I miei incontri con Brandon Lee


Mentre la critica sui film di Bruce si divideva, oggi abbiamo maggiore chiarezza sulla portata di quel fenomeno internazionale. Preziosi sono stati anche gli incontri con il figlio Brandon, addentrandomi in un labirinto di informazioni e producendo numerosi volumi.

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Sta arrivando a Roma Brandon Lee per promuovere un film, ma anziché andare io ad intervistarlo, visto che tu hai pubblicato due libri sul padre, chi meglio di te?

Alberto M. Castagna, caporedattore Primavisione Cinematografica, 1992

Siamo in due a pensarlo, io e l’amico Alberto M. Castagna, capo-redattore del mensile Primavisione Cinematografica, che in questa calda mattinata dell’ottobrata 1992, ha alzato il telefono per chiamarmi, benché io non sia un giornalista, ma solo un autodidatta ventiseienne che si arrangia come sceneggiatore e saggista.

Per quantità (sulla qualità non sta a me giudicare) fino a quel momento e ancor più in seguito, avevo ed avrei prodotto più scritti di chiunque altro su Bruce Lee e sul cinema di Arti Marziali, risdoganandoli molti anni prima che la nascita di Internet li rendesse consuetudine. Ma ciò, in quel momento, è ancora Fantascienza. E così Alberto mi fa il regalo di incontrare Brandon, lui che è un critico di nuova generazione, la quale si differenzia dalla vecchia per aver accantonato i pregiudizi Anni Settanta, quando, se la recensione pubblicata da un giornale era orpellata da un asterisco, significava che la pellicola era mediocre; con due era passabile, con tre buona, con quattro arrivava all’eccellenza, e cinque significava capolavoro. I Gongfupian (film di lotta a mani nude) avevano uno o due asterischi, ma spesso la critica li saltava a pie‘ pari.

Molti critici illustri in quel lontano 1973, quando i film di violenza cinese esplosero ovunque, se proprio dovevano recensirli delegavano i “vice”, gli anonimi tirocinanti: che se li sorbissero loro i furori della Cina. Mica era cinema, quello! In America la famosa e acidissima critica Pauline Kael scriveva che, a paragone dei film di Kung-Fu, perfino gli Spaghetti-Western italiani sembravano capolavori del miglior cinema autoriale europeo.

Per gli intellettuali, insomma, titoli quali CON UNA MANO TI ROMPO CON DUE PIEDI TI SPEZZO (One-armed Boxer, 1972) o IL BRACCIO VIOLENTO DEL KUNG-FU (The Good & the Bad, 1972), erano sottoprodotti terzomondisti (e su questo avevano spesso ragione) per un pubblico di sottosviluppati fascisti (e su questo avevano torto, visti gli enormi incassi).

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Invero, per i film di Bruce e per qualche altro come CINQUE DITA DI VIOLENZA (King Boxer, 1972, cui toccò l’insperata fortuna di inaugurare il botto sia in Italia che in America), la filmcritica ebbe recensioni cautamente indulgenti. Poscia, molto rapidamente, la precipitazione a carattere di rovescio di pellicole Made in Hong Kong e Taiwan (solo in Italia ne piovvero ben settanta nel biennio 1973-74, più altre alla spicciolata fino ai primissimi Anni Ottanta), fece sì che anche il pubblico se ne stancasse rapidamente.

Infine quel lento ricorso in Cassazione in cui delibera il Signor Tempo (sempre gentiluomo), consentì ad un pugno di quei titoli di tramandarsi alla posterità: si stava finalmente creando un humusdal quale sarebbero scaturiti gli oscar andati a LA TIGRE E IL DRAGONE (Hidden Dragon, Crouching Tiger, 2002). Le riproposizioni festivaliere degli Anni Duemila di vecchi titoli passati in sala quali I 13 FIGLI DEL DRAGO VERDE (The Heroic Ones, 1970) o I 4 DEL DRAGO NERO (The Duel, 1971), consentirà, tardivamente ma meritatamente, lo status di veri e propri capolavori ai medesimi. Ci voleva la giusta distanza temporale, quella che a noi pubblico non era servita per amarli sin da subito, e ci sentimmo vendicati!

bruce lee brandon lee lorenzo de luca antonio dentice rubrics

Il problema delle rivalutazioni, però, era ed è che si tratta comunque di necrofilia, e dei morti, si sa, si parla sempre bene, per pietas e, in quel caso, anche per  presa di coscienza che, con la fine del breve ma intenso successo dei film di Kung-Fu, finirono parimenti molti quei templi fumosi non di incenso ma di popcorn che erano le sale cinematografiche, le quali chiusero a valanga, mentre quell‘Urlo di Chen che una volta terrorizzava anche l’Occidente nella magnificenza del grande schermo, rimbalzava ora nel Moloch televisivo.

Tornando a quel 1992, gli incontri con Brandon in quella fine di Ottobre, da uno divennero due: il primo in conferenza-stampa al mattino, il secondo per un’intervista privata al pomeriggio, ma una beffa  tecnica (una disfunzione nella mia macchinetta fotografica mentre ci facevamo una foto-ricordo) li farà diventare tre. Già, perché la foto non era venuta. In teoria le strade mie e di Brandon Lee avrebbero potuto incrociarsi ancora, visto che gli avevo dato un soggetto per un ipotetico film che la Rai pensava di produrre: TRIADE SELVAGGIA, sulla Mafia Cinese a Roma (tema allora futuribile), ma decisi di tornare nuovamente all’albergo prima che lui ripartisse, per scattare un paio di foto, perché sentivo che non avrei avuto una seconda chance.

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Purtroppo ebbi ragione: pochi mesi dopo, il figlio di Bruce Lee fu ucciso sul set de IL CORVO (The Crow, 1993). In quel periodo i telegiornali ci bombardavano di sanguinolente immagini della guerra in corso a due passi da casa nostra, nella Yugoslavia ormai ex; c’erano poi le tragedie personali della mia famiglia su cui piangere, sicché per Brandon mi ritrovai a corto di lacrime, man non di sbigottimento. Successivamente lo avrei incluso in altri due libri su Bruce Lee, ma la sua fama postuma mi parve una ripetizione in „do“ minore di quella paterna; una morte non solo assurda (l’ipotesi dell’incidente reggeva poco), ma anche di cattivo gusto: era stato ucciso da un colpo di pistola, esattamente come moriva per finta il protagonista de L’ULTIMO COMBATTIMENTO DI CHEN(Game of Death, 1978), il film apocrifo di suo padre.

Ai miei libri si accompagneranno negli anni una manciata di ospitate radio-televisive, incontri con altri personaggi del filone, più un documentario, DRAGONLAND, realizzato nella Hong Kong frattanto ritornata alla Madre-Cina, quella che fu l’ultimo paese al mondo a conoscere Bruce Lee ed i film di Kung-Fu, lungamente banditi  dal regime di Mao, essendo stati girati a Hong Kong quando questa era britannica.

Oggi che Lee è stato ri-sdoganato da Internet, mi scopro invecchiato. A cinquantasei primavere guardare sulla parete la foto che feci con Brandon, con Jackie Chan o gli autografi di Kurosawa, mi dà malinconia. Sento l’addensarsi di tangibili terrori mentre si consolida la mia incapacità di elaborare lutti (quando vado a casa del mio amico Bud Spencer, in arte Carlo Pedersoli,  mi aspetto sempre di trovarlo sul solito sofà).

La morte, verso cui ho timore ma non rispetto, perché non è mai equa, è il fil rouge che, per me, lega Bruce a Brandon, ancor più che l’Arte, marziale o cinematografica che sia, ma delle stranezze circondanti i due decessi parleremo in futuro,  perché è di questi giorni  l’ennesima teoria sulla fine di Bruce, stavolta addebitata ad un eccesso d’acqua nel corpo.

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Un’altra goccia di sensazionalismo va ad aggiungersi  alle teorie che chiamano in causa i Ninja, gli Illuminati o gli Alieni, mentre meno improbaili ipotesi vedono la segreta mano della Mafia Cinese che avrebbero ucciso Bruce quella sera del 20 Luglio 1973.  Intanto i falsari dipingono Lee padre come il più forte lottatore di tutti i tempi, addirittura un mistico dotato di corpo astrale come il Dr. Strange. Ad aumentare il caos ci si mettono poi i „Brucepiattisti“ che lo ritengono solo un attore sopravvalutato (be‘, se c’è chi crede alla Terra piatta…) ed i „Brucepiazzisti“, che per interesse economico o infantile amore lo piazzano al di sopra di tutto e tutti.

Tutti frammenti di un mosaico che attiene più alla sociologia che non al cinema. La leggenda è cresciuta a dismisura esponendosi al ridicolo, in un mondo dove si dice che Dio è morto mentre Michael Jackson  è ancora vivo.

A proposito di Divino: Bruce si dichiarava ateo, pensava Dio non esistesse (per me è Assenteista), eppure nella sua libreria congestionata da duemila volumi, spiccavano testi su ogni religione passata e presente, pagana e non, monoteista e politeista.

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A quei libri facevano compagnia numerosi testi sulle Arti Marziali ma anche a carattere filosofico, giacché Li Siu Lung (Piccolo Drago Li, il suo nome d’arte cinese) era un socratico, altro aspetto che i fanatici del calcio in faccia tendono a ignorare (anche perché sovente non leggono libri, al massimo messaggini).

La verità che ci sta dianzi è che quel vulcanico, contraddittorio, irascibile e tutt’altro che invincibile maestro scomparso a soli trentadue anni, era un ragazzo onnivoro della vita, un umanista, un cane che aveva rotto la catena e correva libero nei prati dello scibile umano. Un perfetto imperfetto. Chiudo con una riflessione: a posteriori mi sono accorto che i miei vecchi libri su Bruce e sul cinema Kung-Fu sono una sonora pernacchia al Tristo Mietitore, alla morte per l’appunto, quasi a sbattere in faccia a Caronte che Bruce e Brandon saranno pure saliti sulla sua zattera, come pure vi è salito il cinema di Arti Marziali, ma a giudicare dalla vividezza con cui ancora si parla di tutto ciò, pare proprio che il traghettamento non sia ancora giunto a destinazione.

Le leggende non vogliono mai saperne di approdare, sennò dove sarebbe l’Avventura?