La favoletta degli automatismi in economia

La politica economica necessita di maggiore umiltà, rispetto e meno superstizione. Nulla è automatico quando si ha a che fare con le persone e con la loro percezione della realtà. L’incertezza radicale, gli imprevisti e la possibilità di continuo mutamento. Impariamo a considerare i fattori “Uomo” e “Tempo”.

Chiunque abbia avuto modo di leggere un quotidiano o seguire un notiziario avrà di certo sentito parlare di politica fiscale e di politica monetaria. Gli studenti di economia, poi, hanno imparato che, se le cose non vanno troppo bene, questi due tipi di politiche economiche possono essere usati – dal governo e dalla banca centrale rispettivamente – per “stimolare” l’economia.

Quando si parla di politica fiscale espansiva ci si riferisce di solito all’aumento della spesa pubblica e, più raramente (ahimé!), al taglio delle tasse; una politica monetaria di carattere espansivo, invece, si attua con il taglio del tasso di interesse di riferimento. L’Europa vi è stata abituata nell’ultimo decennio attraverso il cosiddetto quantitative easing implementato da Mario Draghi quando esercitava la funzione di governatore della banca centrale europea.

In questo pezzo mi limiterò a discutere dell’efficacia della politica monetaria tradizionalmente intesa; nell’analisi spero di trovare il lettore italiano sensibile all’argomento. Infatti, osservando le prestazioni poco lusinghiere dell’economia italiana, vi siete chiesti se, in fondo, non si sia riposta troppa fiducia in uno strumento e in un meccanismo che pare non produrre i risultati sperati in modo così automatico? (1). Una domanda molto simile mi veniva posta da un giornalista malese qualche mese fa, alla vigilia del varo della finanziaria (https://www.youtube.com/watch?v=5Li_i5cEwr4&t=241s).

Partiamo dall’inizio… Nella versione predominante della teoria economica, il tasso di interesse viene spesso definito come costo del denaro (2); pertanto, un abbassamento dei tassi viene visto come il rendere più economico prendere denaro a prestito e quindi come uno stimolo automatico per gli investimenti, i consumi e l’economia in genere.

Ludwig von Mises ha costruito tutta una teoria del ciclo economico basata sugli effetti dannosi dell’espansione monetaria (3), ma qui non mi sofferemerò su tale argomentazione. Preferisco mantenere la mia critica ad un livello ancora più superficiale, quasi intuitivo, per cercare di convincere il lettore di come credere all’automatismo secondo cui tassi bassi stimolano la crescita sia una fallacia divenuta verità solo perché ripetuta all’infinito.

Anzitutto, un accenno alla dimensione tempo. Come tutte le decisioni di politica economica, anche quelle di natura monetaria, prese nel presente, sono basate su dati del passato, nella speranza di incidere sul futuro. Prendere sul serio la dimensione temporale aiuta a capire come non esistano automatismi; il tempo, infatti, introduce nella realtà una dimensione di incertezza radicale e di possibilità continua di cambiamento. Inoltre, gli effetti stessi di qualunque politica economica necessitano tempo per potersi materializzare; essi potrebbero emergere in uno scenario economico del tutto mutato, producendo risultati imprevisti e imprevedibili.

Ma il cuore della mia argomentazione è differente e risiede nel ruolo delle aspettative e delle interpretazioni – entrambe dimensioni soggettive – nell’ambito dell’agire economico, così come spiegato in particolare da Ludwig Lachmann (4).

Infatti, benché gli elementi della realtà siano oggettivi, l’evoluzione della stessa dipende dall’interpretazione soggettiva sviluppata in capo a quegli elementi. Il dato oggettivo in questione è l’abbassamento del tasso di interesse da parte della banca centrale; anche se rimaniamo ancorati alla visione mainstream secondo cui il tasso di interesse sarebbe il costo del denaro, l’introduzione della categoria dell’interpretazione scardina l’argomento secondo cui il suo abbassamento porterebbe in modo automatico ad un aumento degli investimenti e quindi ad un rilancio dell’economia.

Infatti, lo stimolo di quest’ultima è solo uno dei risultati possibili, qualora a prevalere fosse un rilancio delle aspettative di profitto (ne parlerò più sotto) dettato dall’attesa di costi inferiori (bassi tassi).

Ma si potrebbe anche ottenere il risultato opposto: infatti, nell’abbassare i tassi di interesse la banca centrale lancia un segnale di preoccupazione riguardo lo stato presente dell’economia, comunicando di giudicare l’economia come bisognosa di sostegno. Tale segnale potrebbe venire interpretato dalla comunità degli investitori con pessimismo, invitando alla prudenza e quindi portando ad un ulteriore rallentamento della dinamica degli investimenti; il risultato opposto a quello sperato.

Infine, un pensiero sulle aspettative di profitto. Mentre molta enfasi viene posta sul ruolo giocato dal tasso di interesse nello stimolare lo sviluppo, la centralità delle aspettative di profitto viene del tutto trascurata.

Infatti, una scelta di investimento non è dettata dal basso costo del denaro (ammesso e non concesso che il tasso di interesse misuri il costo del denaro), ma dall’aspettativa di profitto: se non ci si attende un ritorno maggiore dell’investimento, non ha importanza quanto basso sia il tasso di interesse; non si assisterà a nessuna crescita economica.

A giocare sulle attese di profitto non è semplicemente il costo del denaro, ma anche il contesto istituzionale, la tassazione, la burocrazia, la speranza. Si tratta, ancora una volta, del risultato di processi interpretativi (ermeneutici) dei soggetti economici sulla realtà.

Infine, dunque, è necessario sottolineare come lo sviluppo economico sia dettato prevalentemente da elementi soggettivi: le aspettative di profitto e i processi interpretativi che le determinano. Come abbiamo avuto già modo di sottolineare, la scienza economica ha a che fare con gli individui e – anche se agli economisti piacerebbe il contrario – nulla è automatico quando si ha a che fare con persone reali che agiscono nel tempo reale. La politica economica dovrebbe dunque trarne una lezione di umiltà rispetto a ciò che può realisticamente ambire di ottenere (5).

Note: (1)Ho avuto occasione di sviluppare tale argomento in un op-ed per The Edge intitolato Do we trust monetary policy too much? (https://www.theedgemarkets.com/article/ideas-do-we-trust-monetary-policy-too-much); (2)Una visione alternativa, sviluppata da Frank Fetter e dalla scuola austriaca di economia, definisce invece il tasso di interesse come misura della preferenza temporale. Ma non è il caso di analizzare qui la differenza, anche se la versione austriaca appare molto più completa di quella tradizionale. Per chi volesse approfondire la cosiddetta pure time preference theory del tasso di interesse un libro di riferimento è The Pure-Time Preference Theory of Interest, a cura di J.M. Herbener(https://mises.org/library/pure-time-preference-theory-interest-0); (3)Si vedano in particolare The Theory of Money and Credit (https://mises.org/library/theory-money-and-credit) e The Causes of The Economic Crisis and Other Essays Before and After the Great Depression (https://mises.org/library/causes-economic-crisis-and-other-essays-and-after-great-depression); (4)Soprattutto in The Legacy of Max Weber (https://mises.org/library/legacy-max-weber). Si veda anche il mio Economics: A Science of Meaning (http://marketedu.org/marketedu-journal/); (5)Si veda il mio op-ed su Getting the economic policy right, pubblicato da The Edge (https://www.theedgemarkets.com/article/ideas-getting-economic-policy-right).

Immagine: NikhitaS su Unspalsh

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