anoressia

Il lento suicidio dell’anoressia

Gli anoressici sono maestri di menzogna impegnati in un perverso e lento suicidio. La famiglia è l’ultima a rendersene conto. Gli amici, se formati a scuola, sono i primi a individuare il malato. Se presa in tempo il 60% guarisce. Il 10% muore.

La drammatica vicenda di Lorenzo, il ventenne ragazzo torinese morto di “anoressia”, ha prepotentemente riportato alla ribalta nazionale il grave problema dei disturbi del comportamento alimentare, primo fra tutti appunto l’anoressia.

Non entro nelle polemiche sollevate dai genitori di Lorenzo, che hanno denunciato di essere stati lasciati soli dalle istituzioni, lamentando sia la carenza di strutture pubbliche adeguate, sia l’assoluta mancanza di sostegno alle famiglie.

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Soprattutto perché Lorenzo, che aveva ottenuto evidenti miglioramenti grazie a ripetuti ricoveri presso adeguate – ma per nulla economiche – strutture private, raggiunta la maggiore età, si era rifiutato di continuare le terapie, ed i genitori, impotenti per le leggi vigenti, non hanno potuto costringerlo a curarsi.

In realtà oggi in Italia le strutture private per queste patologie sono abbastanza numerose, anche se davvero molto costose. Quelle pubbliche sono ancora poche, ma qualcosa si sta muovendo per creare negli ospedali sempre più reparti atti a curare specificamente i disturbi legati all’alimentazione.

Ma cos’è l’anoressia? E’ una malattia che di solito ha il suo esordio in età pubero-adolescenziale e colpisce soprattutto le donne con un rapporto di 9 a 1.

Il termine, che letteralmente significa “mancanza di appetito”, è forse poco adatto, in quanto la perdita di appetito è presente solo nelle fasi più avanzate della malattia. Infatti inizialmente le anoressiche limitano l’assunzione di cibo escludendo dalla dieta gli alimenti considerati ipercalorici (pane, pasta, carne, dolci…).

Successivamente ricorrono a “piani” dietetici improntati a scelte sempre più “vegetariane” o francamente “vegane”, ma solo per la malcelata necessità di adottare restrizioni che favoriscono il dimagrire.

Contemporaneamente iniziano ad imporsi una intensa attività fisica giornaliera ed adottano condotte di eliminazione come il vomito autoindotto o l’abuso di lassativi e diuretici per “rimediare” a minimi eccessi alimentari.

I segni precoci dell’anoressia nervosa sono: perdita di peso ottenuta con restrizione alimentare; eccessiva preoccupazione per peso e forme corporee; preoccupazione per il cibo, esasperata dall’assunzione di comportamenti ossessivamente rituali; riduzione della concentrazione, e, nelle ragazze, l’amenorrea (ovvero l’assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi).

Successivamente la denutrizione, segno tangibile di questa patologia, provoca seri problemi a numerosi apparati ed organi: bradicardia ed ipotensione, stipsi ostinata, edemi periferici, secchezza della cute con lanugo, forte intolleranza al freddo, osteoporosi, insufficienza renale.

I danni psicologici (e/o decisamente psichiatrici (non a caso la dizione corretta è “anoressia nervosa”), sono l’intensa paura di diventare grassi (anche se il soggetto è francamente sottopeso) con allegata “distorsione” della percezione della propria immagine corporea; la “manipolazione” del pensiero altrui, nonché i disturbi francamente depressivi quali: perdita di interessi, umore triste, ritiro sociale, insonnia, riduzione della libido, ed infine, il negare in maniera decisa la gravità della condizione di sottopeso cui si abbina la falsità nel descrivere le proprie abitudini alimentari.

Perché tutto questo? Innanzitutto bisogna dire che questo disturbo è tipico dei paesi industrializzati e ricchi, dove, soprattutto negli ultimi decenni, la magrezza è diventata per tanti adolescenti un valore ed un obiettivo da raggiungere. Un intento accentuato dalle significative modificazioni e pressioni socio-culturali che, esasperando i pregiudizi sul grasso, esaltavano gli ideali di estrema snellezza, sempre più rispondenti a modelli mediatici.

Il repentino cambiamento di usi e costumi ha altresì causato un importante disagio nelle comunità, con spesso gravi ripercussioni nel sistema dei valori propri delle famiglie.

Infatti, le inadeguate relazioni genitori-figli (statisticamente soprattutto madre-figlia) sono alla base di conflitti interpersonali tra bisogni di dipendenza e indipendenza troppo spesso irrisolti.

Sono appunto le gravi incertezze “domestiche”, magari esacerbate dai improvvisi eventi “stressanti” (lutti e /o separazioni in famiglia, cambiamenti scolastici o logistico-ambientali) che portano l’adolescente a riferimenti esterni fuorvianti legati all’immagine e all’apparire.

L’evoluzione e gli esiti dell’anoressia nervosa sono legati soprattutto ai “tempi di scoperta” del disturbo: se presa in tempo e curata in maniera adeguata nel 60% si ha una completa guarigione. Altrimenti nel 30% dei casi segue la cronicizzazione con ripetuti annosi periodi di regressione e di riacutizzazione anche in età adulta.

Nel 10% dei casi purtroppo si verifica il decesso. La morte, che avviene come diretta conseguenza della denutrizione e degli squilibri elettrolitici, potrei definirla meglio come una triste, ma perversa forma di “suicidio lento”.

Allora è bene dirlo e gridarlo al mondo: di anoressia si può guarire. Ma bisogna “prenderla in tempo” e per questo è indispensabile fare prevenzione. Dove? Soprattutto nelle scuole. La figura del vecchio “medico scolastico” è sempre più fondamentale al riguardo.

Spiegare agli studenti cosa sono i disturbi del comportamento alimentare. Informarli su quali sono le avvisaglie, i primi sintomi, le prime manifestazioni che possono svelare ai ragazzi che la compagna (o compagno) di banco o di palestra o di discoteca può avere qualche problema legato a questo disturbo. Anche perché i compagni di scuola potranno essere più “svegli” ad accorgersi che qualcosa non va, in quanto il soggetto abbassa un po’ le sue “difese”.

In famiglia, invece, l’anoressica è perfetta e non abbassa mai la guardia. Viene tutto calcolato: ogni azione, ogni movimento, ogni parola, ogni “bugia” è studiata e preparata con estrema maestria.

Non a caso i genitori di solito sono gli ultimi a capire il disturbo e la sua gravità.

Come si vede è importante per il medico (di famiglia o dietologo o ginecologo) accorgersi in tempo del problema per poter aiutare l’adolescente a combattere e a sconfiggere questo terribile male. E’ chiaro che una immediata diagnosi accorcia i tempi per la guarigione. Noi medici dobbiamo stare attenti a “leggere” negli occhi il soggetto anoressico in quanto alla visita si mostra sempre vigile a non farsi scoprire. Ci vuole tanta attenzione e buona volontà soprattutto nello “sgamare” le sue bugie.

Immagine: @avasol su Unsplash

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