Gli Incurabili di Napoli e il farmaco che prometteva miracoli

Tempi di pandemia. Tempi di ricerca forsennata di una cura, di una terapia, della soluzione finale che distrugga il maledetto Sars CoV 2. Il farmaco definitivo. O un super-farmaco. Magari come quello che, fino all’alba del XX secolo, ancora si produceva a Napoli. La Teriaca

Poco prima che il coronavirus Sars CoV 2 si abbattesse anche sull’Italia, scatenando l’epidemia di Covid-19, a Napoli si era da poco approvato lo stanziamento di circa cento milioni di euro per il restauro di uno dei suoi più interessanti monumenti: il complesso degli Incurabili con il suo museo di arti sanitarie e, soprattutto, con la sua superba Farmacia settecentesca.

Il diavolo ci ha messo la coda, e si è fermato tutto. Speriamo non per troppo tempo.

Nell’attesa di poterlo visitare di nuovo, vale la pena dire due cose su questa istituzione gloriosa – che ha annoverato tra i suoi numerosi protagonisti, per esempio, Domenico Cotugno e, un secolo dopo, san Giuseppe Moscati, il santo medico – e in particolare su uno dei farmaci che lì venivano preparati. La Teriaca.

L’ospedale di Santa Maria del Popolo degli Incurabili, pensato per la cura degli infermi, fu fondato nel 1522 da una religiosa spagnola, Maria Lorenza Llong Requenses (poi naturalizzata italiana con il nome di Maria Lorenza Longo) per adempiere a un ex voto. Come luogo fu scelta la collina di Caponapoli, per vari motivi: l’aria più salubre, la presenza di altri nosocomi, e forse anche per il ricordo di un passato ricco di memorie storiche (lì era ubicata l’acropoli dell’antica Neapolis, per esempio) e religiose (lì c’erano le sepolture di sant’Aniello e santa Patrizia).

Da alcuni, quella di Sant’Aniello a Caponapoli è chiamata, non a caso, la collina sacra.

All’ospedale furono affiancati, in tempi diversi, la chiesa di Santa Maria del Popolo, l’oratorio della Compagnia dei Bianchi della Giustizia (congrega che dal XV secolo si occupava di dar conforto ai condannati a morte) e, soprattutto, la Spezieria-Farmacia, autentico gioiello settecentesco, giunta a noi quasi intatta.

Soffermiamoci per un attimo su quest’ultima.

Progettata da Domenico Antonio Vaccaro, architetto, pittore e scultore napoletano, la Farmacia fu effettivamente realizzata tra il 1747 e il 1751 dall’ingegner Bartolomeo Vecchione, il quale coinvolse il meglio a sua disposizione in quel momento. Tra gli altri: per il pavimento, i riggiolari fratelli Massa (già attivi nel chiostro di Santa Chiara); per i quattrocento vasi esposti sulle scansie, il decoratore Lorenzo Salandra; i pipernieri Nicola Gervasio e Francesco Saggese per lo scalone; e, ultimo ma non per importanza, Crescenzio Trinchese, che realizzò i marmi e l’urna per la Teriaca.

Eccoci arrivati al nostro polifarmaco.

Ma di cosa si trattava?

La Teriaca arrivò a coprire praticamente tutte le più comuni patologie

Partiamo dal nome. La teoria più accreditata lo vorrebbe derivato dal greco thériakè, cioè antidoto. Soprattutto ad Alessandria d’Egitto, nel III secolo a.C. più o meno, si confezionavano rimedi simili alla Teriaca, da utilizzare principalmente come contro-veleni di varia natura. Degli antidoti, appunto. In essi c’erano: “componenti di origine animale, come il sangue di tartaruga e capretto, il caglio di daino, la lepre e molto altro” (1).

Tuttavia, il vero antenato del farmaco di cui stiamo trattando era un altro.

Per scovarlo, dobbiamo fare riferimento a un’epoca più tarda e a un personaggio ben preciso: Mitridate VI re del Ponto (132-63 a.C.). Costantemente impegnato a sfuggire a intrighi di palazzo, il sovrano iranico commissionò al suo medico di corte, Crautea, un potente antidoto universale contro la maggior parte dei veleni allora conosciuti. Nacque così il cosiddetto Mitridatium.

Tempo dopo – ormai i Romani avevano sconfitto Mitridate – Pompeo rinvenne, in una cassa appartenuta proprio al re del Ponto, la ricetta. Questa giunse quindi ad Andromaco il Vecchio, medico di Nerone, il quale ne modificò la composizione, aggiungendo quello che diventerà uno degli ingredienti principe: la carne di vipera.

Era nata la Teriaca Magna Andromaci.

Per la verità, nel corso dei secoli, alla Teriaca si sono aggiunti via via sempre più ingredienti, fino a raggiungere la ragguardevole cifra di settantaquattro nella versione spagnola, e facendo aumentare lo spettro di applicazioni terapeutiche all’inverosimile. Complice forse la presenza tra le altre cose dell’oppio, la Teriaca arrivò a coprire praticamente tutte le più comuni patologie.

Si usava come antidoto contro i veleni, certo, ma anche per: “guarire l’asma, la tosse, l’inappetenza (ma fungeva anche da dimagrante per gli obesi), la dissenteria, gli ascessi, l’angina, le emicranie, le infiammazioni intestinali. Inoltre poteva purificare il fegato, la milza, i reni e la vescica, stimolare il flusso mestruale, giovare all’espulsione dei feti abortivi, curare le vertigini e la sordità, risvegliare gli appetiti venerei, placare la pazzia, favorire l’evacuazione dei vermi”(2).

Insomma, una specie di elisir alchemico.

Le due città che, nel corso dei secoli, sono arrivate a stabilire un vero e proprio duopolio nella produzione del polifarmaco delle meraviglie sono Venezia e Napoli.

La prima è stata certamente più efficace dal punto di vista del marketing: la Teriaca veneziana si vendeva in tutto il mondo, e la sua produzione era regolamentata in maniera severissima, anche perché circolavano molte versioni contraffatte.

In compenso Napoli ne produceva forse una di qualità superiore, assicurata anche e soprattutto da ingredienti di primissima scelta. Spiccava, tra questi, l’ottima carne di vipera di Malta, possedimento del Regno di Napoli fino al 1815.

L’ultima notizia riguardante una vendita di Teriaca risalirebbe al 1906, una data tutto sommato non troppo lontana. Tuttavia, non possiamo essere certi che si trattasse dell’autentico leggendario polifarmaco e non di un qualche prodotto scadente spacciato per tale.

Di certo vi è che quello contenuto nella bella urna della Farmacia degli Incurabili di Napoli doveva essere di ottima qualità, e possiamo essere altrettanto sicuri che, ci fosse ancora in giro qualcosa come la Teriaca, spunterebbe in questi giorni su tutti i social network con un titolo altisonante:

            Il polifarmaco di duemila anni che sconfigge il coronavirus

Note: (1) A. E. Piedimonte, Alchimia e medicina a Napoli, edizioni Intra Moenia, Napoli 2014, p. 119; (2) A. E. Piedimonte, Op. cit., p. 122.

Immagine: Interno Farmacia settecentesca degli Incurabili

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