E Notte fu

Caterina Notte è la vincitrice della prima “Call for Proposal 2020” del progetto curatoriale. Mostra Contemporanea (di Ambra Patarini), con la partecipazione online di artisti da tutto il mondo. L’opera è “Predator #11”, la «riscrittura della debolezza».

Predator #11, Caterina Notte

Nel mese di settembre 2020 abbiamo introdotto nel progetto curatoriale di Ambra Patarini ‘Mostra Contemporanea’ online, un’esposizione dell’arte attraverso Instagram, la nuova sezione della Call for Proposal rivolta ad artisti da tutto il mondo (www.rubrics.it/concorso-per-artisti/)

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L’obiettivo principale della Call for Proposals è stato proporre lavori d’arte contemporanea tramite condivisione di post per creare un filo rosso tra artisti, gallerie e amanti dell’arte che va oltre i limiti spazio, tempo e virus.

Il primo appuntamento con ‘Mostra Contemporanea’ risale al mese di Maggio 2020 e continua con l’appuntamento fisso ogni sabato nelle stories del profilo Instagram @AmbraPatarini.

È possibile vedere l’ultima mostra pubblicata sabato nelle storie in evidenza alla voce “MostraContemporanea” nella quale vengono sempre inseriti i tag degli Artisti, delle Gallerie che li rappresentano, dei Musei che li espongono e varie ed eventuali.

Ogni mostra è online per la durata di una settimana durante la quale viene inviata, agli iscritti, la newsletter con l’approfondimento. Per maggiori informazioni visita il profilo instagram Ambra Patarini e iscriviti alla Newsletter di Mostra Contemporanea.

La Call for Proposal, edizione 2020, ha visto la partecipazione di numerosi artisti che da tutto il mondo, virtualmente, hanno inviato una loro opera. La vincitrice dell’edizione 2020, la prima edizione, è stata l’artista Caterina Notte.

Caterina Notte è un’artista e fotografa che vive tra Porto Cervo e Monaco, le sue opere sono state in mostra in Italia, in Germania e negli Stati Uniti, le sue foto sono apparse in varie riviste d’arte contemporanea.

L’opera d’arte di Caterina Notte per la Call for Proposal, edizione 2020, è

Predator #11, Monaco, 2020

Predator #11 nasce dall’idea che è impossibile essere debole. Nella fotografia di Caterina Notte emerge il potere del soggetto/immagine. Le bende che nascondono la carne in realtà lasciano la libertà agli occhi e alle mani dello spettatore di esplorare. Lo spettatore diventa così la preda che non può fare a meno di guardare. Il Predatore è ogni corpo in trasformazione e nessun corpo ne esce indebolito.

L’opera d’arte Predator #11 è stata protagonista nel progetto espositivo di ‘Mostra Contemporanea’ dal 3 al 10 ottobre 2020 in una personale sull’artista Caterina Notte.

L’artista Caterina Notte ha condiviso con Rubrics, sezione arte, alcuni pensieri privati sul suo lavoro.

In un breve excursus, come hai scelto 
la fotografia come tuo mezzo di 
comunicazione artistica? 
Ti ispiri a qualcuno in particolare?

Ho iniziato lavorando col mio doppio, prima con lo scanner (Genetics) poi con il video e infine con la fotografia con la quale è stato naturale per la prima volta il passaggio alla figura femminile esterna ma che avesse similitudini con me. Ho cercato di non allontanarmi troppo da me stessa per riuscire a mantenere la sincerità. La fotografia è il mezzo perfetto per ricreare esattamente l’immagine che ho in testa perché ferma la realtà e nello stesso tempo riesce a penetrarne il movimento rendendola dinamica a differenza del video che nasce già col movimento lasciando dietro altre strade che rimangono inesplorate. La realtà è movimento, cambia di continuo, non è mai la stessa, cambia in base alla modalità di osservazione. Il mio intento è invece fermare la realtà, sospenderla. E fotografare esattamente quel momento, come se fossi dentro la scatola del gatto di Schrödinger, insieme al gatto. Ciò che voglio e che rimarrà sarà solo quell’unica immagine che sta per muoversi, il gatto che sta per fare la sua scelta. Alcuni grandi artisti come Beuys e come Alfredo Jaar hanno sicuramente avuto un’influenza sul mio immaginario. La pulizia stilistica e concettuale del lavoro di Beuys, la sua vicinanza con la Terra sono centrali secondo me in ogni discorso sull’arte così come la necessità di cui parla Jaar di creare empatia, solidarietà nella realtà in cui viviamo e di sconvolgerla nello stesso tempo per lasciare un’impronta indelebile. Così quello che chiedo alla mia fotografia è di essere forte, pulita, empatica e che lasci un segno a partire dalle persone che coinvolgo. Inoltre mi piacciono molto ma non so quanto mi abbiano realmente influenzato Andreas Gursky e Thomas Ruff. Gursky con la sua idea di catalogazione e trovo perfetta la pulizia stilistica formale della serie Rhein, se penso al pianeta Terra penso a quella foto. E nonostante siano in contrapposizione emotiva rispetto al mio approccio, i primi grandi ritratti di Thomas Ruff sono davvero potenti, mi ricordano ciò che c’è dall’altra parte della mia visione.

Cosa ti ha portato a lavorare 
su un tema così profondo ed 
estremamente attuale quale il
corpo e il peso dello sguardo?

Lavorando a contatto con Alfredo Jaar durante il corso alla Fondazione Ratti ho imparato a riconoscere fortemente il senso di responsabilità sociale dell’artista. Ora anche con la fotografia cerco di migliorare almeno un po’ il mondo con lo stesso risultato di interventi site-specific come per esempio la Scala alla Fondazione o Fatodol alla residenza IoProject in Molise. Le ragazze, i bambini, le donne che coinvolgo sono segnate da questa esperienza. Mi rendo conto che i miei lavori si sottraggono alla provocazione ma d’altra parte non tutte le provocazioni ottengono un impatto sociale, e soprattutto non duraturo. Scelgo invece la poesia, l’emozione perché queste rimarranno. E allora cerco sempre di più di far confluire nella stessa foto vari livelli: il corpo, lo spazio intorno diviso in molteplici strati prospettici, il bisogno di sottoporre l’immagine ad un processo di pulizia visiva, il transfert morfologico del corpo con il mio e le sue mutazioni, la luce del giorno. La carne è ciò che davvero mi interessa. La sua sessualità e non la sua sensualità. La sua potenza nel trasformarsi. Non c’è niente di più attuale di un corpo che cambia. La carne che fotografo è perciò quella che si crea nel momento stesso in cui la fotografo; il peso dello sguardo, come dici bene tu, e le sue diverse declinazioni diventano in questo modo inevitabilmente il tema centrale del mio lavoro.

Come avviene la selezione 
dei soggetti da fotografare?

Cerco sempre e ovunque! Per strada, nei supermercati, sui treni, in spiaggia, a volte sui social… e da lì inizia il lavoro. Ho ben chiaro il risultato fin dall’inizio, dalla preparazione della scena allo scatto finale ma ho bisogno di ritrovare parti di me in loro, allo stesso tempo di “catturare” parti di vita diverse dalla mia… Solo così funziona. Un po’ come unire i pezzi di un puzzle. Lavorare con le donne è eccitante perché anche se le spogli resta sempre il mistero, non le scopri mai del tutto ma è anche molto più complesso e faticoso finalizzare il lavoro. Con gli uomini è più semplice. Coi bambini è sempre un’avventura, mi lascio guidare molto dal loro intuito. E ne viene fuori sempre qualcosa di inaspettato. Di solito passo almeno un giorno insieme alla ragazza o al bambino prima dello shooting. Voglio che vivano un po’ la mia vita prima.

Ci sono altre tematiche 
alle quali tieni particolarmente?

Sì, certo. Con PREDATOR riscrivo la debolezza. Questo lavoro nasce dall’idea dell’impossibilità di essere debole. Per questa serie ho scelto un nome che mettesse subito in chiaro la potenza dell’immagine-soggetto rappresentata. Le bende che nascondono la carne lasciano spazio agli occhi e alle mani, che sono rapaci e determinati, estranei da quel corpo che dovrebbe apparire indebolito. La preda diventa Predatore. La carne di nuovo mi interessa qui ma questa volta nell’assenza del sangue e del teatro di guerra esibito. Predator può esserlo un bambino o una donna, o un qualsiasi altro corpo in cui avvenga la trasformazione o il passaggio. E nulla di tutto questo è debolezza. Nella serie 49 DOLLS i limiti del mondo infantile si scontrano con la forza inconsapevole ancora chiusa nel corpo che si trasforma. Mentre con ALIENS mi concentro sulla carne che si crea mentre la fotografo e di interamente umano rimane nient’altro che un oggetto o un gesto che simula umanità. La cosa eccitante è che qualsiasi tematica tu affronti quando la svisceri a fondo diventa inevitabilmente universale. E allora le abbraccia tutte.

Quali nuovi progetti ci sono 
per il tuo prossimo futuro?

L’esperienza che ho avuto quest’anno (2020) nel contribuire con la mia fotografia dal punto di vista documentaristico alla realizzazione del film-documentario “The Economic Contagion” del regista Tamal Mukherjee per la CNA è stata sorprendentemente stimolante perché mi sono resa conto di quanto l’elemento documentaristico fosse già presente nel mio lavoro. Voglio creare una mappa, una geografia universale quotidiana, una sorta di grande puzzle della bellezza aggiungendo continuamente dettagli, dati e informazioni.

CATERINA NOTTE: WWW.CATERINANOTTE.COM

Immagine: Predator #11, fotografia, München 2020 (Caterina Notte)

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