Buddhismo: cosa è la rinascita in assenza di un sé?
La tradizione buddhista insegna che non esiste un’anima immutabile, ma allo stesso tempo parla di rinascita dopo la morte: come si conciliano queste due idee? Un viaggio tra filosofia, meditazione e antichi testi per capire come il Buddhismo spiega la continuità della coscienza senza un sé permanente.
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Non di rado s’incorre nell’obiezione secondo la quale il processo della rinascita all’interno della tradizione buddhista, qui considerata in particolar modo nella sua declinazione theravāda, sarebbe in tensione e arduo ad armonizzarsi con l’insegnamento del “non-sé” (anattā). In mancanza di un sé – si osserva -, chi o cosa rinasce?
Il non-sé
La dottrina tipicamente buddhista del non-sé rappresenta la negazione di un principio stabile e immutabile entro il complesso psico-somatico costituito dai cosiddetti cinque gruppi di appropriazione, o pancupādānakkhandha. Se la trama dell’esperienza condizionata si determina nell’interrelazione degli ambiti fisico del corpo (rūpa) e di quelli mentali di sensazioni (vedanā), percezioni (saññā), attività volitive (saṅkhāra) e coscienze discriminanti (viññāṇa), in nessuno di essi è dato trovare quella permanenza che converrebbe a quanto ci si attende da un’identità soggettiva unificante e coerente. Come strumento di disidentificazione dai dominî nei cui confronti può svilupparsi appropriazione (upādāna), la dottrina dell’anattā sortisce il suo effetto soteriologicamente decisivo nella misura in cui produca quello scolorimento delle passioni che, indicato dal termine virāga, si accompagna al distacco e al sereno disincanto verso quanto, per sua natura, non può fornire sicurezza e appagamento duraturo; al contempo, lo sguardo del praticante si allarga e si dispone verso l’incondizionato (asaṅkhata), da cui deve dipendere quell’autentica e piena felicità che il saṃsāra, anche quando considerato nei suoi livelli celesti più elevati (come il superno bhavagga), è incapace di offrire. Senza coinvolgere un’entità permanente, ingenerata e incorruttibile che, sempre identica a se stessa, trasmigri di vita in vita in un arco temporale estremamente lungo, la contemplazione della caratteristica di non-sé in tutti i fenomeni disponibili all’osservazione cosciente smaschera esattamente questa illusione, lasciando emergere, di contro, l’impersonalità di ogni ente che pervenga allo “sguardo” meditativo.
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La rinascita
Sebbene non sia infrequente la lettura per la quale il Buddha avrebbe ereditato, in certa misura passivamente, la rinascita all’interno della propria dottrina salvifica dal milieu brahmanico, un’attenta analisi dei sutta restituisce una diversa situazione: essenziali nel processo di pieno risveglio del Buddha (sammāsambodhi), infatti, sarebbero state la rammemorazione delle sue passate esistenze e la penetrazione della legge del kamma (scr. karman), in conformità con la quale gli esseri viventi nascono e trapassano di continuo, tornando a esistere qui o lì, coerentemente con la qualità etica delle loro azioni intenzionali. Dunque, lungi dall’esser stato assunto acriticamente, l’elemento della rinascita sarebbe stato personalmente e profondamente verificato dal Buddha stesso in tutta la sua portata. C’è fondata ragione di pensare che esso sia stato scientemente assunto dal Risvegliato, anche in aperta polemica con alcuni coevi maestri concorrenti, com’è il caso dell’ājīvaka Makkhali Gosāla, definito esplicitamente idiota (moghapurisa) nel Kesakambala-sutta (AN 3.137), Pūraṇa Kassapa, per il quale le azioni – buone o cattive che siano – non hanno conseguenze per chi le compie e non costituiscono né merito né demerito, e Ajita Kesakambalī, per il quale le azioni non maturano in frutti positivi o negativi in questa vita e, men che meno, in supposte vite future, cui egli non credeva affatto: da materialista, egli riteneva che l’uomo non fosse altro che un composto dei quattro grandi elementi (i mahābhūta), destinato a dissolversi alla disgregazione del corpo: non c’è, dunque, alcuna forma di sopravvivenza dopo la morte, non esiste l’aldilà, non esiste la rinascita. Tanto lo stolto quanto il saggio, pur nella diversità delle loro condotte in vita, alla fine vanno incontro al medesimo destino: l’annientamento, per cui la visione di questo maestro è detta natthika-diṭṭhi, “visione nichilista” o, alla lettera, “visione del non c’è/non esiste”. D’altro canto, non tutto ciò che accade è da concepire come maturazione del kamma (kammavipāka), né è profittevole ossessionarsi e consumarsi nel tentativo ostinato di ricondurre ogni evento presente a cause kammiche: il Buddha stesso, nell’Acinteyya-sutta (AN 4.77), mette in guardia dai rischi di insania (ummāda) e frustrazione (vighāta) insiti in siffatta operazione di pensiero, i cui oggetti sono detti, per converso, “impensabili” (acinteyya). Sebbene la circostanza esatta di maturazione del “seme” piantato con le proprie azioni deliberate sia sconosciuta al soggetto ordinario, si può d’altronde esser certi che, quando si daranno le appropriate condizioni, esso produrrà il suo frutto. Per questo motivo, ciascuno, come dice l’Upajjhatthana-sutta (AN 5.57), è proprietario delle sue azioni (kammassakomhi), è erede delle sue azioni (kammadāyāda), è nato dalle sue azioni (kammayoni), ha le azioni come suo congiunto (kammabandhu), ha le azioni come suo rifugio (kammapaṭisaraṇa).
Proprio perché al tempo del Buddha esisteva chi negasse apertamente la rinascita, non si può ritenere che il Risvegliato si sia limitato ad assorbire acriticamente e dogmaticamente dal suo contesto culturale questa credenza; in effetti, non essendo del tutto scontata nel suo ambiente storico, avrebbe potuto rigettarla, se non l’avesse ritenuta vera e confermata dalla sua stessa esperienza diretta. Già a partire dai sutta, si ritiene, inoltre, che una mente coltivata fino alla maturazione di caratteristiche che ordinariamente non le appartengono – concentrata (samāhita), pura (parisuddha), luminosa (pariyodāta), immacolata (anaṅgaṇa), priva di impurità (vigatūpakkilesa), flessibile (mudubhūta), lavorabile (kammaniya), stabile (ṭhita) e inconcussa (āneñjappatta) – possa essere diretta e inclinata verso il ricordo delle esistenze antecedenti (pubbenivāsānussatiñāṇa), lungo un arco di tempo che, variabile a seconda della levatura spirituale del praticante, è comunque calcolato in molti eoni di espansione e contrazione dell’universo: dai quaranta eoni (kappa) degli eterodossi (titthiya) – ai quali anche, dunque, sebbene tali, è riconosciuta una pur sempre prodigiosa abilità mnemonica – all’assenza di limitazione (pariccheda) per i buddha: la loro capacità rammemorativa, in altre parole, è sconfinata (Visuddhimagga XIII, 16). Di contro all’incredulità che potrebbe avere un occidentale che, non nato in un paese buddhista da lunga data, ritenesse inverosimile la conoscenza delle esistenze precedenti, il Buddha nel Sāmaññaphala-sutta (DN 2) la presenta come frutto della vita ascetica (sāmaññaphala) direttamente visibile (sandiṭṭhika).
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Non-sé e rinascita: una sintesi possibile
Coordinare i due insegnamenti del non-sé e della rinascita, elidendo la contraddizione che alcuni vi vedono, è possibile a partire dalla comprensione che la cosiddetta Scolastica ha sviluppato del funzionamento della mente. La mente è intesa come un flusso (cittasantāna), causalmente disposto e privo di un cominciamento discernibile (anamatagga), di punti-istanti (cittakkhaṇa) che si succedono, rapidissimamente, l’uno come condizione del successivo; il continuum mentale non si arresta al momento della morte: in questa circostanza, sorge un particolare tipo di citta, chiamato “coscienza del trapasso” (cuti-citta), che segna la fine di un’esistenza e, per tutti coloro che non siano pienamente liberati (come soltanto lo è un arahant), è seguito da un altro, chiamato “coscienza di rinascita” (paṭisandhi-citta), avente la funzione di collegare l’esistenza appena terminata e la successiva, di cui rappresenta l’inizio. Tra la vita passata e quella susseguente non c’è uno stato intermedio (antarābhava), giacché la rinascita è istantanea, ancorché studi sul campo dimostrino che questa credenza sia diffusa in misura significativa tra monaci e laici di tradizione theravāda. La posizione “ortodossa” è, tuttavia, che la rinascita sia giustappunto immediata: al cuti-citta, cioè, segue senza soluzione di continuità il paṭisandhi-citta. In questa prospettiva, domandarsi “chi rinasce?” è un falso problema, giacché presuppone che ci sia un “chi” (o un “cosa”) stabile e costante che passi di esistenza in esistenza, mentre ciò che realmente esiste è una serie ininterrotta di istanti di coscienza impermanenti e del tutto impersonali. Da ciò segue che a rinascere non è né qualcosa di identico né qualcosa di diverso: non identicoperché manca una sostanza suscettibile di esser intesa come “io” o “mio”; non diverso perché esiste la continuità priva di cesure della mente, che procede da tempi senza principio, e in questo continuum le tendenze accumulate – virtuose o viziose – si trasmettono all’inizio di ogni esistenza, in particolare al paṭisandhi-citta. Pertanto, quel che di salutare o di non salutare si compie, non va perduto.
L’arresto definitivo dell’esistenza condizionata, ciò che Sāriputta nel sutta omonimo (AN 10.7) definisce bhavanirodha, è reso effettuale dall’attingimento del cosiddetto nibbāna senza avanzo (anupādisesa-nibbāna): quando, cioè, un arahant muore e, in virtù della sua piena realizzazione, non rinascerà più, avendo distrutto la catena dell’altrimenti ininterrotto divenire (parikkhīṇabhavasaṃyojana). Svincolato grazie alla perfetta comprensione (sammadaññāvimutta), il suo stato finale e indefettibile è indicibile e incomprensibile da parte della mente condizionata, ma non per questo può parlarsene legittimamente come di una sorta di annichilimento: dell’io, che a rigore esiste soltanto come falsa immaginazione, o di qualsivoglia supposta identità personale, del pari fantasticata e sovrimposta su un flusso di eventi istantanei che, per via di questa loro natura radicalmente instabile, non possono fornire alcun sostegno all’idea di un’identità, quale che ne sia la concezione. Diversamente dai punti-istanti, l’identità non è una realtà data all’osservazione della mente, ma una costruzione di natura convenzionale funzionale a scopi pratici.
Giunto al termine del reiterato divenire (bhavantaga) come il Buddha, l’arahant ha raggiunto l’altra sponda (pāraṅgata), quella di là dal tempestoso pelago del saṃsāra, che ognora minaccia d’inghiottire coi suoi marosi i naufraghi che gli esseri umani sarebbero, in mancanza della bussola e della zattera dell’insegnamento del Buddha. Ancorché nei circoli occidentali tendenzialmente modernisti si sottaccia l’aspetto dottrinale della rinascita, in conclusione è opportuno rilevare come, senza rinascita, la via soteriologica del Buddha non avrebbe senso di esistere, poiché la fine definitiva della sofferenza sarebbe raggiunta da tutti indistintamente al momento della morte, indipendentemente dall’osservanza di un codice di condotta etico, dalla meditazione e dalla comprensione profonda della natura dei fenomeni fisici e mentali. Allorché mancante di questi fondamentali elementi, l’insegnamento del Buddha risulterebbe depauperato e stravolto: non un suo adattamento creativo al contesto delle società occidentali contemporanee, ma un suo evidente snaturamento volto a renderlo compatibile con il sospetto col quale la sensibilità odierna di un praticante europeo o americano tratta tutto ciò che etichetta, più o meno esplicitamente, come “superstizione”: residuo di un passato remoto in cui simili credenze potevano avere una giustificazione accettabile, ma che oggi ne mancano e risulterebbero, pertanto, “anacroniste” agli occhi di chi è figlio di quel processo denominato da Max Weber “disincantamento del mondo”. Se un tale atteggiamento è comprensibile e insindacabile sul piano del credere strettamente personale, diviene invece criticabile quando si cerca di avvalorarlo sul piano scientifico, volendo convincere che, ad esempio, la rinascita non fosse un insegnamento essenziale del Buddha (per quanto, beninteso, è dato ricostruirne) o, addirittura, che egli non vi credesse realmente.
Immagine: Unsplash @abhijeet_gourav
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Divulgatore. Ha conseguito con lode la laurea triennale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Laureando magistrale in Filosofia presso la medesima Università, collabora con diverse riviste filosofiche attraverso contributi aventi a oggetto il buddhismo, in modo particolare quello che si è espresso tramite la lingua pāli. Contemporaneamente agli studi filosofici nell’Ateneo di “Tor Vergata”, si è formato a “La Sapienza”, presso l’Istituto italiano di Studi Orientali (ISO), dove è stato allievo del Prof. Bruno Lo Turco, frequentandone i corsi dal 2019 al 2024. Gestisce un canale YouTube (@SimonePerrone), dedicato principalmente alla divulgazione buddhologica: https://www.youtube.com/@SimonePerrone.



