La pena dei Traditori – l’Appeso storico


Il tradimento era lo sport preferito nel Medioevo e le “pitture infamanti” ne erano esempio, così come le attività punitive fuori i Palazzi del Potere. Nei giochi della storia e della fede, una cosa che accomuna Lucifero e Santo Taraco era appunto la condanna per tradimento.

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Essere appesi per un piede rappresentava la pena riservata ai traditori. Sembrerebbe che tradire fosse uno degli sport maggiormente preferiti, dato che dalle finestre dei palazzi governativi di ogni città medievale se ne contavano ogni giorno un discreto numero.

Per essere considerato ‘Tradimento’ l’azione doveva essere rivolta verso i propri maggiori, cosicché se un Capitano avesse tradito un pari simile, la cosa non sarebbe stata valutata come tradimento, mentre se il tradito fosse stato un Generale, allora si sarebbero presi seri provvedimenti.

Andando a ficcare il naso nella vita coniugale delle coppie, se un marito avesse tradito la moglie, era cosa su cui si sarebbe sorvolato, ma in caso contrario sarebbero stati guai, anche se in questo caso i coniugi se la sarebbero vista fra loro.

Nell’ordine originale dei Trionfi (Arcani Maggiori) di fine sec. XV, L’Appeso, chiamato Lo impichato rappresentava un ‘memento mori’, atto a insegnare a non tradire Dio prima del sopraggiungere della morte dato che per l’uomo, in caso contrario, si sarebbero aperte le porte dell’Inferno.  

Il peccato dell’uomo è stato rappresentato iconograficamente nell’immagine di una caduta. Per primo Lucifero, seguito da tutta la sua schiera.

“L’ uomo capovolto, cioè l’uomo che ha perduto lo stato eretto, ha perduto tutto ciò che simboleggia e sottintende lo slancio verso l’alto, verso il cielo, verso lo spirituale, egli non risale più l’asse del mondo in direzione del polo celeste e di Dio; al contrario s’infossa nel mondo animale e nelle tenebrose regioni inferiori”.

Erano tendenzialmente condannati a questo tipo di colpa coloro che per vari motivi (militari, commerciali, ecc.) venivano ritenuti traditori della patria. Solitamente i malcapitati venivano prima strozzati e poi appesi per essere esposti alla pubblica riprovazione quale esempio da non imitare. Di traditori che subirono questo tipo di pena è costellata la storia fin dall’antichità. Da Santo Taraco, soldato romano convertitosi al cristianesimo, appeso con un fuoco ardente sotto il suo capo per aver tradito la fede negli Dei (terzo secolo d.C.) a Mussolini appeso per entrambi i piedi dopo la morte.  

L’appendere per un piede qualcuno ancora in vita fu azione dovuta essenzialmente ad atti di singoli o di una collettività popolare che riteneva non fosse il caso di star a perdere tempo. Diverse sono le testimonianze di veridiche storie e vicende romanzate. Nella narrazione della vita di M. Salvestro de’ Medici, Silvano Razzi descrive un personaggio il quale, una volta catturato dal popolo inferocito, venne portato subitamente nella Piazza e lì appeso per un piede. La morte pare essere stata alquanto repentina, dato che dopo appena mezzora di lui non rimase intatto che il piede legato, in quanto chi poté strappò dal suo corpo le varie membra.

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Non tutti i tradimenti venivano puniti con questo tipo di pena, dipendendo dal ruolo che la persona traditrice svolgeva all’interno del Governo. Ne siamo informati da Gregorio Leti che nei suoi Ragguagli Historici del 1699 evidenzia la pena da comminarsi in base allo stato sociale a Venezia. Trattando dell’Amore verso la Patria, l’autore evidenzia che coloro che godevano di un potere derivato dallo svolgere alte mansioni all’interno dell’apparato statale (ad esempio essere un Senatore), questi erano quelli che per primi avrebbero dovuto amare lo Stato essendo da questo ricambiati con onori e privilegi. Per il Leti questo atteggiamento doveva essere sentito più che naturale fra gli uomini, dato che, per esempio, il cane, simbolo di fedeltà, riservava le sue maggiori attenzioni e gratitudini verso il proprio padrone che lo accarezzava più di ogni altro. Pertanto, se colui che si trovava in questa posizione di privilegio avesse tradito, a questo doveva essere riservata una pena che testimoniasse una morte più ignominiosa con l’essere appesi per un piede. Doveva essere invece impiccato per la gola colui che in caso di tradimento non fosse ancora stato ammesso ai ‘segreti’ dello Stato, anche se detentore di particolari privilegi. I cittadini comuni sarebbero stati inviati ai remi, mentre agli stranieri doveva essere riservato la fustigazione o l’esilio. In entrambi questi ultimi due casi, se si era agito intenzionalmente per fomentare sedizioni all’interno del Paese o mossi da perfidia, la pena sarebbe stata quella ignominiosa dell’essere appesi per un piede.

Di Bernardino da Corte, governatore del Castello Sforzesco che in seguito a corruzione aprì nel settembre del 1499 le porte ai Francesi e a Gian Giacomo Trivulzio tradendo in tal modo gli Sforza, nel commento posto in margine al testo in alcune edizioni successive de L’Historia d’Italia (1561) del Guicciardini risulta come questo traditore, schernito da tutti, persino dai Francesi, in poco tempo morisse di dolore. I soldati francesi lo disprezzarono a tal punto che quando giocavano a tarocchi invece di dire “do la carta del traditore” dicevano ‘Do Bernardino da Corte‘.

Così come avveniva nel far west, esistevano i ‘Wanted’ ovvero pergamene poste ai lati delle porte delle città con sopra riportato la pittura stilizzata dei personaggi ricercati, con tanto di nome e del numero di scudi offerti quale ricompensa nel caso venissero fornite indicazioni atte alla loro cattura. Il popolo sapeva molto bene che se era disegnato un personaggio appeso per un piede, quella pena significava che si trattava di un traditore. Questo tipo di comunicazione al popolo venne chiamata ‘pittura infamante’.

Venne condannato in tal modo Muzio Attendolo Sforza dall’Antipapa Giovanni XXIII che nel 1412 lo denunciò come traditore, per essersi alleato al suo nemico, il re di Napoli Ladislao. Nei suoi Annali d’Italia in riferimento al 1412 il Muratori scrive che il Papa si sentì tanto offeso che lo fece dipingere impiccato per il piede destro, con sotto un cartello in cui veniva condannato reo di dodici tradimenti”. Una più dettagliata informazione ci giunge dalle cronache del tempo: “Per ordine del Signor nostro Papa fu dipinto su tutti i ponti e su tutte le porte di Roma, sospeso pel piede destro alla forca, quale traditore della Santa Madre Chiesa, Sforza Attendolo e teneva una zappa nella mano destra, e nella mano sinistra una scritta che diceva così: Io sono Sforza vilano de la Cotignola, traditore, che XII tradimenti ho facti alla Chiesa contro lo mio honore, promissioni, capitoli, pacti aio rocti” . Il motivo per cui lo Sforza venne chiamato ‘vilano’, cioè contadino, risiede nel fatto che i contadini, non partecipando come gli abitanti delle città alla vita politica e sociale, non sentivano come proprie le problematiche della comunità. Essendo il loro interesse esclusivamente legato al cibo e alla sopravvivenza, potevano mutare atteggiamento in base al proprio tornaconto ritenendo logico passare ai nemici, considerati tali solo dalle autorità politiche, se trovavano in questi una più favorevole disponibilità.

La figura del trionfo dodicesimo mostra nei primi esempi miniati un uomo appeso per un piede a una traversa di legno. Nel cosiddetto Tarocco di Carlo VI, di manifattura ferrarese con influssi bolognesi, l’uomo tiene in ciascuna mano un sacchetto da cui cadono monete. Si fa qui riferimento a Giuda che si impiccò per il rimorso di aver tradito Cristo per 30 denari. In realtà Giuda si impiccò per la gola, secondo la tradizione, ma venne riportato nella carta del trionfo impiccato per un piede per sottolineare il suo tradimento.

Piero Francesco da Faenza nel ‘500 scrisse in italiano e in dialetto romagnolo la Commedia Nuova, molto Diletevole e ridiculosa, mista in prosa e versi, dove tratta di un ‘vilano’ (contadino) che dopo aver fatto prigioniero Cupido, intese appenderlo per i piedi come traditore. Il Dio venne liberato grazie all’intervento degli Dei e soprattutto di Venere, che riscattò la sua liberazione con un consistente numero di monete d’oro e d’argento. Il motivo di un così tanto osare viene chiarito dal suo persecutore attraverso i seguenti versi:  

“Villano Vedi vedi, domineddio, che m’ho sfogato mani e piedi contro questo dio dell’amore. O donne, vedete qui il traditore che tradisce tutta la gente, che l’ho legato sì stretto che non credo che possa fuggire, ché sono deli­berato di farlo pentire di quanto male fece mai al mondo, ché ha fatto andare al fondo, per quanto ho inteso, non so in questo paese, ma i Romani e i Greci e i Troiani e quanti uomini e donne furono mai, che ha già tutti rovinati, quest’assassino da cristiani. Ma non mi uscirà dalle mie mani, ché gli farò far la penitenza dei suoi peccati”.  

Fare i Cupidi potrebbe essere pericoloso. Meditate gente, meditate…               

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Immagine: La pena riservata agli idolatri (I traditori di Dio), Affresco dell’Inferno, Giovanni da Modena, 1410. Cappella Bolognini, San Petronio, Bologna.