Ho usato Tinder per finta, veramente

Si inizia con curiosità. Climax discendente a causa della frenesia delle immagini in scorrimento. Dall’adrenalina del match alla noia delle chat. Al traguardo: “siamo spiacenti, non abbiamo più nessuno da mostrarti, cambia paese”. Insomma, andate al diavolo.

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Vi racconto com’è andata. Tutta la verità, senza troppi giri di parole. Sono sempre stata restia all’uso di Tinder. Non per snobismo di chissà quale ragione. In fondo Tinder è un mezzo come un altro per conoscersi. Come un ascensore, un supermercato e, un tempo, come le cene tra amici di amici.

Superato il trend balconi del 2020, oggi Tinder è un mezzo che più che mai ha facilitato le conoscenze in questo periodo di restrizioni. Tuttavia, il motivo per cui non ho mai particolarmente simpatizzato per questa app è perché non ho mai amato le conversazioni fluide. Avevo tutta la sensazione che Tinder favorisse questo tipo di comunicazioni speed, tipiche degli “speed date”, ma virtuali.

Facebook o Instagram, ad esempio, sono dei social che offrono la possibilità di visualizzare determinati contenuti, dandoci accesso a diverse informazioni, come i post condivisi o gli amici in comune. Ci permettono di farci una semplice idea sugli altri, superficiale sicuramente, ma pur sempre un’idea.

Su Tinder invece si utilizzano prevalentemente le foto, poche, che dovrebbero in qualche modo rappresentare l’immagine, senza giri di parole, di chi siamo.

Tinder, per definizione “copiata e incollata” dal canale ufficiale, è un’app per dispositivi mobili che facilita la comunicazione tra gli utenti interessati a chiacchierare tra di loro.

Quindi, fatta la premessa delle foto, senza girarci attorno, si sceglie di chiacchierare con qualcuno in base alle sue immagini. Si ha anche la possibilità di scrivere una breve descrizione, ma in tutta onestà, nel mio caso, soltanto il 20% degli utenti con cui ho interagito si è interessato a ciò che era scritto per descrivermi, cioè:

“sono qui, per finta, veramente”

(a cui peraltro si ispira il titolo di questo pezzo)

Giorgia Li Greci

Devo ammettere che, superato il trauma del meccanismo a scorrimento veloce delle foto, come se stessi scegliendo sushi da mangiare da un menù digitale, era divertente il momento in cui l’app esclamava: “IT’S A MATCH”. Adrenalinico come quando giocavo a snake nel Nokia 3310, o quando su Crash Bandicoot riuscivo a prendere i Frutti Wumpa.

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L’adrenalina del match lasciava il posto alle chat. Come purtroppo sospettavo, nella mia personalissima e brevissima esperienza durata 72 ore, la maggior parte delle interazioni non sono andate oltre il:

Ciao, che lavoro fai, di dove sei, quanti anni hai?

dalla chat

Conversazioni di pochi contenuti, ma del resto cosa mi sarei dovuta aspettare? Discussioni sui massimi sistemi o dissertazioni filosofiche? Beh, no.

Ma non tutte sono state conversazioni vuote ed è stato comunque piacevole trovare qualcuno con cui parlare di interessi comuni o in generale di vita, insomma conversazioni che andassero fuori le finalità del vediamoci per… che per carità, anche fosse, non c’è niente di male, ma non era quello che mi interessava.

La cosa che in generale mi terrorizza di ogni social è la perdita di trasposizione nella realtà. Mi spiego, quello su cui mi interrogo spesso è quanto questi approcci virtuali abbiano cambiato quelli reali. Per farla breve, sui social siamo più coraggiosi di quanto non lo siamo dal vivo.

Stiamo forse perdendo l’abitudine a conoscere qualcuno spontaneamente in un luogo pubblico. L’approccio è quasi sempre: scopro prima come si chiama e lo cerco online. Perché è più facile. E del coraggio di farsi avanti dal vivo che ne è stato? In definitiva, non trovo minimamente sbagliato l’uso di app per conoscersi o socializzare. Trovo sbagliato piuttosto nascondere la nostra vita reale sotto lo schermo di PC e cellulari.

Ma tornando alla mia esperienza, che si è conclusa dopo pochi giorni, qualche dubbio mi è rimasto, tipo:

  • Se lì in mezzo ci fosse stato l’uomo della mia vita e non me ne fossi accorta solo per averlo scartato, senza volerlo, a causa della velocità con cui, per switchare tra un’immagine e un’altra, ho rischiato una paralisi al dito?
  • Se avessi scartato una persona piacevolissima solo per aver dato un giudizio superficiale alla sua immagine?
  • Ma soprattutto, perché le foto in costume a mutanda con il bicchiere tenuto con fierezza come Leonardo Di Caprio nel Grande Gatsby?

Alla fine, neanche il tempo di rispondere a queste domande, che già Tinder mi aveva dato il suo responso:

siamo spiacenti, non abbiamo più nessuno da mostrarti, cambia paese.

Tinder

Allego immagine per testimonianza.

Ho disinstallato l’app. Fine.

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