Oltre il vittimismo della disabilità

La persona con una disabilità NON è la disabilità! Non deve identificarsi con essa. Fin quando ci etichetteranno con aggettivi-slogan (“straordinari, coraggiosi, speciali, angeli”) saremo trasformati in stereotipi attira like sulla Rete.

Scrivere sulla condizione di disabilità è sempre molto complesso, perché scrivere di persone senza conoscerne la storia è sempre difficile. Ogni condizione di disabilità ha la propria storia, che non sempre significa malattia. A volte accade, o si nasce, o si diventa persone con disabilità.

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La disabilità è un limite fisico, mentale ma soprattutto sociale. La persona con disabilità viene percepita, da chi non la vive, come un insieme di stereotipi, che vengono trasmessi di generazione in generazione, da social a social, da persona a persona.

Quello che più mi fa male, come persona con disabilità, è vedere chi condivide questa immagine distorta senza percepire il danno del propagarsi di falsi miti.

L’immaginario collettivo è fatto da chi non vive la disabilità in prima persona. Non la conoscono quotidianamente, non ne condividono la fatica, non comprendono la forza che tributa ogni giorno, ogni gesto, ogni attimo e ogni irrilevante respiro.

L’immaginario collettivo ogni giorno ci etichetta con parole tipo: «speciale, angeli, eroi, straordinari, guerrieri, lottatori, combattenti, prescelti». E così via. Poi, quando sei nella normalità di un supermercato, c’è chi guarda imbarazzato e chi gira lo sguardo. Quante volte mi è capitato!

Gli unici sguardi belli che incontro sono quelli dei bambini ancora nel passeggino. Mi salutano e sorridono, forse pensano che io sono un po’ troppo grande per stare nel “passeggino” e ridono contenti, come se fossi una di loro. Ci salutiamo come amici che vivono la stessa avventura: esplorare il mondo da seduti mentre ci scarrozzano.

Cosa sia la disabilità, seppur tra mille definizioni, è indefinibile, perché è talmente varia che non può essere categorizzata in maniera assoluta. E’ in continua evoluzione, o involuzione, dipende da come la condizione di disabilità viene raccontata dai media, dai social, ma soprattutto in TV.

I passaggi in TV delle persone con disabilità sono molto frequenti, specie da quando si è inaugurata l’epoca mediatica del dolore e del pietismo. Tutti solidali e in lacrime per il poverino/poverina di turno. Ma cosa si fa veramente per usare questo dolore come energia per un cambiamento radicale delle coscienze e delle menti di chi guarda alla disabilità? Niente!

Chi vive la condizione di disabilità ha dentro di sé una grande certezza: il limite non è quello fisico, ma è nelle barriere mentali.

In tanti ogni giorno con il loro coraggio ci mandano un messaggio forte: «Si possono realizzare le proprie aspettative pur con una disabilità evidente. Ciò che contraddistingue queste persone è la forza vitale. Hanno preso la loro condizione e l’hanno trasformata in un motore, per superare i limiti del proprio corpo, per inseguire il loro futuro, i loro progetti, i loro sogni e realizzarli. Non c’è fatica che faccia paura, non c’è handicap o limite che possa limitare la passione per il proprio sogno. Se è dentro di te, arde e ti brucia!».

Questo messaggio rivolto a tutte le Persone (con o senza disabilità), non viene recepito in pieno dal pubblico. Il pregiudizio viene preservato, senza percepirne la portata e il danno sociale che comporta. Fino quando queste persone, che sfidano ogni limite, vengono etichettate con aggettivi-slogan (straordinarie, coraggiose, speciali, ecc.) non si fa altro che alzare muri con chi vive limiti fisici.

Esistono muri altissimi tra le stesse persone che vivono la condizione di disabilità. C’è chi trova una propria dimensione di normalità e c’è chi vuole restare nel ruolo di vittima, di persona da comprendere, da trattare diversamente. Questo perché la sua mente ha spento ogni speranza, sogno, lotta. In questi casi esiste solo la malattia e l’identificazione con la patologia. Ma la persona NON è la disabilità! HA una disabilità. Non deve identificarsi con essa.

Le persone che cadono in questo gorgo non riescono a fare più niente. Non progettano, non realizzano i propri sogni e vivono nella sola paura del futuro. Non vanno oltre. Si crogiolano nell’essere considerati “speciali”, “angeli”, “guerrieri”, ecc. Smettono di credere in sé. Bisogna invece costruire la propria normalità, pur nella disabilità e non cercare l’eccezionalità.

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Abbattere gli stereotipi e le coscienze è un lavoro lungo. Non bisogna mai smettere di lottare. Lottare per essere normali ed essere visti come persone normali. La vita non finisce con una carrozzina, la vita inizia e si adegua a nuove condizioni. Noi persone con disabilità dobbiamo accettare di voler e poter essere normali.

L’immagine che esce dalle grandi associazioni che raccolgono fondi per la ricerca è basata sul far sentire vittime le persone con disabilità. Le loro campagne multimediali fanno leva sul ”dolore”, perché il dolore raccoglie più soldi. Diventa funzionale. Il vittimismo chiude in stereotipi la persona con disabilità, aiutando le condivisioni, i click, i like e le lacrime.

I giornalisti che scrivono un articolo sulla disabilità quasi trascurano il disabile come persona oltre la patologia. Si diventa “titoli” che catturano milioni di utenti e fruitori, da condividere per compassione.

La realtà non è questa. Ci sono persone con disabilità che, con enormi sforzi, diventano eccellenze. Le loro stesse famiglie fanno di tutto per favorirne l’autodeterminazione.

Le vere vittime della disabilità sono i così detti ”normodotati”, che alimentano questi pregiudizi e limitano maggiormente le persone con disabilità.

Immagine: foto delle attività di HOPE

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