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La comunicazione indispensabile


Le leggi del linguaggio, strumento di leader e maestri. Chi usa parole vuole raggiungere uno scopo, dall’insegnamento al consenso. Il passaggio della retorica: da atto scritto a discorsivo.

Comunicare è sempre stato una delle maggiori necessità dell’uomo. Per includersi in un contesto sociale, entrare nell’assetto politico e fare politica, discutere di leggi, cambiarle, proporne delle nuove. Tutto si riduce al mero atto comunicativo e chi guida un popolo, chi lo gestisce o semplicemente si propone come guida, deve avere piena consapevolezza di cos’è la comunicazione orale. Perché comunicare oralmente risulta inevitabilmente più complesso che farlo attraverso la scrittura.

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Il pensiero che dal cervello arriva alla bocca ha un tempo limitato per metabolizzare tutte le informazioni che si ha intenzione di comunicare, quindi metterle insieme ed esporle sotto forma di discorso. L’uomo che vive in un universo di oralità dà indubbiamente un’importanza diversa ai sensi: egli prediligerà l’udito, proprio perché mezzo di assimilazione orale; dal suo canto invece, l’uomo che predilige la scrittura, darà più importanza alla vista, in quanto mezzo di ricezione per le fonti scritte.

La comunicazione orale preferisce la paratassi. Qui, la costruzione del periodo è basata sulla coordinazione: le proposizioni sono legate tra di loro mediante l’uso di preposizioni. Da aggiungere, ancora, che la comunicazione orale ama la ridondanza. Per far sì che il messaggio venga recepito è giusto ripeterlo più e più volte. Lo stile orale predilige il tono agonistico, che è immediato, personale, di impatto, diretto, spesso volutamente aggressivo che coinvolge diverse attività sensoriali e permette la completa immedesimazione dell’ascoltatore in ciò che si dice: si verifica in realtà l’immersione nel mondo evocato dal “narratore”.

Attraverso l’orecchio e l’udito, il corpo stesso diventa organo comunicativo. La contestualità con l’evento narrato incide immediatamente sull’ascoltatore, modificando -in diretta- l’area cerebrale deputata alla percezione, inscrivendovi gli usi, i modelli comportamentali attraverso la simpatetica identificazione con i personaggi e le azioni descritte.

Cardona (1) sostiene che durante la conversazione abbiamo l’opportunità di osservare un comportamento linguistico spesso immediato e poco pianificato dal quale affiorano molte strutture linguistiche sottostanti (relative alla costruzione della frase e del contesto).

La fermezza, mentre si parla, è qualcosa di fondamentale, specie quando si ha a che fare con discorsi in pubblico innanzi a una grande platea. Tuttavia, per il tempo sempre troppo breve in cui il pensiero si tramuta in parlato, c’è di mezzo un’inevitabile imprevedibilità dovuta in particolar modo all’improvvisazione.

La “parlata” non ha bisogno di essere appresa in modo formale, si impara a parlare per esigenza di socializzazione. Il filosofo Ludwig Wittgenstein sosteneva che parlare una lingua consiste nel partecipare attivamente a una serie di forme di vita che esistono grazie all’uso del linguaggio. In altre parole, vuol dire appropriarsi di un insieme di regole che ci permettono di districarci in differenti “giochi di linguaggi” e con “giochi di linguaggio” si intendono proprio tutte quelle forme di discorso orale che normalmente adottiamo per comunicare, dal semplice “ordinare” al “chiedere” e così via…

Insistendo ancora sull’infinita varietà dei giochi linguistici, Wittgenstein contestò la presunta centralità degli usi assertivi e referenziali del linguaggio, enfatizzando invece il legame tra i giochi linguistici e le pratiche socioculturali o “forme di vita” nel cui ambito li giochiamo.  Questo approccio, da solo, non era in grado di dare il via a uno studio metodico su tutte quelle attività svolte attraverso il linguaggio. Non gli interessa, per questo, dare descrizioni o classificazioni di singoli usi e delle regole di ciascuno. Dove si dedica a chiarire la “grammatica” di singoli giochi linguistici (la grammatica di “sapere”, di “credere”, di “comprendere”…), lo fa per sostenere, attraverso l’analisi del linguaggio, tesi di carattere epistemologico o di filosofia della mente.

Ogni atto linguistico ha un’intenzione specifica. Chi produce un messaggio ha intenzione di raggiungere uno scopo: rivolgere ai posteri quello che sa, ottenere dei consensi. Infine viene strutturato grammaticalmente ma per far sì che venga trasmesso occorrono diversi requisiti: coesione, coerenza, intenzionalità, informatività, accettabilità, situazionalità e intertestualità.

Criteri da un lato concentrati su chi parla, dall’altro invece su chi ascolta (I primi due criteri sono incentrati sul testo, i criteri di intenzionalità ed accettabilità sono orientati verso il parlante-ascoltatore, i criteri di informatività e situazionalità servono a collocare il testo nella situazione comunicativa e il criterio di intertestualità garantisce la definizione dei diversi tipi testuali).

Il concetto di atto linguistico ha sempre avuto la sua importanza per la formazione della pragmatica linguistica contemporanea. Ha favorito il passaggio da una comunicazione basata essenzialmente sulla codifica a una nozione che mette in primo piano le intenzioni comunicative del parlante e ha contribuito anche e soprattutto a promuovere una concezione interazionale della comunicazione (questa è possibile grazie all’agire “interconnesso” dei soggetti partecipanti).

Note: (1) CARDONA, Giorgio Raimondo. Linguaggio e funzione simbolica, Roma: Armando, pag 51.

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