione che oggi abbiamo di essa. Cose che a noi sembrano raccapriccianti per la gente di quel tempo erano normalissime.

Nelle pestilenze e nella povertà, una costante tra i ceti poveri, i primi a perire erano neonati e bambini; la fotografia post mortem assumeva per i genitori grande importanza, perché era l’unico ricordo della loro immagine.

Ecco come una tragedia si trasforma nell’occasione per fare la foto di famiglia, di riunirsi accanto al defunto e sorridere davanti all’obiettivo. Nascono studi fotografici deputati all’evento, specializzati nella nuova pratica di mummificazione visiva.

Il defunto veniva truccato, acconciato, vestito con gli abiti a lui più congeniali, se non si riusciva a fargli tenere gli occhi aperti si provvedeva a disegnarglieli sulle palpebre. Venivano messi in piedi o seduti

accanto a genitori, fratelli e parenti, adagiati su canapè come se fossero stati sorpresi durante un sonnellino, accompagnati dai loro giocattoli preferiti o dagli oggetti più cari che utilizzati in vita.

Quello che non si otteneva dal vivo veniva fatto in camera oscura o dopo lo sviluppo. Nasce a tal proposito, forse per esorcizzare la paura della morte, una pratica dai risvolti inquietanti. Nelle foto post mortem si inscenano decapitazioni, parenti che impugnano accette e tengono in mano la testa del defunto, teste mozzate e servite sui piatti, il tutto ottenuto grazie ad un’ottima post produzione.

Con la diffusione della Carte da Visite l’immagine del defunto poteva essere spedita ad amici e parenti diventando una sorta di “santino” da conservare in cassetti, portafogli o libretti, pratica ancora in uso anche se in versione più moderna.

Ma perché non immortalare anche i cari animali domestici? Ecco quindi che gli amici pelosi, dopo essere stati sottoposti alla tanatoprassi dell’imbalsamazione subivano quella del ritratto post mortem pronti a riempire, accanto agli umani, le pagine degli album fotografici.

La pratica della fotografia post mortem è citata anche in pellicole famose come il fortunato “The Others” in cui una bravissima e bellissima Nicole Kidman ritrova in casa il “Libro dei morti”, o nel film Il Messaggero (The Haunting in Connecticut) di Peter Cornwell del 2009 che si svolge in un casa precedentemente adibita ad atelier fotografico funebre dove accadono strani fenomeni.

Dall’era Vittoriana, fino agli anni quaranta del Novecento, quella della foto dei morti è stata una pratica molto in uso, a testimoniarlo sono ancora oggi, nelle vecchie aree cimiteriali, le fotografie su ceramica di bimbi vestiti da battesimo, o di giovinette con l’abito da sposa morte di parto.

In alcune regioni italiane, in particolare in Lombardia, l’usanza dell’album del funerale con tanto di foto del

defunto nella bara, si è mantenuta fino agli anni Sessanta.

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