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Un tribunale per lo stupro delle parole. La libertà.

Cronaca di uno stupro a tappe. Non c’è partito che non parli di “libertà”, spesso senza riconoscerla e riducendone la parola a valore di sbadiglio. La mia libertà ha la responsabilità della tua, perché i diritti senza doveri sono crimini nascosti.

Da tempo sostengo e scrivo che occorrerebbe istituire un tribunale per lo stupro delle parole. Una di queste è “libertà”. La chiamano “libertà”. L’affermano, la promuovono, la diffondono. Non c’è partito politico che non dica di essere per la libertà. Ognuno di essi si scontra con l’altro in nome della libertà. Dicono tutti la stessa cosa? Che cos’è mai questa bandiera, che sembra da tutti condivisa e che da ciascuno è rivendicata come propria? Che cos’è mai questa “libertà”?

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A rigore, bisognerebbe distinguere tra la libertà come condizione e la libertà come capacità. La prima ha un significato politico-sociale, la seconda un significato ontologico e metafisico. Per adesso ci occupiamo solo della libertà come condizione politico-sociale.

Proviamo ad avvicinarla. A tappe.

Prima questione. Bisogna individuare il contenuto semantico – il significato – di questa parola. Se non lo si fa con precisione, essa rischia di assomigliare piuttosto a una esclamazione o a uno sbadiglio, l’una e l’altro intonati con accento laudativo. Domandiamoci perciò: quando diciamo la parola libertà stiamo parlando di una semplice condizione di fatto o di un valore? Se stessimo parlando di una semplice condizione di fatto, questa parola significherebbe soltanto la condizione – spesso osservabile empiricamente dall’esterno – dell’essere senza impedimenti e di poter fare qualcosa. Cioè: il puro poter fare o non fare, esercitato a piacimento. Ciò, indipendentemente da qualsiasi valutazione che se ne possa fare. A rigore, se con libertà si intendesse dire soltanto questa condizione di fatto, non bisognerebbe impiegare la parola “libertà”, avendo questa da sempre un significato intrinsecamente valoriale e laudativo.

Infatti, quando si impiega la parola libertà, la si usa sempre – lo si sappia o no – vestendola di una risonanza valoriale, cioè di un valore valido per tutti e per ognuno, perché da tutti e da ognuno desiderabile. Non diciamo la parola “libertà” come diremmo la parola “sedia” o “patata”. Si sta dicendo invece, più o meno nascostamente, che questa libertà è una cosa desiderabile da parte di tutti, compreso l’interlocutore con cui si parla: un valore.

Ma, se è un valore, domandiamoci: è la libertà solo mia o anche la tua? È solo quella mia o anche quella degli altri? Se fosse solo la mia libertà, cioè se io stessi proclamando come valore soltanto la MIA libertà, io starei invocando, anche se non me ne accorgo, la situazione politica di una tirannia. Infatti, nello Stato tirannico non è vero che non ci sia libertà: è libero uno solo, mentre tutti gli altri sono suoi servi.

Se abbiamo acclarato la prima questione, poniamoci adesso la seconda. Domandiamoci: se affermo la mia libertà come valore, che è tale non solo per me ma anche per gli altri, sto parlando di una libertà che deve permanere nel tempo – cioè, all’inizio e alla fine del processo sociale da costruire – oppure sto parlando, invece, di una libertà che vale solo alla fine del processo stesso?

In altri termini, domandiamoci: se invoco questa libertà come valore, sto invocando il valore di quella libertà che, scontrandosi con le altre, alla fine prevale sulle altre, oppure sto invocando una libertà che deve rimanere tale per tutti e per ognuno, indipendentemente da chi vinca e da chi soccomba? In parole ancora più povere: se entriamo tutti in questa partita sociale da liberi, alla fine del processo resteranno tutti liberi o soltanto quelli che hanno prevalso sugli altri? Se stessi invocando la libertà solo per chi prevale, starei invocando semplicemente la libertà di chi vince. Si tratterebbe, in questo caso, di una libertà abbastanza “strana”, che semplicemente nasce dalla selezione del più forte. Siamo davanti a un gioco delle tre carte: si presenta la libertà come la libertà di tutti e in realtà si sta parlando della libertà di chi vincerà.

Se abbiamo preliminarmente appurato che la libertà non è una semplice condizione di fatto, ma un valore; se abbiamo preliminarmente appurato che questa libertà non è solo la mia, ma anche la tua; se abbiamo preliminarmente appurato che questa libertà non è solo quella di chi vince, ma anche quella di chi eventualmente soccomba; se abbiamo tutto questo appurato, possiamo procedere alle tappe successive.

Se invocare la propria libertà significa, contemporaneamente, invocare anche la tua, la mia libertà deve poter rispettare la tua, e pertanto deve essere “responsabilità” verso la tua. Io debbo poter essere libero rispettando la tua libertà. Ciò significa che la mia libertà, rispettando la tua, è “responsabilità”. La propria “responsabilità”, in questa luce, non è altro che la propria libertà guardata dal punto di vista dell’altro. In definitiva: la mia libertà che non guarda la tua è tirannia; la mia libertà che guarda la tua è responsabilità; la responsabilità è la mia libertà guardata dal punto di vista della tua.

Se abbiamo preliminarmente appurato tutto questo, procediamo alle altre tappe.

Qual è il primo stadio di questa libertà? È certamente quello di non essere impediti, di non essere costretti. Chi è impedito o costretto non è libero.

Ma domandiamoci: basta una tale libertà per essere “liberi”? Questa è la semplice “libertà da”, cioè la libertà da ogni impedimento. Ma posso dire di essere libero se, pur avendo questa libertà, non posso realizzare i miei bisogni essenziali? Posso dire di essere libero se questa mia libertà consiste nella libertà di stare sotto i ponti, cioè consiste semplicemente nel non essere impedito di morire di fame?

C’è un secondo stadio da affrontare, perciò. Della libertà fa parte anche la “libertà di”: la libertà di poter alimentarsi, di poter istruirsi, di poter provvedere alla propria salute, di avere una casa, di avere un lavoro, di avere un’esistenza dignitosa.

Non basta “non essere impediti”. Bisogna essere concretamente nelle condizioni di poter esercitare i propri bisogni essenziali: quelli che fanno sì che un essere umano abbia ancora la dignità di essere umano. Cioè il suo valore di essere umano. Bisogna evitare il paradosso americano per cui si ha il diritto costituzionale alla pistola e non quello alla salute.

Comprendo la possibile obiezione: in U.S.A. il diritto alla salute c’è, perché fa parte del diritto di aspirare alla felicità. Ma bisogna intendersi in merito. Ci sono diritti che significano, in realtà, soltanto quello a non essere impediti che si faccia una cosa. Non basta il diritto alla salute, se consiste soltanto nel non essere impediti di curarla; occorre che TUTTI E OGNUNO siano messi nella condizione concreta di poterla curare. Recentemente negli U.S.A. è accaduto che una persona, recatasi in ospedale, non è stata curata perché, non avendo soldi, non era assicurata ed è morta.

C’è un terzo stadio, a questo punto. Perché si sia liberi, occorre poter realizzarsi nei propri bisogni profondi. Ma, per far questo, occorre essere stati messi nelle condizioni di base per poter sviluppare questi bisogni: occorre poter avere avuto un’educazione che consenta di valorizzare al massimo le proprie potenzialità. Potremmo chiamare, questa, la “libertà per”.

Potremmo denominarla: la “libertà capacitaria”. Si faccia attenzione, però. Se questa libertà di valorizzarsi si esercita senza la responsabilità verso l’altro, diventa puro egoismo. Anche in questo caso, la libertà è responsabilità. I diritti fondamentali senza doveri sono affare dei narcisisti. I diritti fondamentali senza doveri possono diventare crimini nascosti.

Occorre un quarto stadio. Occorre che la propria libertà maturi anche nella capacità di auto-comandarsi e auto-disciplinarsi: sia per regolare i propri desideri, che potrebbero nei tempi più lunghi danneggiare noi stessi, sia per regolarli in condizione di responsabilità verso le libertà altrui. Si tratta della “libertà come autonomia”, come capacità di auto-comandarsi e di auto-regolarsi.

In questa prospettiva, non può esserci libertà senza regole. Si faccia attenzione, però. Non si tratta di regole elaborate arbitrariamente da un potere esterno: si tratta, invece, di regole che fanno parte della carne stessa della libertà esercitata in condizioni di responsabilità. Prima delle regole comandate da un potere esterno, debbono necessariamente esserci le regole che consentono – fin dall’origine – alla propria libertà di esercitarsi come libertà e di far esercitare quella altrui. In altri termini: le regole di cui stiamo parlando non sono esterne alla libertà, ma sono la carne stessa di questa libertà.

Sono pezzi essenziali di questa libertà. Se cambiassero troppo queste regole, cambierebbe la stessa libertà. Si pensi, solo per un esempio, a quelle che sono le “istruzioni per l’uso” per impiegare correttamente un oggetto. Se quelle istruzioni (che non sono arbitrarie, ma strettamente connaturate all’oggetto) non venissero eseguite, l’oggetto si romperebbe.

C’è un ulteriore stadio della libertà, che può raggiungersi in condizioni interiori più mature e raffinate. È la libertà di riconoscere nell’altro non un soggetto anonimo, non un soggetto generico, ma un “tu”, col quale ci si sente – a livelli più o meno profondi – in situazione di vincolo morale. È la libertà che io preferisco chiamare, andando oltre l’idea di “auto-nomia”, “tu-o-nomia”, nella quale il vincolo morale è dato non tanto da una regola astratta e generale più o meno interiorizzata, ma dalla presenza concreta – nell’“io” – di un “tu”, di tanti “tu”: dell’universo dei “tu”. Perché in ogni “io” il “tu” è da sempre – lo si sappia o no – interiorizzato.  

C’è un sesto stadio della libertà, che specificamente riguarda la condizione delle tante libertà conviventi nel contesto di una comunità, grande o piccola che sia. È la “libertà con”, che viene spesso denominata la “libertà come partecipazione”. Si faccia attenzione, però. Non si tratta semplicemente della libertà di partecipare a una discussione, a una decisione o a un voto comune.

Si tratta certo di questa, ma non solo di questa. Nemmeno questa dimensione, infatti, basta. L’esperienza ci dice che possono crearsi anche mille parlamentini senza che ciò comporti uno stare meglio insieme. Si tratta, invece, della più generale libertà di vivere insieme con tutte le altre libertà,

cioè quella del partecipare a un bene comune. Tutti necessariamente viviamo all’interno di beni comuni condivisi, senza i quali prima o poi cesseremmo di vivere. Ce lo raccontano ogni giorno le condizioni dell’aria, del verde, dell’acqua, delle attrezzature e dei servizi comuni, dell’igiene, degli standard di educazione praticati, degli usi e dei costumi più o meno consolidati.

Lo stesso poter “essere-in-comunità” è un bene comune. Ognuno di noi, nel momento in cui si occupa e si preoccupa di un bene comune, foss’anche col più piccolo gesto, esercita la sua libertà come partecipazione. È quella che altrimenti è stata detta, ma forse con un significato alquanto restrittivo, “cittadinanza attiva”. Essa consiste nell’azione che si compie per un bene comune: non necessariamente si tratta di atti giuridici o politici, ma anche di semplici atti materiali e comportamentali. In quel momento, in ogni piccolo o grande gesto siamo agenti della comunità a cui apparteniamo.

La dimensione del “pubblico” non si riduce a quella del “pubblico formalizzato”: è quella del “comunitario” in quanto tale. Se curo un piccolo fiore in un grande prato, se mi preoccupo della pulizia dell’ambiente o della trasparenza dell’aria, sono – lo sappia o non lo sappia – un “cittadino attivo”, un agente della comunità a cui appartengo, foss’anche la comunità dell’intero pianeta. La libertà come partecipazione è la libertà di convivere con tutte le altre libertà nella dimensione dell’essere-in- comunità. Qui si tratta non semplicemente della comunità come scelta, ma della comunità come destino.

E si faccia ancora attenzione. Più sono le persone che esercitano questa sensibilità, più cresce il valore del nostro stare insieme. Ci sono infiniti modi per fare volontariato attivo: individuale e/o collettivo. Ognuno è, nel bene e nel male, in qualche misura DECISIVO del valore comune.

Ognuno, a seconda dei contesti sociali, può sentirsene responsabile, orgoglioso o colpevole. Anzi, nel tempo delle velocità e delle connessioni contemporanee, è accaduta una situazione paradossale, che è anche un’INVERSIONE paradossale: mentre i MOLTI non riescono a salvare tutti, bastano

SEMPRE PIÙ POCHE PERSONE a distruggere tutto. Della sensibilità di queste poche persone dobbiamo necessariamente preoccuparci e occuparci, perché fa parte anch’essa del nostro bene comune. Se faccio cadere una goccia di veleno nel mio ambiente, sto inquinando l’intera comunità.

Esiste un settimo stadio da considerare. Esso, in realtà, fa naturalmente parte del primo stadio:

quello “della libertà da”. Ma è maturato, oggi, più nettamente all’attenzione nel momento in cui si è

incrociato con le nuove potenze di invadenza della società contemporanea, interferendo con gli altri

profili della libertà. Si tratta della libertà come riservatezza, altrimenti detta privacy. È la libertà di

poter curare il campo dei propri bisogni e dei propri interessi senza invadenze altrui, protetti da

controlli sociali, politici e tecnologici che possano minacciare e ricattare.

Se non si rispettano questi progressivi stadi, si è sempre davanti a più o meno gravi mutilazioni della libertà. In realtà, i cosiddetti “diritti fondamentali”, che sono di ognuno, non sono altro che tanti nomi della libertà.

Proviamo a comprendere, a questo punto, in termini molto schematici, la parola “liberismo”, ai giorni nostri molto impiegata e poco esplorata. È la proclamazione del valore della libertà senza impedimenti, pensata soprattutto in termini economici, cioè di libera concorrenza. Una tale libertà porta a far prevalere, nelle condizioni di mercato, il soggetto più efficiente, più efficace, più intelligente, anche più fortunato. Nulla da dire su questo punto, per adesso.

Ma, nel momento in cui il liberismo economico viene trasferito sull’intero piano antropologico – cioè nel momento in cui il suo principio viene esteso a tutti i rapporti umani – si sta dicendo che nelle libertà che interagiscono fra gli uomini devono prevalere le più forti a danno delle più deboli. Saremmo, in questo caso, nel perfetto regime della giungla, dove il più forte ha sempre ragione e il soccombente sempre torto. Si sta proclamando, in questo caso, non la libertà, ma la libertà del più forte.

Quando i cosiddetti “liberisti” invocano il principio della “libertà”, dovrebbero meglio chiarire che stanno parlando della libertà di chi vince. In questo caso, la parola “libertà” viene impiegata ENFATICAMENTE per far passare come “valore” – cioè come valore di tutti e di ognuno – qualcosa che non corrisponde al “valore”, a meno che questo valore non coincida con la legge della giungla.

Si faccia attenzione, intanto. In questo caso, chi dice “libertà” sta impiegando un astuto marketing: usando la parola “libertà” – che ha un suo intrinseco connotato laudativo (chi mai oserebbe parlare contro la libertà?) – sta LUCRANDO sulla differenza fra ciò che dice e ciò che nasconde. Come fanno tutti gli specialisti del marketing. Come fanno tutti gli illusionisti, che esibiscono in bella mostra ciò che sta facendo la loro mano destra per nasconderti ciò che intanto sta facendo la loro mano sinistra. Siamo allo stupro della parola, pubblicamente esercitato, eppure da nessuno osservato. Uno stupro consumato davanti a tutti, con spettatori indifferenti e ciechi.

Forse il coronavirus ci ha spalancato una luce, donandoci alcune ricchezze da non perdere. Vediamone alcune.

Tutti sono giustamente preoccupati dei vincoli progressivi che sono stati apposti alle nostre libertà, impedendoci di uscire di casa. Ma delle libertà fa parte anche la libertà DALLA paura, che è la libertà di non morire, di non far morire e di non veder morire gli altri. A differenza di ciò che generalmente si dice, non è vero che la sicurezza sia una cosa diversa dalla libertà. Anche il bisogno di sicurezza (il cosiddetto “bisogno securitario”) è uno stadio della libertà, per quanto non debba essere barattato con le altre forme essenziali della libertà stessa.

Pertanto, i vincoli apposti alle altre forme di libertà possono giustificarsi soltanto se sono NECESSARI e TEMPORANEI, all’interno di una situazione eccezionale. Bisogna, in questi e in altri casi, assicurare un rapporto proporzionato tra i vari aspetti della libertà. Bisogna saper proporzionare, in un tale contesto, risorse e perdite, rischi e fecondità. Non si dimentichi, fra l’altro, che va assicurato un rapporto proporzionato anche fra l’imposizione dei vincoli e il rispetto della riservatezza(la cosiddetta privacy). Non possiamo essere ridotti tutti a microbi tracciati e controllati.

Vogliamo avere un esempio chiarissimo che il coronavirus ci ha mostrato? Pensiamo all’idea, sostenuta da alcuni, consistente nella scelta di lasciar circolare “liberamente” il virus finché non si arrivi alla “immunità di gregge”. Potranno, così, salvarsi solo i più forti e i più capaci di immunizzarsi. È un esempio illuminante. Si tratta di un “liberismo” trasferito sul piano della pubblica sanità: di un “liberismo sanitario”. Il più forte, essendo il risultato di una selezione, è il vero “libero”, quasi individuato da un “giudizio di Dio”, di antica marca medievale. Dobbiamo pubblicamente ringraziare il coronavirus (e il premier britannico Boris Johnson) per averci offerto questo esempio clamoroso.

Ma il coronavirus ci ha spalancato anche un’altra luce, che forse molti non vedevano finché non si sono trovati nella situazione limite presente. La mia libertà NON è INDIPENDENTE dalla tua, perché è sempre CONDIZIONE DELLA tua e CONDIZIONATA DALLA tua. Non posso fare qualsiasi cosa, se la cosa che faccio può generare la morte o la gravissima malattia di un altro essere umano. La mia libertà incide sulla tua e la tua libertà incide sulla mia. La libertà ha necessariamente il volto della responsabilità.

Dire che si vuole una società di uomini liberi significa dire che si vuole una società in cui tutti gli uomini siano liberi prima, durante e dopo il processo sociale che li tiene insieme. Si deve sempre restare liberi come prima. E liberi in tutti gli aspetti che si sono sopra considerati.

In sintesi, la libertà è libertà da impedimenti, libertà di esercitare i propri bisogni essenziali, libertà di realizzarsi, libertà di auto-regolarsi, libertà di vivere in un mondo di persone, libertà come partecipazione, libertà come riservatezza: in ogni caso, libertà come responsabilità. Certo, tra queste forme di libertà possono nascere – almeno parziali – conflitti. In questo caso, bisogna interpretarne i reciproci limiti con ragionevolezza, allo scopo di mantenere fra queste libertà un rapporto proporzionato. Sempre, però, in nome della libertà e della responsabilità.

A ben pensarci, alla fine del discorso, possiamo accorgerci che la parola “libertà” non è soltanto un sostantivo, ma un verbo di movimento. Libertà non è solo una “cosa” da osservare, ma un movimento: un liberarsi e un liberare. Pronuncio un sostantivo e intendo dire anche un verbo, un verbo di azione.

Se la libertà da noi proclamata non significa questo, siamo semplicemente dei chiacchieroni: giocolieri, astuti propagandisti, magliari, pataccari, impastatori di fumi, illusionisti, incantatori di bisce, impellicciatori di civette, imbalsamatori di frottole, e per giunta stupratori di parole.

Immagine: @dustt su UNSPLASH

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