Lorenzo Maragoni | Tra teatro e poetry slam: poesia al confine

Dal poetry slam al teatro, Lorenzo Maragoni si racconta ai lettori di Rubrics – [le interviste di Maria Pia Dell’Omo]

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Il verso esiste oltre il foglio bianco: si fa voce, musica, gesto. L’universo della poesia performativa testimonia una riappropriazione degli spazi attraverso la parola. In questa rubrica ci confronteremo con personalità artistico-culturali esperte delle forme che stanno tornando in auge nel panorama italiano. Io sarò la vostra guida, da performer, studiosa del teatro di parola e divulgatrice culturale, in particolar modo del segmento della poesia perfomativa chiamato Slam Poetry, che rappresento in Campania con il collettivo Caspar Campania Slam Poetry.

In questa occasione, parleremo con Lorenzo Maragoni, vincitore della sezione “Poesia orale e performativa” del noto premio Bologna in Lettere, nella edizione del 2021, con l’opera “Preferisco Lamarque”.

La poesia è, nell’immaginario di molti, qualcosa che si studia tra i banchi di scuola e che poi “finisce lì”. Come vivi la poesia e come la racconteresti a un pubblico che non è messo a parte di certe dinamiche?

Amo della poesia che viva in quel territorio tra ciò che sappiamo di noi e ciò che non sappiamo di noi. Ha residenza proprio al confine tra l’individuale e l’universale, tra il conscio e l’inconscio. Forse, come le arti in generale. La cosa strana della poesia è che non sappiamo definire precisamente cosa sia, ma la riconosciamo quando la vediamo o la sentiamo. E, quando succede, capita che le parole abbiano la forza di provocarci un sorriso, una commozione, un pensiero nuovo. È un’arte distillata, molto densa, e al tempo stesso può essere libera e giocosa, può far comunicare le nostre parti più adulte e quelle più bambine. Penso sia una cosa fruibile e sviluppabile anche oltre la scuola, potenzialmente per tutta la vita. Come, d’altra parte, il teatro.

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La dimensione del teatro ha sicuramente un certo peso nel tuo approccio…

All’inizio mi sembravano due dimensioni separate, ma si stanno influenzando tantissimo. La poesia per me ha assunto una dimensione sempre più performativa (teatrale), che sta nella relazione con il pubblico, nell’imparare i testi in modo da essere liberi dai supporti di lettura (o utilizzarli in funzione della performance stessa), dal modificare le poesie non in funzione di cosa funziona sulla carta, ma di cosa funziona nel parlato. Parlare è diverso da scrivere e leggere è diverso da ascoltare. Una poesia bella sulla carta può non essere molto efficace alla performance, mentre a volte le poesie migliori sul palco, a vederle scritte, sono molto meno incisive. Per me la scrittura segue due cicli: uno di scrivere-e-poi-dire-quel-che-ho-scritto, fino a impararlo parzialmente a memoria; ma poi c’è una seconda fase di dire-e-poi-trascrivere-quel-che-ho-detto, fino a che (forse) le due cose convergono.

D’altra parte il mio percorso teatrale è stato molto influenzato dalla dimensione della performance poetica, non tanto (non solo) per il linguaggio quanto per la struttura, nel senso che è un teatro in cui i performer sono se stessi, non interpretano personaggi, non ci sono vere e proprie “trame”, e ci si rivolge quasi esclusivamente al pubblico.

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Una delle tue sperimentazioni è quella che fonde testo, voce e immagine, in un prodotto con estensione “mp4” fruibile su piattaforme digitali: la videopoesia.
Come rendi concrete le tue idee?

Qual è la parte più complessa, per te (scrittura dei testi e della sceneggiatura video, montaggio, editing, promozione, etc.)?

È una novità di quest’anno. Ho iniziato a fare queste cose un po’ per il piacere dello sperimentare cose nuove, un po’ per mantenermi in attività creativa durante le chiusure dei teatri, un po’ perché mi interessava misurarmi con il pubblico imperscrutabile di Internet. In teatro per certi aspetti la dimensione è più “protetta”, lo spettacolo è spesso all’interno di un contesto, c’è un’organizzazione che fa sì che il pubblico ci sia e, una volta che è lì, tipicamente resta fino alla fine e alla fine applaude. Internet invece è un luogo selvaggio e senza convenzioni di “buona educazione”, e questo per certi aspetti è un bene. Può essere che un video lo vedano due persone o duemila o due milioni, e nessuno può saperlo prima. L’emozione di vedere che un video viene condiviso da qualcuno, magari accompagnato da alcune delle parole del testo, è molto forte. Completamente diversa da quello che si può provare su un palco, ma altrettanto forte.

Finora le cose sono nate da testi scritti da me, su cui ho collaborato con un amico musicista, Giorgio Gobbo, e un’amica videomaker, Francesca Paluan. Entrambi sono talmente bravi che spesso le prime versioni sono state subito buone. I primi video erano delle riprese in studio o nella nostra città (Padova) con me che dicevo il testo o ne facevo un voice over, mentre nell’ultimo lavoro (“Una storia”) abbiamo provato a spingerci più in là e coinvolgere altre persone, attori e non attori, e fare un lavoro di montaggio più complesso, che sembra essere stato molto efficace.

La parte più difficile per me è crederci. Non sono mai convinto di quello che sto facendo, cambierei ogni cosa fino all’ultimo secondo. Per fortuna c’è Francesca che alla fine mi convince a premere “pubblica” e a mettermi e metterci in gioco davvero.

Come ti sei avvicinato al mondo della poesia performativa?

Sono andato a un poetry slam a Portogruaro, in provincia di Venezia, a vedere il mio amico Diego Tale, ad oggi uno dei poeti performativi migliori che conosca. È stata una serata molto bella, intima ed emozionante. Ho sentito di aver trovato qualcosa che mi corrispondeva. Poche settimane dopo ho letto che c’era un poetry slam a Padova e mi sono iscritto. Era per strada, c’era un sacco di gente ed è stato bellissimo. Con la fortuna del principiante, ho vinto. A quel punto naturalmente ho pensato di aver capito tutto. La settimana dopo mi sono iscritto a un poetry slam a Brescia, dove mi sono confrontato con poet_ bravissim_ e sono arrivato credo ultimo. Lì mi son detto: “OK, adesso proviamo a capirci qualcosa”. Ho iniziato a viaggiare un sacco, a fare poetry slam in tante città diverse, incontrando e imparando da tantissim_ slammer. A un certo punto ho iniziato a vedere poet_ e performer costruire spettacoli a partire dai loro pezzi “slam”(1), ma senza il format dello slam(2), e ho conosciuto il mondo della poesia performativa. Quando ho cominciato ad avere una decina di pezzi che mi convincevano, ho deciso di provarci anche io, e ho avuto la fortuna di avere amici che mi hanno invitato a farlo davanti a un pubblico.

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Cosa ti piace dello slam, che possibilità vedi in questa forma di intrattenimento/ricerca?

Mi piace la sua inclusività, il fatto che tutti possano andare e salire su un palco e il pubblico sarà l’unico a decidere cosa funziona. Mette in una disciplina artistica quell’aspetto (amichevolmente) competitivo dello sport, in cui una persona che prova per la prima volta può vincere contro qualcuno che ha più esperienza o più “titoli”.

Mi piace il tipo di emozione che mi dà salire sul palco, il fatto che ti metta a nudo. Rispetto al teatro, lo slam ti toglie una serie di protezioni: l’attore sei tu, il testo è tuo, la regia, se di regia si può parlare, la fai tu. Mi piace il terrore di provare un pezzo nuovo per la prima volta, è una delle emozioni più forti che abbia sentito e continui a sentire. Mi piace portare un pezzo che ho già provato e cercare di capire come arriva al pubblico. Mi piace cambiare sempre, cercare di migliorarsi sempre. Mi piace conoscere i modi di scrivere e di performare di altr_ poet_. Mi piace aver fatto centinaia di chilometri ad andare e centinaia a tornare nella stessa sera, per dire 6 minuti di poesie.

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Cosa speri di trovare, in fondo a una storia? Cosa, invece, vorresti arrivasse al tuo ascoltatore casuale o intenzionale?

Spero di trovare il senso della vita, l’amore, una carezza, una risata, un conforto, un pensiero che non avevo mai fatto, una parola per una cosa che sentivo e non sapevo di sentire. Penso che mi piacerebbe far arrivare piccoli pezzetti di queste stesse cose.

Nella produzione testuale poetica, quali sono le tue urgenze tematiche e stilistiche?

Tematicamente: la difficoltà a essere la persona che vorrei essere, le mie incapacità di espormi, di amare, di avere coraggio, di scegliere. L’amore mancato, sfiorato, lasciato e ricordato. La mia (nostra?) paura di vivere, il chiuderci nel lavoro, il soccombere al capitalismo e nelle nostre miserabili deliziose coazioni a ripetere. La procrastinazione.

Stilisticamente: non ho idea, credo che la forma segua il contenuto. So che tendo a parlare veloce, e avendo spesso in testa i “3 minuti” del poetry slam, finisce che son poesie compresse e piene di parole. Ma credo siano anche abbastanza diverse tra di loro. Quasi sempre cerco di scrivere cose che facciano anche ridere o sorridere, poi una volta ogni tanto mi concedo di scrivere una cosa triste.

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Qual è il senso (intendo, i cinque sensi) cui ti senti più legato, condizionato nella produzione artistica e, a prescindere dalla tua preferenza, da cui sei più rappresentato?

L’udito. Le parole, il tono della voce, la musica credo che siano il mio universo di senso primario. (La vista è fuori classifica).

Il momento, sul palco o durante un workshop, più intenso che reputi di aver vissuto?

Ce ne sono tanti. La prima volta che ho fatto “Flashback” a Milano, “Preferisco Lamarque” a Firenze, “Mi sa che mi piacciono i maschi” a Trento. Sono quasi sempre molto incerto sui pezzi, mi aiuta tantissimo farli sentire agli amici e vedere come reagiscono, e spesso la spinta decisiva per provare a fare qualcosa me la danno loro. Da spettatore aver visto Luca Bernardini interpretare “Villette a schiera” a Cervia, Emanuele Ingrosso “Nuovo documento di Microsoft Word” a Milano, le poesie di Antigone a Padova, quelle di Elena Cappai Bonanni a La Spezia.

I tuoi progetti futuri. Ti va di anticiparcene qualcuno?

Scrivere di più, scrivere meglio, tornare a performare dal vivo. Ho una tremenda mancanza del palco.

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Videopoesie:

“Una storia”

“Preferisco Lamarque”

“Flashback”

Contatti:

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E-mail: lorenzo.maragoni@gmail.com

N.d.r:

(1) Non è insolito che un poeta, cimentatosi più volte con l’esperienza collettiva del Poetry Slam (si veda la nota successiva), acquisisca consapevolezza della efficacia dei propri elaborati, in virtù della loro esecuzione pubblica, e decida quindi di adoprarli in una serie di esibizioni che lo vedano protagonista assoluto, secondo i meccanismi della messa in scena teatrale.

(2) Lorenzo si riferisce alla sfida tra poeti detta “Poetry Slam” (o “Slam Poetry”), con pubblico votante, regolata da un Maestro di Cerimonia (abbreviato in “MC”). L’MC funge da presentatore e moderatore della competizione. I poeti in gara si sfidano “a colpi di versi”, in genere per tre turni, con poesie la cui esecuzione duri al massimo tre minuti per turno. È possibile recitare una o più poesie per turno, purché si rientri nel limite di tempo imposto. Ad assegnare una votazione ai poeti non è una giuria professionale, ma il pubblico presente alla gara. Alla fine di questa, il pubblico ne avrà quindi, partecipando emotivamente e attribuendo un valore alle singole performance in base al talento letterario e interpretativo dei poeti, decretato il vincitore.

Per approfondire l’argomento, suggeriamo: “Take the Mic – The art of performance, Poetry Slam and spoken word” di Marc Kelly Smith e Joe Kraynak (2009).

Credits:

Si ringraziano: Alberto Brevi, per le foto in bianco e nero; Francesca Paluan, per le foto a colori.

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