Il mito delle ‘campane tibetane’


Le ‘campane tibetane”, prodotte e commercializzate nella valle di Kathmandu a partire dagli anni ’70, non figurano in alcun modo nei rituali e nelle pratiche tradizionali tibetane. Nonostante si attribuisca a esse una storia millenaria, fino a pochi decenni fa nessuno le usava per fare ‘bagni sonori’ o per ‘aprire i cakra’.

!
Rubrics è fatta da specialisti 
NO fakenews e fonti incerte. 
Segui -> Pagina FB e Instagram
©Riproduzione riservata

Chi frequenta centri olistici o yogastudio, festival alternativi, raduni sciamanici o gruppi new age di ogni sorta avrà certamente udito l’esotico tintinnio delle celebri ‘campane tibetane’. Molti avranno anche ricevuto un ‘bagno sonoro’ o un altro genere di trattamento terapeutico per rilassare la mente, aprire i cakra o riarmonizzare il corpo (o i corpi) e la psiche, mentre altri avranno addirittura frequentato corsi multilivello per apprendere l’arte ‘millenaria’ dell’utilizzo delle campane tibetane.

Chi commercializza questi strumenti afferma spesso che si tratta di oggetti dalla storia antichissima, utilizzati da sciamani, yogin, monaci e guaritori nelle remote lande himalayane e tibetane. Tuttavia, la maggior parte di coloro che veicolano questo genere di narrazioni non fa che ripetere affermazioni che, a ben guardare, non hanno nessun reale fondamento storico e che non sono supportate da dati etnografici attendibili.

Possiamo affermarlo con certezza: le campane tibetane non figurano in alcun modo tra gli strumenti utilizzati nei rituali e nelle pratiche delle tradizioni religiose himalayane o tibetane, siano esse buddhiste o ‘sciamaniche’, né compaiono nei trattati antichi sulla musica rituale a noi pervenuti. Si tratta di un fatto noto agli studiosi, ma perlopiù ignorato dai non specialisti, che sono invece sedotti da una vulgata intrisa di miti orientalistici.

Dice a questo proposito l’etnomusicologa francese Mireille Helffer, che per decenni ha studiato la musica rituale delle tradizioni buddhiste e Bon himalayane: «Nonostante le ripetute affermazioni di chi ne attribuisce la produzione a ‘sciamani itineranti’ (sic!) appartenenti a tribù tibetane, sembra difficile sostenere l’origine tibetana delle ‘ciotole sonore’ e appare logico rinunciare ad attribuire loro l’etichetta ‘tibetane’. Se tale etichetta dovesse continuare ad avere seguito tra il grande pubblico, andrebbe considerata come il tentativo di legittimare le particolari proprietà acustiche di questi manufatti attraverso l’associazione con una tradizione magico religiosa, e come il tentativo (meno nobile) di accrescerne il valore economico». (1)

Quelle che vengono definite ‘campane tibetane’ sono fabbricate in realtà in Nepal, soprattutto nella regione di Kathmandu (dove da secoli sussiste una ricca tradizione metallurgica), e hanno iniziato a essere commercializzate su vasta scala soltanto alla fine degli anni settanta, in seguito al grande afflusso di turisti occidentali. Attribuire a questi ciotole una origine tibetana è stato certamente un espediente per conferire loro un valore particolare, associandole senza alcun reale fondamento a tutto il portato ‘spirituale’ o ‘mistico’ che il Tibet rappresenta nel nostro immaginario.(2)

In realtà, all’interno delle tradizioni religiose himalayane, nessuno ha mai usato le campane tibetane per scopi terapeutici, come invece sostenuto da molti ‘operatori’ occidentali, né il loro utilizzo è stato mai associato alla struttura del corpo yogico. L’idea stessa di ‘armonizzare un cakra’ o di ‘aprirlo’ attraverso le ‘vibrazioni’ e le ‘frequenze’ generate dalla percussione di una ciotola metallica appare come un’idea totalmente estranea alle pratiche yogiche e contemplative buddhiste o Bon.

!
Rubrics è fatta da specialisti
NO fakenews e fonti incerte.
Segui -> Pagina FB e Instagram
©Riproduzione riservata

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi alcuni esponenti delle tradizioni religiose tibetane (per la verità si tratta di casi isolati) fanno uso di questi manufatti. A questa obiezione si può controbattere chiamando in causa il cosiddetto ‘effetto pizza’ (pizza effect), un fenomeno ben noto a sociologi e storici delle religioni: proprio come la pizza, nata a Napoli come un piatto semplice e povero si è diffusa negli Stati Uniti subendo mille variazioni ed è stata quindi reimportata in Italia, un determinato fenomeno culturale –  in questo caso delle ciotole metalliche che, se percosse, emettono un suono gradevole –  è stato reimportato e adottato da alcuni esponenti della cultura a cui è stato attribuito. Visti i costi esorbitanti di molte campane tibetane e l’indiscusso fascino esotico di cui si sono caricate, è comprensibile che molti abbiano intravisto in questi manufatti una possibilità concreta di guadagno e di visibilità, sfruttando le opportunità fornite dal fiorente mercato spirituale contemporaneo.

Quanto da me affermato non intende mettere in discussione gli eventuali effetti positivi che le campane tibetane possono avere su chi le utilizza. Non è mia intenzione entrare nel merito di ciò a cui molti scelgono liberamente di dare fiducia. La mia intenzione è semplicemente quella di mettere in luce come le narrazioni relative alle campane tibetane e a tutto ciò che è associato a esse si inseriscano nelle logiche del mercato, che fa leva su una fascinazione per l’esotico Tibet, un fenomeno che ha una storia lunga e complessa. Come accade spesso, si finisce per proiettare sull’altro, in questo caso sul Tibet e sulla sua cultura, la propria immagine e le proprie aspettative.

!
Rubrics è fatta da specialisti
NO fakenews e fonti incerte.
Segui -> Pagina FB e Instagram
©Riproduzione riservata

NOTE: 1) Mireille Helffer, Mchod-rol. Les instruments de la musique tibétaine, CNRS Éditions – Éditions de la Maison des Sciences de l’Homme, Paris 1994; 2) Sui miti orientalistici e sul ruolo che ha avuto il Tibet nel nostro immaginario si veda lo studio magistrale di Donald S. Lopez Jr., Prigionieri di Shangri-la. Il Buddhismo tibetano e l’Occidente, Astrolabio-Ubaldini, Roma 1998.

Foto di Magic Bowls su Unsplash