Ai cultori della vita che vale

Spazi intergalattici in cui continuare a vivere lasciando l’immondezzaio terrestre in cui continuerà a trionfare la natura finalmente liberata dai suoi più acerrimi nemici.

Sognando desto, l’ho vista.

La porta dell’esistenza è incardinata tra due vani adiacenti, l’uno d’accesso a uno spazio misurabile, all’apparenza immenso, e l’altro d’uscita verso l’ignoto donde nessuno è mai tornato.

Alternativamente, seguendo chissà quale estro capriccioso, un vano s’apre e l’altro resta chiuso: la regola della porta è la più sregolata che si possa immaginare; è perennemente aperta e chiusa; include ed esclude. Varia incostante il vento che intromette i fatalmente necessitati all’ingresso: ne condiziona il transito, inesorabilmente metamorfico per variate sorti, mimando dolci zefiri, cessando in pause afose, infuriando nei maestrali, sibilando sempre più gelido, finché tutti spinge e costringe all’esodo.

Intanto la porta è condannata ad essere perennemente sbatacchiata, mentre la marea montante delle energie che singhiozzano nella materia, acquistano forme viventi che, se tutto va bene, attraversano, in ineludibile metamorfosi, le concesse quattro stagioni esistenziali, e salgono in discesa la scala lungo la quale sono destinate all’uscita, lasciando intanto qualche orma più o meno duratura.

La vita si sale scendendo. Viene dal vento la spinta d’accesso che tutti i viventi immette nella luce terrena; è quindi un evento, proprio come quello che determina l’estromissione dal mondo e così, ventosamente, il mistero della presenza, che diventa assenza, si raccorda al tutto o se più piace al nulla. Mi chiedo se ci possa in qualche modo confortare la scientificamente comprovata certezza che, nell’universo dei mondi, l’esistente è in transito più o meno lungo e che l’infarto di un pianeta può essere assimilato a quello di un povero Cristo che se lo becca mentre sta attraversando un ponte. Non oso rispondere, forse non mi riguarda. Mi riconosco erede di quegli Uomini umani che ho avuto come Maestri. Da quei giganti del pensiero, testimoniato con l’esemplarità della propria esistenza, ho appreso che il diritto alla vita, valore unico e insostituibile, non può essere scisso dalla qualità che la rende degna d’essere vissuta.

La sospirata qualità della vita, che il progresso civile ha invocato, difeso col sacrificio e con l’impegno, mettendo a frutto la cultura dell’efficienza ed operando con gli altri, per gli altri e tra gli altri, sembra bandita dagli orizzonti delle presenti stagioni, a loro volta affannate a negarsi continuità.

Mi sarebbe forse di qualche conforto poter dire che per me ha ancora senso la parola speranza nei valori umani, mentre assistiamo all’iniziale trionfo della robotica e della tecnologia digitale, ma l’istinto, quello che in tutte le forme della vita vigila sulla conservazione, non me lo consente, perché alle necessità incombenti che si fanno ipertrofiche non si propongono soluzioni. I Soloni si affannano a deprecare, ad enumerare vizi di forma e di sostanza, ma i loro “bisogna fare”, “occorre fare”, “è necessario fare”, non confortano; anzi esasperano e creano ragionevoli dissensi e disaffezioni.  

In tanti fermenti, che denunciano l’assoluta assenza di certezze, sembrano non avere più senso lo stato, Uno per tutti e, la nazione, Tutti per uno. Le istituzioni nelle fratture del sistema sono in collasso e dilaga la frustrazione di una massa di miserabili senza risorse, senza lavoro e soprattutto confusi dalle contraddizioni di una comunicazione disorientante. Mi è solo abbastanza chiaro che la globalizzazione, processo parassitario e predatorio, paradossalmente divide ed unisce. È vano dissertare sugli effetti delle micro opinioni a confronto: meglio verificare concretamente quello che, la buona volontà, dotata di mente e cuore, sa fare, coniugando le forze per arginare la rivolta della natura, selvaggiamente deturpata. Le opposte partitiche, che, smemorare del senso e del valore della politica godono a contrastarsi e non tengono in nessuna considerazione i cultori della grandezza della vita che, una volta entrati nello spazio che la storia riserva ai loro transiti, si rimboccano le maniche e, prima di ogni altra azione, si impegnano a capire il senso della parola libertà che educa al dominio delle vanità e delle false credenze.

Il nostro tempo esige il rispetto degli uomini che sono di aiuto agli uomini e non si arrogano il diritto di diventare loro destino. Esserci nella vita significa non vanificarla; rispettare la propria e quella altrui e, mentre gli inquinamenti, multipli e sottomultipli, sottraggono l’aria per respirare ai viventi, che in quella sono immersi, è anche necessario diventare operativi su di un altro fronte, nelle prospettive dei processi produttivi di automazione, informatizzazione, digitalizzazione e di modelli culturali che promuovono affaristiche tecnologie.

Intanto esprimiamo la nostra gratitudine a quanti serbano alto il senso umano della conoscenza ed hanno a cuore il bene di vivere nel rispetto delle ragioni della ragione. Alla loro costanza e a quelli che, come loro, sono pensosi delle sorti del pianeta, affidiamo il futuro. Non sappiamo se i nuovi venti, congiunti a quelli già un tempo naturalmente inclementi, agevoleranno la permanenza negli spazi vivibili e praticabili o favoriranno esodi che già si annunciano appannaggio di pochi privilegiati, per i quali si stanno conquistando spazi intergalattici in cui continuare a vivere lasciando l’immondezzaio terrestre in cui continuerà a trionfare la natura finalmente liberata dai suoi più acerrimi nemici. 

Immagine: Unsplash 

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