I fili dell’anima

 I fili dell’anima

Alessandro Rillo è un istintivo insofferente alle costrizioni. Eloquenti i pali, i fili di ferro rivestiti di ruggine che riportano alla luce le tensioni esauste, agevolando il loro percorso allungato verso il sole. L’artista recupera il filo e in quello riconosce l’esteso lavoro della vigna. Del DNA.

Qualche tempo fa, in un momento espositivo che aveva valenza di osservatorio, appresi, a lampo d’occhi, il senso dell’arte di Rillo. Mi confermava, nell’andamento, apparentemente discorsivo, di sequenze riepilogative di sagome che alludevano alle costanze metamorfiche delle umane forme, la sua fedeltà alle cose, che sono tali per se stesse nel loro esserci ed appartenerci.

In quel percorso espositivo, prolungabile senza soluzioni, Alessandro faceva poesia del vero oggettivo, dell’omogeneità che accomuna la vita, non confusa e non divisa sul cuore e nel profondo della terra degli uomini umani. Sono diversificati nel colore della pelle, ma non nella elementarità dell’esistenza e degli interrogativi sui quali incombe l’inaccessibile mistero del cielo di pietra che cela.  

Un grumo di desiderio, viandante e mendicante nel viaggio terreno, apprende nei suoi attraversamenti che la scienza e l’arte di vivere si spendono nella sacrale quotidianità, dando amore, amo quindi esisto, e giustificazione anche ai più disparati frammenti di transiti. Prelevati, recuperati, sottratti all’oblio, nel dialogo umano si arricchiscono di una quota d’eternità, comunicando e contribuendo, con la complicità di ciò che esiste, a progettare nuovi disegni d’armonia.

Insomma la storia vale per l’etica, chiarita come rispetto della vita propria ed altrui: l’uomo è destino dell’uomo nel nostro universo, la cui sorte rispecchia quella degli infiniti mondi vaganti verso l’ignoto tra gli spazi intergalattici.

La scienza conferma che l’infarto di un pianeta non si distingue da quello che colpisce un malcapitato; per questo l’arte veggente investiga la vita dove ha più vita e scopre il principio di bellezza e d’ordine nel cuore del Kaos, nell’usura che coinvolge la natura delle cose e i prodotti dell’uomo. La fragilità accomuna e raccorda in cerchio tutte le esistenze metamorfiche: dall’archè, dall’iniziale centralità energetica, singhiozzata nella materia, si diramano gli aggregati periferici che, prendendo vita sono soggetti all’universale legge della durata. La centralità energetica è sempre stata identificata come fonte e sete, energia vitale e necessità di utilizzo, erogato verso l’estrema periferia. “L’abbeveratoio”, che propone in sintesi questa eccellente lezione di vita, ci richiama ai valori delle ossa della terra, alla longevità che resiste dal primordio lungo le età dell’incivilimento, transitate dalla pietra al ferro che destituisce gli altri metalli, al vetro trasparente e fragile, alla plastica di tempi più recenti ormai cibernetici e digitalizzati. Tutto intanto attinge alla linfa pensante, al sanguepensiero che abbevera l’esistente.

Alessandro, nel nome difensore degli uomini, investiga e propone una dimensione andropoietica che della terra del fare si nutre, operando tra spazio e silenzio, tra coincidenze che della vita fanno un insieme unico, ricco e pieno del vero delle cose. L’artista incontra quei richiami allertanti che ci degnano di un dialogo, quando li sottraiamo al sonno dell’usura e li restituiamo alla dignità dello specchio in cui ci riconosciamo anche in fraternità di prigionia.

Di vita in vita, venendo dalle stelle, transitiamo dal liquido amniotico all’aria, nella quale siamo immersi e acquistiamo il diritto alla vita tra prigioni di misteri e divieti in successione: ci accompagnano fino al carcere del nulla. Alessandro Rillo è un istintivo insofferente alle costrizioni; sannita del suo tempo, lo verifica e lo avverte smemorato della soavità dell’antico idioma, cantilenato, sonoro a tratti, ma sempre sapido e significante.

Rillo non viaggia nella cruda analisi dell’episteme, ma nel mistero che tutte le cose accomuna nella ciclicità, variata soltanto per durata. Sa cogliere, quindi, l’infinito nell’effimero volo di una farfalla e solo chi confronta quel sospiro ai tempi millenari che erodono le ossa della terra, sa sempre che è solo questione di durata. Pertanto sono eloquenti i transiti delle cose che, consumandosi, dicono anche la presenza sulla terra dell’uomo che apprende la vita, regola e desiderio, e alle cose dismesse rivolge la cura appassionata che merita il dialogo. In quello cresce il mistero, ma il senso del mondo è tangibile in una più intensa umana conoscenza.

La scienza analizza e procede tecno-logica-mente, ma chi ha visto sui pendii del tempo discendere i suoi avi, ha coscienza dell’etnos, che è l’unica gabbia d’amore da cui apprendere per insegnare. Gli antichi padri osci nel cuore di un pugno di argilla custodivano la luce celata. Veneravano la fertile zolla, Tarket, e Virbio, vir bis, che rinasce dal seme per fruttificare. La tradizione è aria che si respira, gesto ereditato per imitazione, persistente intercalare, ma l’arte, rapida come la luce, ritrova il filo del pensiero e lo rispetta lungo la vera via che transita nell’usura.

Eresia sarebbe non avvertire nei reperti il fremito di chi ha consacrato i giorni del lavoro progettando una vigna. Se dismessa, si fanno più eloquenti i pali, i fili di ferro rivestiti di ruggine frale alle dita che, dall’allevamento di polvere spessa riportano alla luce le tensioni esauste, già organiche a sostenere i tendoni, agevolando il loro percorso allungato verso il sole. Rillo recupera il filo di ferro e in quello riconosce l’esteso lavoro della vigna “che tosto imbianca se il vignaio è reo”. Tangibilmente, senza altre ingerenze, verifica la vita nell’ossimoro perfetto di una scalata che si affronta, in ascesa, discendendo.

L’artista si ritrova persuaso di quel DNA che, novello acronimo, per lui vale: Dove Nasce Amore; la vita ha appreso a vivere per illuminazione d’amore. Il recupero, il prelievo senza ulteriori destinazioni d’uso, ma proposto nella sua eloquente significazione, consente interessanti aggiunte ai ponderosi testi dell’uomo di aiuto all’uomo e suo destino.

I recuperi di Rillo diventano pagine pluridimensionali. Oltre la quarta dimensione, che appartiene a chi li abita poeticamente, altre ne propone il pensiero pluriverso, che va a cercare le sue radici stellari nei cieli da attraversare verso l’ignoto e giostra in andirivieni tra l’indicibile, l’impossibile e l’illusione dell’immutabile.

L’artista è nemico delle rinfuse, degli ammassi omologati, sceglie l’oggetto singolo, la res, la più mobile e vitale delle forme viventi, la preleva così com’è, disadorna, la propone al dialogo in cui si affrontano le problematiche delle fratture, dei transiti, dei fili che riprendono quelli delle mitiche Parche, che danno memoria del ragno filatore, del filo di ferro filato per i filari, per agevolare, meglio dirigere, il prolungamento dei tralci. Il verbo recuperare contiene in sé le cure, le cose di cui vale la pena preoccuparsi e l’operare che è il verbo dell’efficienza concreta.

L’arte di Rillo onora queste caratteristiche d’umana poesia che rende visivamente transiti, percorsi, attraversamenti paralleli e divergenti.  

Sito internet di Alessandro Rillo: www.alessandrorillo.it