Scacco matto alla Regina – Recensione a: “La Regina degli scacchi”


La serie gioca unicamente sul magnetismo della protagonista, trascurando tutto il resto. Tanta banalità condita con retorica e dialoghi scialbi. Esemplare nella mancanza di genio e di una sceneggiatura vagamente degna di questo nome.

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Intrigante e abbastanza godibile (ad un pubblico di ben poche pretese o limitate conoscenze cinetelevisive). Parliamo di sceneggiatura, regia, montaggio, fotografia, costumi, scenografia nel dettaglio.

Una storia per quanto brillante, non può scindere dalla precisione chirurgica delle maestranze sopra citate quando si tratta di un prodotto cosi satinato in particolare, è però oltremodo chiaro che i grandi maestri del cinema indipendente, sperimentale e non, possano assolutamente
permettersi questo e altri lussi, ma qui parliamo di una serie che è ben lontana dal genio.

Il genio per accostare un esempio valido contestualizzato, ossia una miniserie, lo troviamo in due splendidi capolavori. “Olive Kitteridge”, miniserie di quattro puntate targata HBO tratta dal romanzo premio Pulitzer, dalla critica: “La narrativa a fuoco lento di “Olive Kitteridge” esalta interpretazioni affascinanti, oltre a una storia degna dell’opera originale”.

O ancora “Il seggio vacante” co-produzione HBO-BBC, miniserie di tre puntate, tratta da un romanzo di J.K Rowling (Harry Potter). Parlando in termini di miniserie sono esempi di perfezione assoluta in termini cinetelevisivi, che in tre o quattro puntate regalano universi narrativi totali, magistralmente diretti scritti ed interpretati.

“La regina degli scacchi” narrata in ben sette puntate non ne coglie nemmeno una per mettere a segno un bel prodotto, che risulta edulcorato buonista, quasi eroico a tratti. Banale e mediocre con un potenziale altissimo.

Grazie ad un grandissimo racconto cui si ispira e l’accattivante trama, di una donna che in un’epoca dove il femminismo si alternava tra prima e seconda ondata, in cui anche a livello cinematografico si cerca di dare un’identità alla figura femminile.

In questo caso la protagonista ribalta i ruoli diventando protagonista di sé stessa, figura nella quale altre donne possono identificarsi, alla ricerca di emancipazione ed indipendenza, divenendo una campionessa di scacchi. Il gioco di affermazione intellettuale e tattica per antonomasia. Uno dei giochi più belli e violenti al mondo, che pero ai profani rischia di sfuggire a tutta la sua meraviglia a causa del poco o scarso rapporto che il linguaggio cinematografico restituisce. Non si pretende certo che venga scomodato Godard a raccontarci gli scacchi, alla sua età per giunta, ma è proprio grazie l’audiovisivo che molte esperienze e storie possono toccarci ed appassionarci.

Avrei facilmente iniziato a dilettarmi negli scacchi se l’esca fosse stata gettata con sapienza, ma la superficialità della storia non mi ha smosso interessa a sufficienza, sintomo evidente di un risultato scarso da parte degli autori della serie. Nonostante questa premessa come buon punto di forza la serie non cattura e quando lo fa con poca convinzione e credibilità.

Prodotto molto elaborato e satinato per il pubblico streaming e di massa, apprezzabile e gradevole l’idea di lasciare pulite le scene sessuali, evitando cliché di volgarità gratuita, in favore sicuramente sempre dello spettatore meno giovane o giovanissimo. La serie, oltre la trama fin troppo prevedibile, cerca di trattare diverse tematiche, ma in modo blando e leggero, i dialoghi risultano poveri, scarni e banali, con un montaggio morente.

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Anche questo aspetto poteva essere un collante vincente per dare ritmo ad una vicenda che ne ha un bisogno fortissimo, quasi fisiologico per noi spettatori ma che il regista sembra non capire, dandoci un racconto che si trascina con punti morti e poco rilevanti, tutte le maestranze non sono in grado di restituire veridicità o impegno nella realizzazione.

Essendo per altro un prodotto statunitense prodotto da “Flitcraft Ltd.” E “Wonderful Films”, ci si rende conto, quanto non siano necessariamente sempre utili i grandi o medio budget, un buon prodotto può essere realizzato con costi irrisori, vedi i primi lungometraggi di Polanski, Nolan, Van Sant, Kaurismaki, Ferreri.

La fotografia quasi da soap, rappresenta gli anni 50 e 60 con tono scialbo, al contrario riflettevano una società smaniante di apparire, in sella al capitalismo e al consumismo, ma anche una società ribelle e in fermento tra Beat Generation e Woodstock, movimento studentesco e pacifismo, l‘onda che Raoul Duke descrive in “Paura e Delirio a Las Vegas” di Terry Gilliam.

Wall street, Elvis, il 68’, il Rock&Roll, la controcultura, l’era dei Mad man (raccontati nella omonima strepitosa serie tv “Mad man”) pubblicitari che guidavano le tendenze. L’America del futuro senza scrupoli, pubblicizzando sigarette, macchine, abiti, cibi e bevande. Le musiche della colonna sonora sono discrete collocate anche con sapienza, con un buon risultato in toto. Il tentativo di raccontare la dipendenza tossicologica ed alcolica in questo caso è del tutto scadente e poco realistico, di bello e buono quel poco di lavoro che viene fatto nel raccontare il rapporto con una madre adottiva che però è efficace onesto bello, credibile.

Avrebbe donato un contributo enorme strutturare ed approfondire questo tipo di rapporto, che tra le due restituisce sempre forza e credibilità, unico vero punto di forza dell’intera storia forse, almeno uno dei pochi.

Altra carta perdente il solito cliché ed espediente della droga o alcol sdoganata come approccio vincente per una storia, qui per altro, fatto in modo grossolano e fuorviante. La vicenda risulta costruita e forzata, prodotto che purtroppo appare colmo di quella finta drammatica tensione che
non si percepisce mai, gli unici momenti di suspence o emotivi per noi spettatori sono le partite.

Ad esclusione dell’ultima che è mozzafiato per vari motivi, tutte le altre gare sono sedate spente, con un largo spazio a elementi inutili come le lunghe inquadrature sugli spettatori attoniti durante le partite o sugli orologi che scandiscono i minuti, perendo così le tante occasioni di lavorare ad inquadrature più elaborate, sprecato anche l’uso del primo piano, ideale per restituire psicologia, sentimenti e personalità dei vari giocatori.

Tutta la storia e già scritta, non vi sono colpi di scena, narrativa piatta e pretenziosa anche troppo, buona abilità di giocare con le chiusure di puntata, efficaci e accattivanti in ogni puntata sicuramente favorite sempre dalle musiche.

Poco credibile la pseudo-auto-distruzione della protagonista, brava nonostante la poca o inesistente esperienza attoriale (di fatto non ha grandi capacità espressive) garantisce comunque un’ottima presenza e una discreta prestazione grazie anche alle sue abilità ed esperienze nel campo della moda.

Penalizzata da come è scritta la sua dipendenza e come è diretta di fatto la regia.

Una storia davvero avvincente che poteva restare davvero impressa nel tempo, ma una sceneggiatura scritta male elimina alla base ogni altro aspetto, quando al contrario quest’ultima è presente e di valore, le prestazioni di attori o di maestranze tecniche possono venir meno, vedi sceneggiature brillanti quanto semplici alle volte dei grandi autori italiani (De Sica, Pasolini, Taviani, Monicelli, Blasetti ed altri) che spesso adoperavano attori non professionisti ottenendo come risultato l’immortalità di un film.

Inutile e noiosa la costante in cui tutti gli amici, amanti e vari personaggi, si fanno vedere senza preavviso, sbucando dal nulla, confermando la totale assenza di una sceneggiatura ben elaborata. Altro reparto cui è stato dato pochissimo valore è il trucco così come costumi e scenografie, queste ultime potevano esplodere dallo schermo dati gli anni 50 e 60 ideali per giocare sulle tonalità dell’immagine. Tarantino ne fa un esempio orgasmico nel suo ultimo film “Once upon a time in Hollywood”.

Location non eccezionali spesso poco rafforzate da una scenografia spenta, quasi inesistente. Le figurazioni sono spesso forzatissime e gestite male dalla regia, messa in scena appena sufficiente, esclusa l’ultima scena del torneo, che presenta un ambiente ed una location strepitosa con fotografia e regia che si esaltano, ma solo nel finale purtroppo.

Non eccelle anche il livello di recitazione, unico personaggio attendibile e veritiero la madre
adottiva della protagonista.

Buona la grafica del titolo contrariamente a quella finale, che è un punto fondamentale di chiusura visivamente utile per lasciare un gesto artistico e tecnico gradevole, cosa che non viene fatta, la scacchiera virtuale che appare in scena è apprezzabile.

La scacchiera del finale oltre i titoli di coda è deludente sembra antecedente gli anni Duemila. Poteva essere fatto facilmente con creatività e poco sforzo, data l’innegabile abilità da parte degli americani in fatto di grafica.

Di apprezzabile restano le telecronache nelle lingue originali dei vari paesi ospitanti, che caricano realmente le partite di credibilità, ma per il resto, le partite sono poco descrittive, da ricordare forse anche la battuta in russo in chiusura di serie, anche se come tutta la serie anche la scena ultima è prevedibile, non ci sono spunti di genialità o particolarmente brillanti, una serie travestita da dramma americano, ma in realtà appare più un elogio al sogno americano, poiché tutti i personaggi vincono, tutti riescono.

Nonostante gli anni duri e segnanti della guerra fredda, (le guerre satellite di Vietnam e Corea, l’omicidio Kennedy, le gravissime crisi come quella cubana che tennero il mondo col fiato sospeso, quasi mezzo secolo in cui l’anima e la psicologia del popolo americano (non solo) era fortemente turbata dalla minaccia atomica, pertanto la fragilità dell’essere umano poteva essere resa ancora
meglio.

L’abuso di droghe e alcol che prendeva piede nell’America delle casalinghe, dei ghetti o dei soldati al fronte, tra analgesici, alcol ed eroina, non viene raccontato con serietà. Risulta così poco credibile seppur importantissimo ed adoperato solo come tattica per ascolti e audience, tema banalmente preso con leggerezza, ormai in ogni prodotto audiovisivo, sminuito gratuitamente a discapito di chi, quando lo fa, sa raccontare il dramma nella sua ascesa e decadenza della tossicodipendenza.

I personaggi inseguono tutti loro stessi sottolineando l’individualismo che si maschera da storia di “uniti si vince”.

Nascosto nelle storie di tutti c’è sempre il desiderio di affermazione nel lavoro o nella vita, eccezione per la protagonista che a tratti, riesce a restituire una personalità autentica con una psicologia complessa straziata ed agonizzante realmente in crisi esistenziale.

Penalizzata moltissimo dalla sceneggiatura di fatto la serie si regge a stento in piedi, quel poco, grazie alla protagonista della quale è difficile non innamorarsi. Anglo-argentina dalla bellezza divina e di talento (ancora da dimostrare realmente) oltre al suo magnetismo su cui gioca la serie, esteticamente grata al casting director che trova nel volto di lei il punto d’ancoraggio per catturare L’interesse dello spettatore.

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