“Pino Imperatore”, le interviste di Donatella Perullo


Conversando con P. Imperatore, il pluripremiato autore e giornalista italiano. Dall’esordio con Siani, vittima di camorra, alla consacrazione del “Massimo Troisi”, fino agli ultimi progetti.

Sono lieta di aprire questo ciclo di articoli intervistando uno degli autori più innovativi e brillanti dell’attuale panorama letterario del nostro Paese. Sto parlando di Pino Imperatore, milanese di nascita ma napoletano di fatto, che dal 2012, quando ha raggiunto il successo con il romanzo “Benvenuti in casa Esposito” (Giunti Editore), continua a confermare il suo talento. Oltre a una penna ironica e sapiente, Imperatore ha la capacità di unire nelle sue opere, a trame mai banali e ben architettate, una vena di comicità surreale che rende piacevole la lettura senza togliere profondità agli argomenti affrontati. Vorrei però che fosse lui stesso a parlarci di sé, permettendoci di conoscerlo meglio; per questo gli do il caloroso benvenuto che si merita e gli pongo la prima domanda.

Pino Imperatore

Pino, grazie di aver accettato di stare un po’ con noi. Prima di essere uno scrittore, sei un giornalista di grande esperienza. Hai mosso i tuoi primi passi seguendo un corso di giornalismo coordinato dal compianto Giancarlo Siani, barbaramente ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985. Quali sono i tuoi ricordi di Giancarlo come persona e quanto è stata di riferimento per te, in quanto professionista, la sua figura?

«Giancarlo, insieme ad altri giornalisti vittime della criminalità come Peppino Impastato, Pippo Fava e Walter Tobagi, è stato e rimane un punto di riferimento per me e per tutti coloro che rifiutano il comodo giornalismo “da scrivania” e interpretano questo straordinario mestiere come materia viva e pulsante che può e deve incidere nella realtà, combattere le ingiustizie e migliorare il mondo. Purtroppo sono stato poco con Giancarlo, perché l’ho conosciuto e frequentato negli ultimi mesi della sua esistenza, prima che la vigliaccheria della camorra decidesse di portarcelo via. Ma quei mesi mi sono bastati per apprezzare la sua grande professionalità, il suo impegno civile e l’ottimismo con cui affrontava ogni situazione. Chi ancora oggi con stoltezza sostiene che si è esposto a rischi eccessivi e che prima o poi doveva aspettarsi una reazione violenta della criminalità perché con i suoi articoli aveva superato certi “limiti”, non capisce niente né del giornalismo né della vita».

Parole forti che condivido pienamente e che dimostrano il tuo ammirevole impegno sociale. Dalla tua professione di giornalista, mi sposto ora a quella di autore. A che punto della tua vita hai capito che la scrittura comica ti appassionava e qual è stato il momento in cui hai sentito di aver trovato una nuova strada da seguire e un modo diverso di comunicare con chi ti avrebbe letto?

«Se guardi solo al tuo bicchiere mezzo vuoto, cadi in depressione, sei assalito da paure e angosce e non campi più. Se guardi solo al bicchiere mezzo pieno, corri il rischio opposto: ti fai prendere dall’esaltazione, ti lasci andare, accantoni i problemi e non ti munisci di anticorpi utili a debellare le negatività. La strada migliore è nel mezzo, ed è una strada che porta alla consapevolezza dei propri limiti e delle proprie potenzialità. Ecco, quando ho capito che la via giusta per me era questa, ho cominciato a versare idee, parole e azioni positive nella parte vuota del mio bicchiere. E quando il mio bicchiere è diventato completamente pieno, non l’ho fatto traboccare, ma ne ho riempito un altro e poi molti altri ancora, e sono andato in giro a offrirli al prossimo, scoprendo che in tanti avevano una gran sete di risate e di allegria».

Uno dei primi riconoscimenti che ti è stato attribuito come autore è stato il premio “Massimo Troisi”, che hai vinto nel 2001 con l’opera “In principio era il Verbo, poi vennero il soggetto e il complemento”. Dopo di allora sei stato premiato decine di volte; di recente hai trionfato nel premio “Vercelli in Bionda” con il romanzo“Con tanto affetto ti ammazzerò”, la tua ultima fatica letteraria. Quale fra tutti è il premio che ti è rimasto nel cuore e perché?

«Proprio il “Troisi”. Perché arrivò in modo del tutto inaspettato. Perché quella sera d’estate del 2001 a San Giorgio a Cremano, nella splendida Villa Bruno, si creò un’atmosfera magica, anche per la presenza nel parterre di ospiti come Carlo Verdone, Luca De Filippo, Renato Scarpa e Luciana Littizzetto. Perché quel premio mi fece prendere coscienza delle mie capacità di scrittura e mi indirizzò verso un percorso di crescita letteraria caratterizzato dall’umorismo e dalla comicità. E poi perché Troisi dall’aldilà mi indicò la direzione da seguire».

Be’, con una guida come il grande Troisi non potevi che intraprendere un cammino straordinario e mai noioso. Sei infatti un autore brillante, che con le sue parole induce spesso al sorriso, senza però mai disdegnare la possibilità di fornire ai lettori argomenti di riflessione. Lo hai fatto con i romanzi “Benvenuti in casa Esposito” e poi con “Bentornati in casa Esposito”, nei quali hai trattato il tema della criminalità organizzata, e poi con “Allah, san Gennaro e i tre kamikaze”, in cui hai affrontato con finta leggerezza il tema del terrorismo. Continui a farlo oggi con il filone poliziesco inaugurato da “Aglio, olio e assassino”, a cui ha fatto seguito “Con tanto affetto ti ammazzerò”. La tua bravura consiste soprattutto, appunto, nel fondere la levità di un sorriso all’approfondimento di argomenti delicati e difficili. Questa geniale commistione è stata una scelta istintiva, data da una felice ispirazione artistica, o è anche frutto dell’unione con la tua professione di giornalista, che ti rende propenso a suscitare riflessioni in chi ti legge?

«Tutte e due le cose. Con l’aggiunta di un terzo, decisivo ingrediente: la mia scelta deliberata di associare la risata alla meditazione, al ragionamento. Ci sono tanti modi per far ridere. Anche tante tecniche, volendo. Lo si può fare con un motto di spirito, un calembour, un testo farsesco, una commedia, un racconto surreale, uno sketch di cabaret, oppure ricorrendo alla satira, allo humour nero, al nonsense, alla parodia, e via dicendo. Non tutte queste opzioni, però, sono stimolanti per la mente. Il salto di qualità è proprio qui: produrre una risata e, allo stesso tempo, stuzzicare la rete neuronale. Operazione non semplice ma estremamente creativa e affascinante. C’è un abisso, ad esempio, tra un cinepanettone e uno spettacolo di stand-up comedy, o tra una barzelletta triviale e un’antica storiella ebraica; è come mettere a paragone un piatto di pastina in brodo con uno di linguine ai frutti di mare: non c’è storia».

Come lettrice affezionata dei tuoi romanzi, che ho più volte avuto l’onore di presentare presso l’Associazione Alterum con la quale collaboro, apprezzo molto i tuoi ultimi nati, i protagonisti di “Aglio, olio e assassino” e di “Con tanto affetto ti ammazzerò”. Parlo dell’ispettore di polizia Gianni Scapece, ma anche di tutti i personaggi che lo aiutano nelle indagini, soprattutto gli amici della trattoria Parthenope. Puoi rivelarci che progetti hai per loro e darci qualche anticipazione sulla prossima storia che li vedrà protagonisti? Perché ci sarà una terza indagine di Scapece, vero?

«Ci sarà, ci sarà, quando i tempi editoriali saranno maturi. Se non lo facessi, Scapece, Improta, i Vitiello e Zorro non me lo perdonerebbero, né me la farebbero passare liscia i miei lettori. Diventerei il primo caso al mondo di autore letterario contestato dai suoi fan e dai suoi stessi personaggi. E magari ci scapperebbe pure il morto: io».

Sentivo che avremmo concluso la nostra chiacchierata con un ampio sorriso! Ti ringrazio infinitamente per il tempo che ci hai dedicato e spero che avremo altre occasioni per dialogare ancora e conoscerti meglio. Perciò mi auguro che questo sia solo un arrivederci.

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