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Scacchi e Go a confronto

Gli scacchi, lo spirito pratico occidentale. E il “go”, lo spirito filosofico orientale. Con la globalizzazione ludica, i giochi si confrontano e rivelano le differenze tattico-strategiche delle due mentalità. Il raggiungimento di un obbiettivo e la concezione pluralista dell’esistenza umana.

Nel mondo contemporaneo, ove lo scambio di informazioni è parecchio incrementato, e dove si devono fare i conti con continue problematiche relative alla integrazione tra culture, vengono meno le barriere culturali del passato e ci si avvicina a un’informità di informazione, in una dimensione globalizzata dove anche i giochi orientali e occidentali tenderanno verso un unico paradigma.

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Secondo un proverbio cinese, il mondo è una partita di “go”, le cui regole sono state inutilmente complicate, Ebbene, lo scorso secolo, il campione Bobby Fischer, dichiarava che la vita sono gli scacchi.

Una disamina dei diversi approcci strategici e tattici di questi giochi, può evidenziare un divario nella generalizzazioni dei comportamenti, e consentire una possibile riflessione sul diverso approccio alle problematiche della scelta e delle decisioni.

La strategia e la tattica sono delle generalizzazioni dei comportamenti e delle scelte che possono essere molto utili per la comprensione delle stesse. Come ha elegantemente espresso il campione di scacchi Savielly Tartakower: «La tattica è sapere cosa fare quando si ha qualcosa da fare; la strategia è sapere cosa fare quando non si ha niente da fare».

Negli scacchi l’obiettivo del gioco è lo scacco matto, ovvero la cattura del Re avversario.

Pertanto il gioco ha subito risentito di un approccio tattico, fortemente orientato a privilegiare azioni per l’attacco al Re avversario. Solo alla fine del secolo XIX, con i primi teorici Wilhelm Steinitz e Siegbert Tarrasch, si riconobbe che vi erano delle configurazioni che consentivano la vittoria, costruendo piani strategici orientati alla promozione di un pedone, o attraverso l’acquisizione di piccoli vantaggi di tipo posizionale (avamposto di cavallo, alfiere buono verso alfiere cattivo, coppia di alfieri verso coppia di cavalli, ecc.). Soprattutto nel XX secolo diventeranno gli elementi basilari per valutare correttamente una posizione.

L’evolversi del pensiero scacchistico dal periodo romantico, passando attraverso le prime critiche dei principi classici ad opera della scuola ipermoderna (Reti,Tartakower, Nimzowitch), al periodo contemporaneo, caratterizzato dalla lotta uomo/intelligenza artificiale, ben enuclea la differenza di visione tra un principiante e di un maestro.

La superiore abilità del Maestro non è altra che quella di sapere stabilire delle priorità, sulla base delle quali pianificare una corretta sequenza di mosse.

Il principiante, ben consapevole che un singolo errore tattico può essere decisivo, tende a enfatizzare questo aspetto, cercando come può di migliorare la sua capacità di calcolo.

Tuttavia, il passaggio a un livello magistrale evidenzia, non tanto la mera capacità di calcolo delle mosse possibili, ma la capacità selettiva di orientamento del pensiero e dell’attenzione, mediante riconoscimento di pattern visuali o astratti, tema sul quale si è concentrata la lotta tra giocatori umani e giocatori artificiali

Al contrario, nel “go”, lo scopo del gioco è il controllo del territorio sul “goban” (tavoliere del go) e rappresenta da subito una forma elevata di astrazione del pensiero, tanto da essere considerata una disciplina di tipo filosofico e, al contempo, un importante esercizio di strategia militare.

La strategia militare, in Cina, era anticamente elencata tra le quattro arti del quadrivio confuciano, ovvero ritenute necessarie per la formazione delle persone di corte.

La differenza più immediata tra i due approcci è la non necessità di replicare, o il lasciare agire l’avversario, secondo la concezione tipicamente cinese del wu-wei.

Infatti, negli scacchi, dove generalmente le azioni sono costruite per il raggiungimento di un obiettivo ben delineato, l’avversario lo impedirà ad ogni costo. Nel go sembra tuttavia implicito che la scelta di una zona di influenza, o di un piano, possa comportare un’analoga azione avversaria, secondo una più ampia concezione, che tendenzialmente evita l’identificazione assoluta di un elemento, a favore di una visione dinamica e del conseguente scambio che ne scaturisce tra i gruppi.

Possiamo dire che i due modelli comportamentali sono diversi:

nel go i giocatori si confrontano per creare qualcosa di intrinsecamente valido, adottando un modello razionale orientato al raggiungimento della sufficienza per vincere. La strategia ottimale è qualcosa di invisibile anche al migliore giocatore, a causa della quantità delle possibili varianti di cui si dovrebbe tener conto, che presumibilmente spenderà la propria vita alla ricerca della “mossa di Dio”.

Se quindi, a livello elevato di processi di pensiero, possiamo ritrovare in entrambi dei denominatori comuni negli elementi strategici e tattici, le evidenziate differenze tra il gioco degli scacchi e quello del go, ben spiegano come le loro zone di diffusione siano rimaste a lungo distinte tra Occidente ed Oriente.

Meglio analizzando questi giochi, risulta interessante come diventino manifestazioni dell’etica imperante nelle rispettive aree.

In Occidente, caratterizzato dalla tradizione greca-romana e dalla religione giudaico-cristiana, il pensiero risulta dunque più focalizzato sull’individuo, sia come parte della società, sia come soggetto isolato da esso,

Invece, l’Oriente, influenzato da Buddhismo, Confucianesimo e Taoismo, risulta più focalizzato sull’organizzazione sociale che sul singolo individuo.

Quindi, se lo scacchista usa le configurazioni pedonali, o il riconoscimento di finali elementari come pattern (che fungano da strumenti di argomentazione in una struttura tipicamente deduttiva), il goista, ben in linea con la tradizione del pensiero cinese, riconosce l’impossibilità di selezionare un solo aspetto in modo esaustivo, sapendo che nulla ha senso all’infuori del contesto.

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