Il Jolly, ovvero: l’informatico

Quattro persone sono indispensabili: il confessore, il medico, l’avvocato e l’informatico. Un giorno un collega mi chiese di formattare il PC e il sottoscritto si offrì spontaneamente in sacrificio rituale. Breve guida aziendale per evitare di farsi prosciugare l’anima.

Un vecchio spot: «Carlo. Tecnico informatico. Quando si ammala tutti in ufficio sentono la sua mancanza». La pubblicità continua con l’immagine di una segretaria attraente ma evidentemente non competente, che stacca una spina a caso e spegne tutto il mondo conosciuto, compresi: PC, l’intera sala server, le luci circondariali dell’isolato e magari anche la macchinetta del caffè. Poi, si vede Carlo, il master dei tecnici informatici, che sconsolato e infreddolito sta a letto, ma col pensiero ai suoi computer… e a quei poveri impiegati che, senza di lui, non sanno neanche svuotare i cestini dalle carte degli snack.

In molti ricorderanno questo spot, che in TV non passa da un po’ di tempo. Suscita simpatia e una certa ilarità. Chi sta dietro lo schermo per mestiere da anni, come il sottoscritto, tende ad identificarsi nel povero Carlo, una sorta di Superman contemporaneo, o forse un Flash, tanto per rimanere in tema supereroi. Un Flash sempre pronto a tappare l’ennesima falla alla velocità della luce, prima che il mondo cada! Prima che l’azienda perda miliardi… a causa della mancanza di toner della stampante! Prima che la segretaria spenga la sala server!

Eppure Carlo è anche “qualcos’altro”. Qualcuno che suscita un po’ meno la nostra ilarità. Per “nostra”, intendo proprio noi informatici, come il sottoscritto, che per lavoro viviamo dietro uno schermo e con le dita incollate alla tastiera, magari da vent’anni e più.  

Infatti Carlo ci causa un po’ di retrogusto amaro, perché lui è il Jolly, come lo siamo stati e lo siamo tutt’ora. Il Jolly, figura solitaria nel mazzo, singolare e stravagante, guardato con curiosità, eppure tutti si meravigliano quando non c’è. Il Jolly, quello che risolve tutti i problemi col sorriso sulla faccia e con quel fare un po’ mattacchione (ma tutto sommato positivo!), ti dice che su di lui, alla fine, puoi sempre contare. Gli puoi scaricare il barile.

Fu così che durante una delle mie prime esperienze lavorative, neoassunto in un’azienda in crescita che si occupava del settore “pionieristico” dei servizi web, impiegatino giovane, zelante e pieno di speranza per il futuro professionale, cominciai a rendermi disponibile.

Un giorno un collega arrivò in ufficio ed aveva il PC da formattare. Il sottoscritto, avendolo già fatto diverse volte, si offrii come chi spontaneamente si offre al sacrificio rituale di una divinità benevolente.  Dedicai e divisi il mio tempo tra le mansioni che dovevo completare e quelle che mi ero “guadagnato”. Fui molto soddisfatto del servizio che resi, ivi compreso il mio collega, che ringraziò col suo PC bello, lindo e pinto.

Alcuni giorni a seguire mi accorsi però, stranamente, che in modo piuttosto repentino le persone cominciarono a notare questa mia disponibilità: evidentemente il collega aveva sparso la voce, aveva ben parlato e fatto buona pubblicità. E così: «Beh, se hai un problema chiedi a Marco, quello nuovo, lui mi ha risolto col PC, lui “ne sa”». Le richieste si moltiplicarono e il tempo si divise sempre più. Divenni “il Jolly”.

Inoltre, anche colleghi più “skillati” di me, come si usa dire oggi (ovvero gente che avrebbe potuto risolvere i problemi che risolvevo io in metà del tempo!), tendeva a rimbalzare richieste meglio del più esperto giocatore di pingpong.

Cominciò quindi a venirmi il dubbio di aver preso una sana cantonata. Essendo ambizioso per natura, almeno dal punto di vista lavorativo, pensai: «evitano di prendersi queste incombenze perché hanno già fatto carriera, a loro non serve!». Questa considerazione mi fece andare avanti per anni con abnegazione e sprezzo del pericolo nel mio ruolo di Jolly…

Il PC non si accende? C’è Marco.

Non riesco a vedere le cartelle di rete? Chiamo Marco.

Non funziona la posta? Chi meglio di Marco?!

Naturalmente la cosa si ripercuoteva anche a casa, con parenti e amici. Ero l’“esperto di PC”, colui che risolve i problemi: «Perché non vieni a casa mia domenica sera? Così aggiusti la stampante!».

AH, LA MALEDETTA STAMPANTE!!! La stampante di marca che il tipo ha deciso di alimentare, per anni, con cartucce compatibili e che adesso non stampa più le foto del cane… perché intasata di inchiostro scadente! E io che non so come dirtelo… perché il Jolly i problemi li risolve, non comunica notizie negative, o prognosi di sicuro decesso.

Tuttavia, sono anche una persona caparbia e un po’ di carriera alla fine sono riuscito a farla, dando corpo ad una sana ambizione, che spero continui ad alimentarsi.

Il problema fu quando, pur asceso a “piccolo” manager con pluriennale esperienza, mi sentii chiamare dall’amministratore delegato per cambiare il toner della stampante, perché: «Marco è anche l’addetto alla stampante, ci ha sempre pensato lui! Lui sa». Fu un grosso campanello d’allarme!

Qualcosa strideva… ed era proprio “il Jolly”. Quindi cominciai a rifletterci seriamente, senza prenderla più alla leggera, né in modo ilare. Erano accadute due cose: avevo tolto del tempo a me e avevo “portato via qualcosa agli altri”. Infatti, prendendomi carico di numerose e grosse responsabilità, senza rendermene conto, ricoprivo ufficiosamente altri ruoli del reparto IT dell’azienda.

Ad esempio, stavo evitando all’azienda (in crescita!) di assumere in stage o apprendistato una figura più “junior”, che avrebbe potuto farsi le ossa, acquisire competenze e metterle in opera meglio di quanto facessi io. Non a caso, un manager particolarmente lungimirante, addirittura mi riprese, facendomi notare che mi stessi assumendo “rischi non miei”.

Allo stesso modo, nella sfera privata, mi accorsi che la cosa stava sfuggendo di mano. Quando si parlava di denaro, anche solo per comprare i software, la gente smetteva di essere accogliente, nonostante portassi un cospicuo risparmio.  

Imparai a ridimensionare il Jolly, che cominciò a togliersi il cappello e a vendersi sempre più a caro prezzo!

In questa modesta storiella di sicuro molti miei “colleghi” si sono riconosciuti, come io mi sono riconosciuto in Carlo: influenzato, occhialuto, convinto di salvare il mondo ogni giorno… quando invece è solo il simulacro di un supereroe affogato da una opprimente normalità, dove tutti possono fare “il Jolly”, perché il jolly fa tutto ma non ne “sa tanto” di niente.

Meglio affinarsi! Lavorare sulle proprie competenze, verticalizzarsi e specializzarsi, coscienti di quelli che sono i propri limiti e di dove termina il perimetro del proprio sapere e… dei rischi che si possono correre mettendoci la nostra faccia.

Le aziende sono dei sistemi complessi dove ognuno, pur zelante che sia, deve essere consapevole che tutto funziona solo quando ci si mette in squadra. Le competenze di uno iniziano dove finiscono quelle dell’altro, in modo sinergico e proattivo, senza creare insiemi sfocati.

Ora chiedo scusa se taglio corto, ma sto aspettando che venga mio cugino a sistemarmi un problema con la stampante…

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